Gianni Letta e Pomponio Attico: Vite parallele

3 Marzo 2009 Commenti chiusi

 

(nella foto l’intervistato, prof. Andrea Carandini, neo presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali) 

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Nemesi mastelliana

3 Marzo 2008 Commenti chiusi

Ricorderete le dimissioni di Mastella, lo scorso 16 gennaio, con un’accorata perorazione che si concludeva così: "Mi dimetto per senso dello Stato. Lo faccio senza tentennamenti. In fondo un ministro della Giustzia che non è in grado di difendere la moglie dall’assalto violento ed ingiusto, di accuse balorde e non riesce ad evitarle l’arresto non è certo in grado di inquinare prove perchè è talmente risibile il suo potere che lo si può lasciare tranquillamente al proprio posto. Mi dimetto per riaprire dunque una grande questione democratica. Anche perchè, come ha detto Fedro: "Gli umili soffrono quando i potenti si combattono".

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Crapapelada (‘C’è in Pindaro?’)

12 Luglio 2007 Commenti chiusi

In memoriam di Luigi Meneghello (obiit, Thiene 26 giugno 2007), professore autodidatta (anche nel greco) e – soprattutto – grande scrittore.

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Aere Perennius: Boondocks 2 febbraio 2006

9 Febbraio 2006 4 commenti

Così rispose il vecchio poeta Wordsworth -oracolare-, un giorno, a Ralph Waldo Emerson: "whatever is didactic, — what theories of society, and so on, — might perish quickly; but whatever combined a truth with an affection was ktema es aei, good to-day and good forever" [citaz. da English Traits (1856)]. Proprio queste due caratteristiche animano l’arte comica di un autore americano molto successivo all’oratore de The American Scholar [ma che potrebbe sottoscriverne pienamente l'invito: "The literature of the poor, the feelings of the child, the philosophy of the street, the meaning of household life, are the topics of the time. It is a great stride. It is a sign, - is it not? of new vigor, when the extremities are made active, when currents of warm life run into the hands and the feet. I ask not for the great, the remote, the romantic; what is doing in Italy or Arabia; what is Greek art, or Provencal minstrelsy; I embrace the common, I explore and sit at the feet of the familiar, the low. Give me insight into to-day, and you may have the antique and future worlds"], l’autore di un fumetto che, appunto, mira ad un "vero che tocchi gli affetti", Aaron McGruder. Penso non ci sia bisogno di sottolineare -di questi tempi- il motivo del mio richiamare questo mezzo espressivo, in connessione con un commento quotidiano ai fatti accaduti che, come in Tucidide, si fa storia, in nome di un’indagine razionale, in funzione di una "verità", espressa in modo non didattico ma con passione, anche caustica o amara… Sì, insomma, con un’arte comica che si possa considerare legittima discendente di quella dell’Aristofane che nell’Archaia sapeva ridere di divinità e sacerdoti (cito un passo significativo dagli Uccelli nella sapida traduzione del Romagnoli: "Poi, sorto il muro, a Giove /si chieda il regno; e s’egli niega, né si rimuove,/gli s’indíca la guerra santa: e venga inibito /ai Numi che qui passino col pinco irrigidito, /come un dí su la terra, per vïolar le Alcmene, /le Alòpi, le Semèli; se qualcun poi ci viene, /perché piú non le vïoli, gli si ponga un suggello /sul bischero. Ciò fatto, si mandi un altro uccello /in ambasciata agli uomini, ché, sendo omai regnanti /gli uccelli, si sacrifichi a lor, d’ora in avanti, /pria che ai Numi; e s’accoppî con ciascun dei Celesti /l’uccello piú indicato"), e, insomma, meno paleolitica di questo…), come appunto avviene quotidianamente nelle lande di Boondocks. Spero, stavolta, di non essere stato troppo criptico :-) : la striscia comica allegata penso sia in grado di parlare da sé. ** "Great God! I’d rather be / A pagan suckled in a creed outworn; / So might I, standing on this pleasant lea, / Have glimpses that would make me less forlorn" [Wordsworth, The World Is Too Much with Us -1807]

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Non Sequitur (21 gennaio 2006): Definizione di Blog

26 Gennaio 2006 1 commento

Cicerone, Topica, 87-88: Ad definitionem autem pertinet ratio et scientia definiendi. Atque huic generi finitimum est illud quod appellari de eodem et de altero diximus, quod genus forma quaedam definitionis est; si enim quaeratur idemne sit pertinacia et perseverantia, definitionibus iudicandum est. [88] Loci autem convenient in eius generis quaestionem consequentis, antecedentis, repugnantis; adiuncti etiam eis qui sumuntur ex causis et effectis. Nam si hanc rem illa sequitur, hanc autem non sequitur; aut si huic rei illa antecedit, huic non antecedit; aut si huic rei repugnat, illi non repugnat; aut si huius rei haec, illius alia causa est; aut si ex alio hoc, ex alio illud effectum est: ex quovis horum id de quo quaeritur idemne an aliud sit inveniri potest. "But when we have need of definition, then we must have recourse to the principles and science of defining. And akin to this is that other argument also which we said was employed with respect to the subject in question and something else; and that is a species of definition. For if the question is, "Whether pertinacity and perseverance are the same thing," it must be decided by definitions. And the topics which are incidental to a discussion of this kind are those drawn from consequents, or antecedents, or inconsistencies, with the addition also of those two topics which are deduced from causes and effects. For if such and such a thing is a consequence of this, but not a consequence of that; or if such and such a thing is a necessary antecedent to this, but not to that; or if it is inconsistent with this, but not with that; or if one thing is the cause of this, and another the cause of that; or if this is effected by one thing, and that by another thing; from any one of these topics it may be discovered whether the thing which is the subject of discussion is the same thing or something else". ( Tr. C. D. Yonge, qui )

Spa-Getty western: l’afFannarsi sul "Lisippo" redux

28 Ottobre 2005 1 commento


E’ ritornata, ormai da qualche mese, agli onori della cronaca -non solo locale ma anche sulle pagine nazionali- la vicenda del cosiddetto “Lisippo” di Fano, il bronzo ritrovato nel ’63 da pescatori fanesi, la cui acquisizione da parte del Getty per ca. cinque milioni di dollari tanto fece scalpore nell’inverno ’77…
Data a ieri, infatti, un incontro a Roma presso l’ambasciata statunitense, tra alcuni politici marchigiani e l’addetto culturale Mark Smith e il primo segretario Stephen C. Andersen, allo scopo di attivare canali diplomatici per accertare le condizioni della statua e vagliare le possibilità di un ritorno in Italia.
Di un’eventuale restituzione si parla, peraltro, da sempre, periodicamente (p.e. nel 2002, nel 1998: cfr. P.Moreno “Tornerà l’eroe?” [Bronzo Getty], in Archeologia viva, 5, maggio-giugno 1989, p. 6-9, etc.)…
La contesa ovviamente è motivata non solamente da orgoglio municipalistico, ma soprattutto dalla consapevolezza delle eventuali ricadute sul piano turistico (e quindi economico) di un’esposizione a Fano di un bronzo così importante dal punto di vista culturale.
Non vorrei, però, in questa sede pronunciarmi sulla fondatezza giuridica delle rivendicazioni marchigiane (tornate sotto i riflettori soprattutto sulla scia del processo all’ex curatrice del Getty Marion True, tuttora in corso qui in Italia, anche se connesso ad altre vicende di simili acquisizioni dalla dubbia liceità), tanto più che è ancora ignoto se il ritrovo effettivamente avvenne in acque internazionali (“Il luogo del ritrovamento si trova a 43 miglia a levante del Conero e a 27 miglia dalla costa croata, in un punto di mare chiamato ‘gli scogli di Pedaso’ a una profondità di 43-44 braccia, pari a circa 75 metri dalla superficie del mare”, così secondo una testimonianza di uno dei pescatori fanesi del “Ferri Ferruccio” ; Federico Zeri, invece, all’epoca parlò di un luogo chiamato “Fossa del Diavolo”), e, fintantoché la nave su cui era trasportata non potrà essere localizzata, resterà il dubbio che simili dichiarazioni possano essere mosse dall’intento di escludere un’eventuale rivendicazione da parte di altri stati (da parte dell”ex Jugoslavia di allora, oggi Croazia).
Molti altri sono i punti oscuri (e del resto risulta oltremodo difficile ricostuire i viaggi per “ripulire” reperti antichi, occultando sistematicamente il luogo di ritrovamento attraverso più passaggi di mano tra proprietari compiacenti: tanto più in questo caso, a distanza di quarant’anni…).
Il più delicato, peraltro, mi sembra il fatto che la base della statua, coi piedi dell’atleta (ora perduti), parrebbe fosse stata invece anch’essa ritrovata:
“Per il professor Alberto Berardi, che ha compiuto ricerche, ha mantenuto continui contatti con le autorità preposte e ha ascoltato diversi testimoni, non tutto è stato chiarito. I piedi per esempio, sarebbero stati trovati e venduti. Per quanto? Secondo Paolo Moreno, massimo studioso di scultura greca, sarebbero stati valutati 300 milioni di lire”.
Ma lascerei da parte, per ora la cronaca, per riflettere sui motivi della reale importanza di questa statua, motivata in primo luogo dal fatto che i bronzi greci a noi tràditi sono in quantità limitata (ancor più se di grande dimensione, come questo fanese), ed anche, e soprattutto, dall’attribuzione a Lisippo, uno dei grandi maestri del IV sec. a.C:
In realtà il “victorious youth” del Getty, un atleta (ai Giochi olimpici -vista la corona d’olivo che doveva esser retta dalla mano destra, nel gesto di autoincoronarsi, autostephanoumenos, -la sinistra con tutta probabilità a reggere la palma della vittoria; cmq non è del tutto da escludere la possibilità di un ritratto regale) in bronzo a grandezza naturale ["la parte conservata ha un'altezza di metri 1,515, ed un peso di 48-50 kg; le estremità degli arti inferiori non ci sono pervenute, come parte della corona e gli occhi forse in avorio o pasta vitrea; la ricostruzione della statua con i piedi ci darebbe un'altezza di metri 1,65-1,70"], è di attribuzione tutt’altro che sicura.
Cfr. P.Moreno in Storia e Civiltà dei Greci, VI, Milano: Bompiani, 1979, pagg. 695-702 (con dettagli della scoperta, etc. -cfr. anche le raffigurazioni n° 69 e 71-), in part. p.699: “il nome di Lisippo rimandava già per gli antichi ad una produzione immensa e ad una intera scuola composta dal fratello, dai figli e da altri numerosi discepoli, le cui opere talora “non si potevano distinguere da quelle del maestro” (Plin. Nat.Hist. xxxiv, 67). In ogni caso il Bronzo Getty ci restituisce per la prima volta nella sua qualità originale quanto la scienza archeologica aveva ricostruito attorno all’arte di Lisippo, attraverso la tradizione letteraria e le copie delle sue opere”. Moreno, che peraltro poi in più occasioni si è pronunciato a favore dell’attribuzione lisippea dell’opera, così conclude, sull’importanza culturale della statua: “Potremmo così fornire una spiegazione iconologica alla sensazione che la statua, nella sua apparente naturalezza, fosse intesa non tanto alla celebrazione di un comune cittadino, ma alla esaltazione dell’esponente di una famiglia che avesse un ruolo politico. Il Bronzo Getty potrebbe rappresentare il momento originale dell’impatto del soggetto storico con l’immagine eroica, un’iniziale apoteosi” (p.702).
In realtà gli specialisti sono concordi nel ritenere l’opera come stilisticamente lisippea, ma potrebbe datare dal tardo IV sec. (paternità dello stesso Lisippo o la sua cerchia) al II sec. a.C… Anzi p.e. Mattusch (Carol C. Mattusch, The Victorious Youth. Los Angeles: The J. Paul Getty Museum, 1997) propende, tra questi due estremi, per la datazione recenziore, su basi stilistiche. Insomma: quando si parla del “Lisippo” fanese le virgolette dovrebbero essere d’obbligo.
Ma che la questione dell’attribuzione, poi, non sia poi così fondamentale, in quanto investigare sull’originalità d’autore dei bronzi greci a noi pervenuti sarebbe preoccupazione eminentemente contemporanea, senza vero fondamento scientifico, è ben sottolineato sempre da Mattusch in “Naming the Classical Style” in Chapin, Anne P. (a c. di) Charis. Essays in Honor of Sara A.Immerwahr, American School of Classical Studies at Athens, 2003, in part. pagg.284-287:
” We never ask whether the bronze athlete in the J. Paul Getty Museum [...] might be Roman or perhaps Graeco-Roman (not quite so bad), for we have always accepted it as a Greek original, and have indeed pursued a traditional stylistic inquiry regarding this rare and, so far, unique, statue. The scholarly discussion centers upon whether the statue is an “original” by Lysippos, an issue fraught with difficulties. The questions raised about the Getty Bronze have to do with how the statue’s style fits with what we know from the literary testimonia about Lysippos’s style. If the Getty Bronze was made by Lysippos, scholars ask whether it is an early or a late work. If not, was it made by a 3rd-century B.C. follower of Lysippos? Others argue that the Getty Bronze is a portrait, and propose the name of the individual who might be represented. A great deal has been written about the style of Lysippos and about those who came after him, but the discussion has almost no objective evidence and is based upon many modern hypotheses. For such questions, we will never have firm answers.
Even if a bronze statue were still attached to the base in Corinth inscribed with the name of Lysippos, we should be oversimplifying the case if we called that statue a bronze “original.” Lysippos’s bronzes, especially the athletes, were in great demand, and for each bronze with his name on it, Lysippos made a significant profit on top of the production costs. According to Pliny, for each of 1,500 commissions, Lysippos put away a gold piece (Nat. 34.37). Clearly, the workshop of Lysippos was a big and lucrative operation. We know from the literary testimonia that the shop was run by family members who were technical specialists. If we look at the craft of lost-wax casting, we see that a bronze statue reproduces a preliminary model, which makes it a reproduction, not a unique production. Completing the statue may be a purely technical process, in which molds from the preliminary model are used to make a wax copy that is cast as is, or it may involve changes and additions to the wax, which then functions as a working model”.
Inoltre, sottolinea sempre Mattusch, vista la continuità dello “Stile Classico” tra Grecia e Roma (“it consisted of established forms whose excellence was acknowledged in the eyes of buyers. The Classical style, then, had little to do with originals, nor even with artists, for the most part, but much more to do with repetition within a genre, and with the master craftsmen who were responsible for production”), le datazioni su base stilistica risultano sempre alquanto difficili (“The “Classical” style is not exclusively Greek and should not be affixed to a date. The Romans used the style, and it survived in their world for hundreds of years. [...] It is not surprising, then, that the dating of many Classical statues is controversial), ed in ogni caso la questione dell’autorialità perde la propria crucialità (“Perhaps it is not so important that Lysippos made a statue of which these later works [ l' Antikythera Herakles del I a.C. e il Farnese Herakles del III d.C.] are copies as that the Classical style remained fashionable for a very long time”).

A titolo di curiosità, infine, è interessante sapere che il Lisippo fanese rischiò di finire… agli antipodi!
Così riscostruisce la vicenda Whitlam, primo ministro australiano dell’epoca (da Gough Whitlam, My Italian Notebook, Allen & Unwin, 2002, pag. 140-42), che tentò di acquistarla per la National Library, “Australia’s Parthenon, despite the different arrangement of columns”:
“The gallery had been offered a bronze athlete of the school of Lysippus which had been recovered from the sea bed off Fano, beyond territorial waters, in 1963. As the National Archaeological Museum in Athens, the Louvre and the Museo Nazionale in Reggio di Calabria demonstrate, such bronzes can now come to light only from shipwrecks.
I had been shown round Olympia by the great Director of Antiquities in Greece, Nikos Yalouris. He had been Greece’s first archaeologist diver, having explored the sea-bed off Katakolo in 1957-1960. I sought his advice on the Lysippus. He later let me know that its provenance was impeccable. Thereupon I arranged to pay for it in two instalments, the first immediately the 1975 Budget was passed, and the second after the 1976 Budget. One of my successor’s first acts was to cancel the order. The Getty Museum in Malibu, which I had visited in September 1974 on my way home from the General Assembly, was happy to pay half as much again as we would have paid. It is now the centrepiece of their expanding sculpture collection”.
Ma è stupefacente leggere le motivazioni di un tale acquisto, e quelle del rifiuto del successore di Whitlam:
“In the National Gallery of Australia the Lysippus would have been a more authentic part of the Australian heritage. My successor compounded his injury by an unsurpassed display of ignorance. He cancelled the order on the grounds that it was an “ancient bronze of unknown authorship”. Would it enhance the value of the Charioteer of Delphi, the Horses of St Mark’s, the Poseidon from Artemision, the Ephebe from Agde or the Warriors of Riace if we knew the identity of their creators?”
Insomma, le motivazioni di Fano sono le stesse dell’Australia -e degli statunitensi del Getty- nel rivendicare l’esposizione nei propri musei del presunto Lisippo: il fatto che la grecità costituisca parte della propria eredità culturale
E i motivi del rifiuto australiano si basarono, in ultima analisi, proprio su concetti di autorialità e originalità del bronzo, difficilmente applicabili a questa -e molte altre- statue della classicità :-)

Classicisti Digitali

27 Settembre 2005 1 commento


Riporto anche su questo blog, per assicurare una diffusione quanto più ampia possibile,l’annuncio -apparso anche in italiano (ebbene sì, nel mondo classico l’italiano, insieme a inglese, tedesco e francese è -ancora per quanto?- una delle “principali lingue europee di tradizione accademica” )- di richiesta di collaborazione al progetto Digital Classicist, traendolo dal sito del benemerito Stoa Consortium.
L’annuncio (datato 26 settembre 2005) è di Ross Scaife, Professor of Classics all’università del Kentucky, nonchè editor, appunto, de The Stoa Consortium for Electronic Publication in the Humanities (progetto finanziato finora “by shares of a three-year FIPSE grant from the US Department of Education, a five-year DLI2 grant from the National Science Foundation, and a new three-year grant from the National Science Foundation/European Union International Digital Library Collaborative Research Program“).

Richiesta di partecipazione
Annunciamo la nascita di un nuovo progetto e di una nuova comunità, ospitati dal Centre for Computing in the Humanities (KCL), sull’applicazione dell’informatica umanistica allo studio del mondo antico. Il Digital Classicist ha un sito pilota presso http://www.digitalclassicist.org, sito che, oltre che servire da luogo fisico dove inserire contenuti futuri, presenta in maniera preliminare le nostre intenzioni e i nostri obiettivi.

Come avrete modo di verificare personalmente, sezioni chiave del sito e riassunti di articoli, quando possibile, saranno tradotti nelle maggori lingue usate in Europa in ambito accademico, quindi in inglese, francese, tedesco, italiano, ecc. Il progetto include attualmente anche una lista di discussione, una Wiki e un Blog.

Il progetto, impegnato a garantire continuita’ e accesso a lungo termine, riempie un vuoto nell’attuale contesto accademico : esistono innumerevoli e importanti progetti di ricerca di natura digitale nell’ambito degli studi classici, molti dei quali rendono disponibili suggerimenti e condividono strumenti; esistono siti Internet che discutono, ospitano o elencano tali risorse (la Stoa, il Centre for Hellenic Studies di Washington, il Centre for the Study of Ancient Documents di Oxford, EAGLE di Roma, per nominarne solo alcuni); tuttavia non esiste una piattaforma unica che sia utile alla comunita’ internazionale e poliglotta di studiosi e esperti per discutere problemi, condividere esperienze, includere novita’ e suggerimenti, un’unica piattaforma dove trovare supporto in materia di studi classici e tecnolgie digitali. Affinchè il nostro progetto abbia successo, sarà certamente necessario lavorare in stretta collaborazione con le altre organizzazioni e gli altri progetti che sono attivi in quest’area (in particolare la Stoa e altre comunità a tema, come per esempio il Digital Medievalist, includendo specialisti in tecnologie utili in ambito archeologico, storico e geografico), così da evitare ridondanze inutili e da massimizzare la cooperazione e la collaborazione.

In questo momento, avremmo bisogno in particolar modo di studiosi parte della comunità internazionale che contribuiscano al progetto. Se desiderate essere coinvolti in qualità di editori o se credete di poter raccomandare qualche altra persona, vi preghiamo di contattarci. Non vi è obbligo per gli editori di dedicare diverse ore del proprio tempo; una discussione sul ruolo degli editori è peraltro aperta e accessibile presso http://tinyurl.com/cpdsu. In aggiunta, saremmo immensamente grati se poteste suggerirci altri nominativi di persone soprattutto provenienti da paesi europei non angolofoni-che possano essere interessate a partecipare a questo progetto in qualsiasi forma.

In ogni caso, vi preghiamo di diffondere il messaggio, iscrivervi alla lista di discussione e partecipare alle discussioni così da fondare le basi di questo nuovo progetto e comunita’.”

Penso non sia inutile inoltre riproporre sul newsgroup anche la presentazione del sito Digital Classicist, presente anche in italiano:

“Digital Classicist è una comunità di rete per studiosi e studenti interessati all’applicazione dell’informatica umanistica alla ricerca sul mondo antico. L’obiettivo principale del sito è quello di offrire linee guida e suggerimenti relativi ai principali argomenti di ordine tecnico. Inoltre, verranno resi disponibili relazioni relative a particolare eventi, pubblicazioni (a stampa e in formato elettronico), e altra informazione relativa allo sviluppo della disciplina. I criteri di inclusione del materiale verranno stabiliti dagli interessi e dall’esperienza, in generale, dei collaboratori e, in particolare, degli editori.

Il sito web principale contiene una lista commentata di progetti che utilizzano tecnologie informatiche nell’ambito degli studi classici, oltre a collegamenti ipertestuali a strumenti ad accesso pubblico e a risorse di particolare utilità per gli studiosi coinvolti in tali progetti. Lo stesso sito web pubblicherà anche versioni stabili di linee guida e relazioni
estratte dalle Wiki FAQ, una piattaforma interattiva per la creazione di una lista di Frequently Asked Questions, comprensiva di risposte e ulteriori suggerimenti offerti dai membri della comunità, oltre che di linee guida e relazioni di work in progress collettivamente autorizzati.

L’idea è di incoraggiare la crescita di una comunità basata sulla pratica, aperta a chiuque sia interessato alla materia, senza condizioni di accesso legate ad abilità o ad esperienza di ambito tecnico, o dettate dalla lingua usata per contribuire. In generale, le sezioni chiave del sito web ovvero le sintesi delle discussioni saranno, quando possibile, tradotte nelle principali lingue europee di tradizione accademica, vale a dire in inglese, francese, tedesco e italiano.

Digital Classicist è ospitato dal Centre for Computing in the Humanities, King’s College London“.

Riferimenti: Stoa Consortium

I think I may need a bathroom break: all’ en katharô pou tis an chesas tuchoi

15 Settembre 2005 Commenti chiusi

Così, ma unicamente nella versione inglese "I think I may need a bathroom break" e non certo con le parole di Aristoph. Eccl. 320, oggi Bush (lancio d’agenzia, qui) , all’Assemblea delle Nazioni Unite, rivolto alla balia, ops! segretaria di stato, Prassagora, ops!, Condoleeza Rice (tutt’altro che lysistrata, scioglitrice d’eserciti, purtroppo…) , con dolcezza… Come non pensare che nelle Ecclesiazuse di Aristofane, analogamente, mentre le donne all’assemblea legiferano Blepiro non riesce a non pensare ad altro che… ai propri intestini! [Così nella traduzione Romagnoli):"Sbirciapappa [Esce vestito da donna]: E io da un pezzo me la faccio sotto, /cercando, al buio, di trovare scarpe / e mantello! (…) E Don Merdonio / picchia e ripicchia all’uscio! (…) / Oh dove farla, / salvando la decenza? Già, di notte, / ci si salva dappertutto! E chi mi vede? (…) Basta, ora bisogna farla!"] E finisce così il suo paratragico monologo deliberativo d’entrata, con un pezzo di bravura scatologica che gli interessati potranno apprezzare nella sua interezza (vv.313-326) nell’originale greco, qui. Oggi, mentre Demos/Popolo degli USA domina dall’alto della sua Pnice di unica superpotenza mondiale, adulato dai Paflagon-Bush di turno e dalla sua schiera di sofisti-oracolisti neocons (e chissà quale Allantopoles si prospetta all’orizzonte, e quali Ippeis, Cavalieri in suo sostegno…), come non ripensare alla spiccia, beata rudezza di Diceopoli che spetezza all’Assemblea (l’Ecclesia di Atene) senza chiedere tanti permessi! [Così, sempre nella traduzione Romagnoli degli Acarnesi aristofanei: "Io, poi, vengo ogni giorno all'assemblea / primo di tutti, e seggo. E, solo solo,/ m'annoio, gemo, sbadiglio, mi stiro,/ tiro peti, disegno sulla sabbia,/ mi strappo i peli"; l'originale greco, Aristoph.Ach.29-32, qui] …Almeno -lui- desiderava la pace, per quanto egoisticamente, per la sua povera polis… Evito di chiudere, moralisticamente, con lo solito spauracchio delle latomie siracusane per le mire imperialistiche dell’Atene di turno, chiudendo questo post leggero con uno sberleffo aristofaneo :-)

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A Bolt from the Blue: Heaney, Orazio e l’ 11/09

12 Settembre 2005 Commenti chiusi

Ieri, Il Sole 24 ore, domenica 11 settembre 2005, n. 249, p.32, nella rubrica Poesia ("E Giove scaraventò il carro e i cavalli del tuono") ha pubblicato quattro quartine del Nobel 1995, il poeta irlandese Seamus Heaney, una sua poesia inedita nella traduzione italiana [questa la circostanza immediata: inclusa nella raccolta "Fuori campo" esce in questi giorni presso Interlinea-, con altri 10 inediti in poesia e prosa. Nell'occasione, Heaney è stato premiato con il premio Lerici Pea per l'opera poetica"] dal titolo "Tutto può succedere", tratta da Orazio, Odi I 34 (e in effetti il titolo reale sarebbe: "Orazio e il tuono"). Dapprima ve la vado a riproporre (con la corretta suddivisione in quartine, nel Domenicale non rispettata), e poi aggiungerò qualche considerazione: Tutto può succedere. Sai come Giove / di solito aspetta che le nuvole si ammassino / prima di scagliare il fulmine? Invece un momento fa / ha scaraventato al galoppo il carro e i cavalli del tuono / per un cielo assolutamente sereno. Ha sconvolto la terra / e il sottoterra ingombro, lo Stige e i ruscelli / serpeggianti, persino le coste dell’Atlantico. Tutto può succedere, le costruzioni più alte / precipitare, i potenti cadere, le persone / ignorate emergere. La Fortuna dal becco di rasoio / piomba in picchiata con stridore d’aria, strappa la corona / ad uno, la pone sanguinante sull’altro. La terra trema. Il cielo sostenuto da Atlante / si solleva come il coperchio di una pentola. / La chiave di volta vacilla, niente ritorna al suo posto. / Veli di fumo e cenere abbuiano il giorno. Così l’originale inglese: "Horace and the Thunder" Anything can happen. You know how Jupiter / Will mostly wait for clouds to gather head / Before he hurls the lightning? Well, just now, / He galloped his thunder-cart and his horses / Across a clear, blue sky. It shook the earth / And the clogged underearth, the River Styx / The winding streams, the Atlantic shore itself. / Anything can happen, the tallest things / Be overturned, those in high places daunted, / Those overlooked regarded. Stropped-beaked Fortune / Swoops, making the air gasp, tearing the crest / Off one, setting it down bleeding on the next. / Ground gives. The heavens weight / Lifts up off Atlas like a kettle lid. / Capstones shift, nothing resettles right. / Smoke furl and boiling ashes darken day. / Sorvolando sulla traduzione italiana,(il clumsy "assolutamente" della trad. it. al v.5; streams al v. 8 che più che "ruscelli" qui vale "corsi d’acqua"; il troppo esplicativo "costruzioni più alte" al v. 8 per tallest things -e vedremo poi perchè-; il non convincente "con stridore d’aria" per making the air gasp con rimando, piuttosto, all’originale latino; il terreno che più che tremare cede al v.13; il boiling ashes del verso finale che perde i suoi calori, etc.), volevo far notare, invece, dapprima la buona qualità della libera resa di Heaney (che, intelligentemente, semplifica il rimando infero all’antro di Tènaro, rende il rapax Fortuna esplicitandone l’immagine di uccello dal becco affilato a piombare sul capo dei potenti, strappandone i vani pennacchi -apicem / crest-, anche se l’espressionistico bleeding -sangue che cola-, non può trovare spazio nella misura rattenuta della sentenziosa chiusa del poeta augusteo) e, in secondo luogo, esplicitare le motivazioni che stanno dietro al riutilizzo dell’ode da parte del poeta irlandese. Innanzitutto balza agli occhi, mediante un semplice confronto con le quartine oraziane, come Heaney riassuma la prima del poeta latino nel fulmineo anything can happen d’esordio, e poi aggiunga di suo l’ultima, a chiusa finale. Insomma la -discutibile- "conversione" del tiepido credente Orazio che abbandonerebbe la filosofia (epicurea…) ["Parcus deorum cultor et infrequens, / insanientis dum sapientiae / consultus erro, nunc retrorsum /vela dare atque iterare cursus / cogor relictos..."], fronte ad un portento di origine divina quale un potentissimo fulmine a ciel sereno -Giove, appunto, tonante a sconvolgere gli stessi Inferi- ["... namque Diespiter / igni corusco nubila dividens / plerumque, per purum tonantis / egit equos volucremque currum / quo bruta tellus et vaga flumina, / quo Styx et invisi horrida Taenari / sedes Atlanteusque finis / concutitur...], non prima peraltro di abbandonarsi, in chiusa, ad una meditazione, di sapore appunto moralistico-filosofico, sull’instabilità delle fortune terrene, che, analogamente, passano dal sereno alla rovina, senza preavviso ("…Valet ima summis / mutare et insignem attenuat deus, / obscura promens; hinc apicem rapax / Fortuna cum stridore acuto / sustulit, hic posuisse gaudet") da Heaney è fulmineamente riassunta con l’altrettanto fatalistico "tutto può succedere" (è cronaca statunitense d’oggi: non c’è previsione del tempo che salvi dall’uragano Katrina), ripetuto due volte, in posizione incipitaria anche all’ottavo verso, a costituire la vera morale, ovvero l’irragionevolezza a-divina del disastro naturale, dal terremoto di Lisbona ad oggi… Nel poeta contemporaneo però quest’evento non spinge ad una metanoia religiosa, ma porta ad una quartina di ulteriore contemplazione (non serenamente filosofica, ma in orrore) del disastro: suolo che cede, strutture che vacillano e non stanno più in piedi, fumo e cenere di un incendio al calor bianco che rende notte il giorno… Ma di che catastrofe sta parlando Heaney? E’ un evento naturale, o il rumore e il fuoco venuti dal cielo hanno un’origine più umana? Non a caso la poesiola è stata riproposta l’ 11 settembre 2005: ché Heaney l’aveva composta nei giorni immediatamente seguenti al disastro dell’ 11 settembre 2001, con le Twin Towers in fiamme colte dal cielo dal becco, affilato sulla coramella, di un Fato sotto forma di aereo, con cui, seppure in nome di un Dio alieno, si voleva fulminare un’empia società, se non convertirne i parci deorum cultores et infrequentes, e promuovere uno sconvolgimento "a spaventare chi è in alto, ad appuntare l’attenzione su chi è dimenticato". Quel "Ground" che cede è Ground Zero, la costa Atlantica improvvisamente dal Portogallo passa ad indicare New York, "le cose più alte" -i grattacieli appunto- si ritrovano capovolte, e l’immagine straniantemente domestica della pentola che bolle e solleva il coperchio (il coperchio del Diavolo,che, nel tempo, ha potuto affinare le sua capacità?) contrasta con le dimensioni titaniche dello sconvolgimento del cielo (questa, nelle parole dello stesso Heaney, l’origine di quest’ispirazione fulminante: "c’era una corrispondenza inquietante fra le parole valet ima summis mutare et insignem attenuat deus, e le immagini oniriche e ferali delle Torri Gemelle del World Trade Center attaccate e abbattute; e c’era un parallelo analogamente inquietante fra il riferimento alla dea predace come rapax fortuna e la fatalità dell’attacco terroristico, poiché l’irruzione della morte in quel mattino a Manhattan produsse non solo un dolore che oscurò il mondo per tante famiglie e amici delle vittime, ma ebbe anche l’effetto di oscurare il futuro con la prospettiva di ritorsioni altrettanto mortali"). L’ awe and terror che, a loro volta, provarono Heaney, gli statunitensi e il mondo occidentale intero non sono più quelli oraziani, a rimandare ad un’imperscrutabile divinità: il segnale -umano, troppo umano- giunto dal cielo strappa al poeta "the voice of an individual in shock at what can happen in the world": tutto può succedere appunto (il timor religioso a mutarsi in timore puro e semplice: così, sempre Heaney: "la frase «tutto può succedere» potrebbe essere una traduzione appropriata per il secolo XXI del latino «valet… deus», in quanto esprime le improvvise casuali desolazioni degli anni iniziali del nuovo millennio"), anche che gli USA siano attaccati in casa propria (e il rumore dei tuoni si sente sino in Italia, anche se il cielo, ormai, non è più clear, blue, ma da quattro anni, ormai, incombono nuvole pesanti…); proprio questi,appunto, sono i temi(in connessione anche con la guerra irakena: e, come è stato scritto da H., il poema oraziano di 2000 anni or sono potrebbe essere stato scritto nella Bagdad dei nostri giorni) che, da intellettuale, Heaney tenta di articolare nel saggio che accompagna la poesia (Anything Can Happen: A Poem and Essay, 2004: libriccino i cui proventi sono stati donati ad Art for Amnesty , accompagnato da una serie di traduzioni nelle lingue più diverse, dall’Afrikaans, all’arabo, dal gaelico al cinese…). Saggio di cui, recentemente, Il Giornale ha proposto un estratto, qui più volte richiamato, proprio in anticipazione dell’uscita presso Interlinea ("Se la poesia ha una virtù, sta nella sua capacità di farci riprendere i sensi in relazione a quel che accade dentro e fuori di noi. In quanto esseri umani, desideriamo questa realizzazione, e una delle prove più palesi di questo desiderio è stata la ricerca, generale e urgente, in seguito all’11 settembre, di poesie che fossero all’altezza del momento. Io ebbi la ventura di ricordare un’opera del passato apparentemente capace di reggere il confronto con la realtà brutale di quei giorni e della pietà e tenerezza che suscitò. Un’opera, peraltro, che i civili sotto le bombe potrebbero riconoscere come una sorta di rifugio per la mente, se non per il corpo. Un’opera che perlomeno continua a difendere il suo terreno artistico anche mentre le macerie crollano. È una poesia tremenda, nel senso letterale della parola. Tratta della terra tremens, il contrario della terra firma. Del tremore che scende fin nelle fondamenta della terra quando rimbomba il tuono, e del tremito di paura che afferra l’intimo dell’individuo che lo percepisce"). Traduzione (seppur parziale) e ri-creazione, quella di Heaney, non per aemulatio ma per una sorta di sorpresa irrazionale (H. ha parlato, in prop. appunto di poetry’s covenant with the irrational),un’ispirazione che piomba fulminea da un cielo di duemila anni or sono, timore e tremore, a minacciare e far pensare, e che, a sua volta, si ri-apre alle più svariate traduzioni/traditiones: voci che mutano e reinterpretano. Modi di ripensare e rideclinare il ‘classico’.

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Wojtyla (Pars Altera): il papa poeta

14 Aprile 2005 Commenti chiusi

Al poeta russo (già “del -più o meno tollerato- dissenso”) Evgenij Evtushenko -nonché, da qualche anno,docente di Russian Poetry & Prose e Russ-European Cinema all’Università di Tulsa, Oklahoma, USA- recentemente è stato attribuito il Premio Grinzane per la Lettura 2005, per l?attualità delle sue poesie: ed in effetti, per non citare che le ultime, ha scritto su Beslan, sullo tsunami, etc. Anche se, negli USA, di norma preferisce reading in russo, dichiarandosi riluttante a recitare le proprie poesie in inglese, a causa di quanto, inevitabilmente, è ‘lost in translation’, qui in Italia, le poesie dell’ultrasettantenne poeta sono note anche al grande pubblico nelle traduzioni che di tanto in tanto compaiono come una sorta di commento, meditazione poetica su fatti d’attualità. Recentemente (Repubblica, 9 Aprile) ha scritto sul papa, e non casualmente ne sottolinea la natura, nel contempo di ‘poeta e prete di Polonia’: ‘Il poeta e prete di Polonia / non poteva eliminare tutto quel che è greve / ma pare a me che a modo suo / lui abbia fatto, forse, di più /di quanto non abbia creduto lui stesso”. (…) “Nella Sodoma della politica, e dei soldi, / quando non c´è più nessuno che non si compri, /il poeta è un prete segreto / e il prete gioioso è poeta’. Preti poeti, nella storia del papato, non ve ne sono stati poi molti, prima di Wojtyla, e del resto si pensi a come il cardinale di Rouen, Guglielmo Estouteville, tentava di contrastare, in un conclave di parecchi secoli fa, la candidatura al soglio pontificio di Enea Silvio Piccolomini (il futuro Pio II): ‘In che modo un povero diavolo potrà risollevare la Chiesa in difficoltà, un malato una malata? (…) Qual è la sua cultura? Vogliamo mettere un poeta sulla cattedra di Pietro? Vogliamo governare la chiesa secondo le istituzioni pagane’ (trad. Eugenio Garin; dai Commentarii rerum memorabilium, 1.36.6: “Pedibus laborantem et pauperem nobis pontificem dabis? Quomodo relevabit inopem Ecclesiam inops, aegrotantem aegrotus? (…) Quae sunt in eo litterae? Poetamne loco Petri ponemus, et gentilibus institutis regemus Ecclesiam”?”). Com’è noto, tale diffidenza nei confronti della cultura classica storicamente fu perdente e, già all’epoca, era battaglia di retroguardia, tanto che, in tempi relativamente recenti, il papato ha potuto vantare un prolifico papa-poeta in latino quale Leone XIII (cfr. J.Bach, a c. di, Leonis XIII PM Carmina, Inscriptiones, Numismata, Colonia, 1903), cui, tra l’altro, si deve un’eloquente perorazione dell’importanza della tradizione classica (ad maiorem dei gloriam, s’intende): cfr. l’esordio della sua enciclica Urbanitatis Veteris [20/11/1901 - non a caso rivolta alla chiesa latina in Grecia, in occasione della fondazione di un seminario ad Atene]: “La Grecia, ornamento della civiltà antica e madre di tutte le arti, anche dopo così tante sfortune nei propri affari e così grande varietà nelle proprie fortune, nondimeno non è affatto invecchiata nella memoria e nell’ammirazione degli uomini. In verità, nessuno è così incivile da non restare colpito, riflettendo sulla sua grandezza e sulla sua gloria. Nel caso nostro, risiede nel Nostro spirito non solo un ricordo unito ad ammirazione ma un vero amore, pur esso risalente a molto tempo addietro. Fin dalla Nostra gioventù infatti abbiamo sempre ammirato la letteratura ionica e attica, e soprattutto quella scienza che si occupa della ricerca della verità in cui i più eminenti filosofi della vostra nazione hanno giocato un ruolo a tal punto influente che la mente umana non sembra sia stata in grado di procedere oltre mediante la sola luce della natura. Quanta stima Noi abbiamo di questa sapienza dei Greci si può arguire con sufficiente chiarezza dalla diligente e molteplice sollecitudine da Noi esercitata dall’alto ufficio del Nostro Pontificato nel restaurare e render nota la filosofia del Dottore Angelico. Infatti, se coloro la cui istruzione e insegnamento siano stati seguiti nell’attingere saggezza a buona ragione ricevono una larga parte della gloria dovuta ai saggi, giudichiamo che il vostro Aristotele ha certamente ricevuto onore dal fatto che Noi abbiamo onorato san Tommaso d’Aquino, certamente il più eminente tra i discepoli e i grandi successori di Aristotele”.

E’ singolare notare come, circa un secolo dopo, un altro papa-poeta, Wojtyla, formato secondo la medesima tradizione classica in un piccolo ginnasio polacco, a Wadowice, abbia impostato la valorizzazione dell’eredità greca e latina sostanzialmente lungo le medesime linee, secondo una linea mantenutasi immutata durante tutto il XX secolo [così infatti p.e. anche Giovanni XXIII nell'incipit della costituzione apostolica de latitinatis studio provehendo del 1962, "Veterum sapientia": "Veterum Sapientia, in Graecorum Romanorumque inclusa litteris, itemque clarissima antiquorum populorum monumenta doctrinae, quasi quaedam praenuntia aurora sunt habenda evangelicae veritatis [...] Ecclesiae enim Patres et Doctores, in praestantissimis vetustorum illorum temporum memoriis quandam agnoverunt animorum praeparationem ad supernas suscipiendas divitias [...] ex quo illud factum esse patet, ut in ordine rerum christianarum instaurato nihil sane perierit, quod verum, et iustum, et nobile, denique pulchrum ante acta saecula peperissent.Quam ob rem Ecclesia sancta eius modi sapientiae documenta, et in primis Graecam Latinamque linguas, sapientiae ipsius auream quasi vestem, summo quidem honore coluit” ["L'antica sapienza, racchiusa nelle opere letterarie romane e greche, e parimenti i più illustri insegnamenti dei popoli antichi devono essere ritenuti quasi aurora annunziatrice della verità del Vangelo [...] Infatti i Padri e Dottori della Chiesa riconobbero in questi antichissimi e importantissimi monumenti letterari una certa preparazione degli animi a ricevere la celeste ricchezza [..] da ciò appare chiaramente che, con l’avvento del Cristianesimo, non è andato perduto quanto di vero, di giusto, di nobile e anche di bello i secoli trascorsi avevano prodotto. Per la qual cosa la Santa Chiesa ebbe sempre in grande onore i documenti di quella sapienza e prima di tutto le lingue Latina e Greca, quasi veste aurea della stessa sapienza”].
Solo qualche giorno fa, del resto, il prof. Giovanni Reale ricordava sulle pagine de Il Sole 24 ore (10-04-2005, pag.29: “Karol e Aristotele”) che Wojtyla amava grandemente Aristotele, e, tra un viaggio e l’altro, “si riposava leggendo la Metafisica (…), sottolineando e annotando i testi” (quasi a ribadire, anche nella prassi, la “perenne validità della metafisica”, da Platone e Aristotele sino a S.Agostino -e alla Summa dell’Aquinate-: cfr. lettera privata a Reale di W. del 10-11-94): del Wojtyla “filosofo” del resto, molto si sa proprio grazie a Reale e agli sforzi editoriali di Bompiani per divulgare la sua opera in italiano ["la filosofia wojtyliana si muove certamente nel solco della tradizione classica, e in particolare aristotelica-tomista, ma essa viene arricchita, da un lato, con l'esperienza della mistica carmelitana e, dall'altro, con gli strumenti della fenomenologia husserliana e scheleriana. L'attenzione e l'analisi sono rivolte soprattutto all'uomo come soggetto conoscente e libero", così Reale nell'introdurre K.Wojtyla Metafisica della persona. Tutte le opere filosofiche e saggi integrativi, Bompiani, 2003], ed è sintomatico che -di contro a un panorama accademico permeato di “ragione debole” e “limiti dell’interpretazione”- Wojtyla rimarchi per la ricerca scientifica (di cui la Cattolica di Milano, ovviamente, è un bastione…) la vocazione alla “ricerca della Verità” (del resto, per la Chiesa, “Quid est veritas?”, se non l’anagrammatica risposta che avrebbe potuto esser porta da Gesù a Pilato: “est vir qui adest“…), che per il Cristianesimo affonda le sue basi, attraverso la sintesi patristica, nei “valori della filosofia antica”, specialmente negli “ambiti del sapere (…) teologico e antropologico”: cfr. lettera privata di W. del 24-06-04).
Considerazioni che erano state enunciate da Wojtyla in maniera articolata nell’enciclica del 1998 Fides et Ratio: “La filosofia moderna, dimenticando di orientare la sua indagine sull’essere, ha concentrato la propria ricerca sulla conoscenza umana. Invece di far leva sulla capacità che l’uomo ha di conoscere la verità, ha preferito sottolinearne i limiti e i condizionamenti.Ne sono derivate varie forme di agnosticismo e di relativismo, che hanno portato la ricerca filosofica a smarrirsi nelle sabbie mobili di un generale scetticismo. Di recente, poi, hanno assunto rilievo diverse dottrine che tendono a svalutare perfino quelle verità che l’uomo era certo di aver raggiunte. La legittima pluralità di posizioni ha ceduto il posto ad un indifferenziato pluralismo, fondato sull’assunto che tutte le posizioni si equivalgono: è questo uno dei sintomi più diffusi della sfiducia nella verità che è dato verificare nel contesto contemporaneo”; oppure, relativamente al ruolo della tradizione filosofica classica, all’interno di una (discutibile) concezione evoluzionistica del fenomeno religioso, ibidem: “Uno degli sforzi maggiori che i filosofi del pensiero classico operarono, infatti, fu quello di purificare la concezione che gli uomini avevano di Dio da forme mitologiche. Come sappiamo, anche la religione greca, non diversamente da gran parte delle religioni cosmiche, era politeista, giungendo fino a divinizzare cose e fenomeni della natura. I tentativi dell’uomo di comprendere l’origine degli dei e, in loro, dell’universo trovarono la loro prima espressione nella poesia. Le teogonie rimangono, fino ad oggi, la prima testimonianza di questa ricerca dell’uomo. Fu compito dei padri della filosofia far emergere il legame tra la ragione e la religione. Allargando lo sguardo verso i principi universali, essi non si accontentarono più dei miti antichi, ma vollero giungere a dare fondamento razionale alla loro credenza nella divinità. Si intraprese, così, una strada che, uscendo dalle tradizioni antiche particolari, si immetteva in uno sviluppo che corrispondeva alle esigenze della ragione universale. Il fine verso cui tale sviluppo tendeva era la consapevolezza critica di ciò in cui si credeva. La prima a trarre vantaggio da simile cammino fu la concezione della divinità. Le superstizioni vennero riconosciute come tali e la religione fu, almeno in parte, purificata mediante l’analisi razionale. Fu su questa base che i Padri della Chiesa avviarono un dialogo fecondo con i filosofi antichi (..)”.
Più interessante, comunque, del Pontefice ex cathedra ricordato, forse un po’ troppo pro domo sua, da Reale, mi pare invece il Wojtyla poeta, cui sorgono spontanee alla bocca formule e citazioni classiche, assorbite fin dalla gioventù, nel momento di dare concreta espressione come artifex a quanto teorizzato come pontifex.
Si pensi infatti alla Lettera agli Artisti, del 1999, ingiustamente trascurata, forse perché, a livello speculativo, un po’ rétro: “L’artefice (…) utilizza qualcosa di già esistente, a cui dà forma e significato. Questo modo di agire è peculiare dell’uomo in quanto immagine di Dio” (…) “Nell’arte egli trova una dimensione nuova e uno straordinario canale d’espressione per la sua crescita spirituale. Attraverso le opere realizzate, l’artista parla e comunica con gli altri. La storia dell’arte, perciò, non è soltanto storia di opere, ma anche di uomini. Le opere d’arte parlano dei loro autori, introducono alla conoscenza del loro intimo e rivelano l’originale contributo da essi offerto alla storia della cultura”; ed ancora, richiamandosi alle radici classiche di questa concezione di bellezza artistica: “Lo avevano ben capito i Greci che, fondendo insieme i due concetti, coniarono una locuzione che li abbraccia entrambi: kalokagathía, ossia _bellezza-bontà_. Platone scrive al riguardo: ‘La potenza del Bene si è rifugiata nella natura del Bello’ [Filebo, 65A]. (…) Ogni forma autentica d’arte è, a suo modo, una via d’accesso alla realtà più profonda dell’uomo e del mondo. Come tale, essa costituisce un approccio molto valido all’orizzonte della fede (…) La Chiesa ha bisogno, in particolare, di chi sappia realizzare tutto ciò sul piano letterario e figurativo, operando con le infinite possibilità delle immagini e delle loro valenze simboliche”.
Ed è proprio su questo piano simbolico che Wojtyla, papa poeta, anche recentemente si è espresso quale artista, in particolare, come si è detto, nel Trittico Romano, attingendo, oltre che alle Scritture -veicolate, del resto, fino a tempi recenti, dal latino della Vulgata- ad una tradizione classica latina consapevolmente assimilata e filtrata attraverso la propria sensibilità cristiana.

“Guarda la bottega dell’orefice. Che arte singolare. Fare oggetti capaci di provocare riflessioni sulla sorte umana. Per esempio gli orologi, dorati dall’orefice, misurano 1′infinito e insegnano che ogni cosa muta, che ogni cosa fugge, perisce” La bottega dell’orefice, Wojtyla, 1960
[cfr. "L'univers m'embarrasse, et je ne puis songer / Que cette horloge existe et n'ait pas d'horloger." Voltaire Les Cabales, 1772]