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Archivio Luglio 2003

la "Lisistrata" di Aristofane e la guerra in Iraq

28 Luglio 2003 Commenti chiusi

Recentemente, durante i giorni caldi prima dello scoppio della Guerra in Iraq, si è potuta osservare, ancora una volta, la suggestione che le commedie di Aristofane non cessano di esercitare sulla sensibilità di noi contemporanei.
Lunedì 3 Marzo, infatti (nb: la guerra ebbe inizio poco dopo,il 19/3) è stato organizzato un happening mondiale (all?insegna del motto ?Think globally, act locally?) con la rappresentazione/lettura contemporanea in 919 località di 56 paesi diversi della “Lisistrata” di Aristofane, allo scopo primario di protestare contro l?intervento statunitense in Iraq, in maniera non violenta. Tra i partecipanti, p.e. a Londra J.Fiennes (“Shakespeare in Love”) e Alan Rickman (“Harry Potter”), mentre a New York Kevin Bacon (?Hollow Man?)e F.Murray Abraham (?Amadeus?).
I promotori (statunitensi: due attrici newyorkesi Kathryn Blume and Sharron Bower) dell?happening, chiamato Lysistrata Project, mantengono tuttora attivo il sito dell?iniziativa (http://www.lysistrataproject.com), ed è stato girato un video durante le performances.
Un dettagliato dossier (in inglese) sul background ideologico della manifestazione e sulle eventuali attività didattiche da sviluppare a partire dalla Lisistrata si può trovare in http://lysistrata.chonny.com/lys_studyguide.pdf.
Alcuni gruppi danesi che hanno aderito all?iniziativa, fedeli alla lettera del testo aristofaneo, hanno addirittura invitato le mogli di coloro che appoggiassero la guerra ad intraprendere uno sciopero sessuale?
Qualche osservazione a posteriori, in proposito, in questo dopoguerra che sembra prolungarsi indefinitamente?: il fascino, peraltro, dell?utopia di una pace imposta pacificamente ai potenti del mondo dalle donne, permane immutata nel tempo?
In particolare, la questione del presunto ?pacifismo? di Aristofane è stata molto discussa dalla critica, e certo sarebbe fuorviante presentare all?opinione pubblica Aristofane come tout court pacifista, anche se, sin dai tempi di Gilbert Murray (in part. Aristophanes: A Study. Cambridge: Oxford University Press, Inc. 1933: un toccante elogio del ?pacifismo? di Aristofane, scritto, non a caso, al termine della sanguinosa prima guerra mondiale, da un prestigioso esponente dell?area liberal [1866-1957], Regius Professor ad Oxford ed esponente di punta dei cosidd. ?Ritualisti di Cambridge?, nonché pacifista, attivo promotore della costituzione della Società delle Nazioni, di cui fu chairman), una certa vulgata, penetrata anche in talune letterature di uso scolastico ed estremamente viva nelle riprese/adattamenti teatrali della ?Lisistrata? che si sono moltiplicati, soprattutto dal ?68 in poi, converge verso tale (scarsamente convincente) posizione.
E? bello, comunque, dopo questo doveroso caveat, citare le parole dello stesso Murray, a chiosa della propria interpretazione della ?Lisistrata?, nell?opera succitata: ?The Lysistrata has behind it much suffering and a burning pity. Aristophanes had more than once risked his civic rights and even his life in his battle for peace, and is now making his last appeal. It is owing to this background of intense feeling that the Lysistrata becomes not exactly a great comedy, but a great play, making its appeal not to laughter alone but also to deeper things than laughter?.

Aristofane contro i giudici?!? (sull’attualità politica della Commedia Attica)

25 Luglio 2003 Commenti chiusi

…a margine della recente rappresentazione delle “Vespe” di Aristofane al teatro greco di Siracusa, nell’ambito della manifestazione annuale organizzata dall’ INDA (Istituto Nazionale del Dramma Antico: www.indafondazione.org), si è verificato un sintomatico botta/risposta relativo alle strumentalizzazioni a fini politici delle opere del commediografo (nel caso: una polemica contro gli eccessi giustizialisti di certa magistratura, come direbbe il Cavaliere…): è interessante in proposito però notare p.e., l’anno scorso, analoghe schermaglie (ma “da destra”), relative alla rappresentazione delle “Rane” di Aristofane ad opera di Luca Ronconi (un dossier sulla vicenda, come attacco a Berlusconi in: http://quattrostracci.altervista.org/SforzaItalia/tentativ.htm).
Sull’inesausta attualità politica di Aristofane (ovvero: sulle riprese a fini politici, nelle varie epoche, delle sue commedie, più o meno “attualizzate” e certo non “filologicamente corrette”… fin dai tempi del celebre tragico francese Racine, nel 1688, con il suo tentativo comico “Les Plaideurs”, ispirato appunto alle “Vespe”: Racine che, nella sua Preface, appunto scrive, con molto più buon senso di tanti contemporanei: “Pour moi, je trouve qu’Aristophane a eu raison de pousser les choses au delà du vraisemblable. Les juges de l’Aréopage n’auraient pas peut-être trouvé bon qu’il eût marqué au naturel leur avidité de gagner, les bons tours de leurs secrétaires, et les forfanteries de leurs avocats. Il était à propos d’outrer un peu les personnages pour les empêcher de se reconnaître. Le public ne laissait pas de discerner le vrai au travers du ridicule ; et je m’assure qu’il vaut mieux avoir occupé l’impertinente éloquence de deux orateurs autour d’un chien accuse, que si l’on avait mis sur la sellette un véritable criminel, et qu’on eût intéressé les spectateurs à la vie d’un homme”)
NB: da notare che ultimamente il prestigioso INDA è purtroppo stato oggetto di scandali finanziari e inchieste (si legga il salace e …aristofanico dossier in http://www.sistemia.it/isoladeicani/gennaio99/baccanti.htm), e, l’anno scorso, il neo-direttore Walter Le Moli è stato sostituito dall’attuale, Salvatore (Turi) Vasile (nomina osteggiata dalle sinistre). All’articolo sull’”Unità”, sarà sua, appunto, la replica):

“Le vespe” a Siracusa. Sui giudici ateniesi il sospetto è più che legittimo. In scena a Siracusa “le Vespe”: fuori contesto hanno il senso di un attacco ai giudici. Ecco Aristofane come piace a Previti
Il crepuscolo scende lentamente sulla cavea del teatro greco di Siracusa incorniciata dai maestosi alberi. Lo scenario è solenne, studiato per rappresentare del vivere le varie angolature: le pietre porose rifrangono le voci e la luce, ma il messaggio si degrada, viene alterato. Come? Parlare di giudici al tempo di Aristofane non è come parlarne oggi. Nulla è il messaggio senza il suo contesto.
Nel 422 A.C. quando Le Vespe furono scritte processi ad Atene erano affidati interamente ai giudici popolari. Già ben pagati, lo furono ancor di più dopo l’aumento deciso da da Cleone, uno dei più potenti uomini politici. Rarissima l’imparzialità, frequentissima la molla mercenaria che allettava i ministri del potere giudicante: del condannato i giudici arrivavano a spartirsi i beni. Nel 2003 in Italia le mani dei giudici sembrano legate da lacci visibili e invisibili: sospettati “legittimamente”, sono costretti a fermarsi dinanzi a immunità neolegittimate. Criticarli ora con le parole di 2400 anni fa significa assimilare i periodi storici, smarrire il peso dei fatti nella nebbia della memoria, confidando su chi i fatti ignora o finge di ignorare. Significa inchiodare i giudici di tutti i tempi a una condanna senza appello: “Siete tutti corrotti”.
Una scelta eloquente.
Le Vespe non erano mai state rappresentate a Siracusa dove dal 1914 vanno in scena ogni anno le classiche rappresentazioni. E pare che, addirittura, quella in corso sia una prima mondiale. Non ci sono precedenti nella cosiddetta “modernità”. L’idea nasce con la recentissima gestione che vede da poco meno di un anno Turi Vasile (della corte di Marcello Dell’Utri e nessun mistero sulle sue simpatie di destra), alla presidenza dell’Inda, l’Istituto Nazionale del Dramma Antico. E viene realizzata dal regista renato Giordano. La scelta, dunque, ha avuto il suo peso, ma una volta fatta ci si interroga come è stato attuato il messaggio, privo di senso sarebbe altrimenti volgersi al passato. La scelta, va da sé, ha il sapore di una difesa, se non di un omaggio, nell’interesse di chi si dice oggi in Italia perseguitato e vittima di complotti. Insomma, un gesto di gratitudine, compiuto si direbbe nella convinzione che ai sedicenti perseguitati faccia piacere la messa alla berlina dei loro presunti persecutori. Già in una delle tragedie, rappresentate a Siracusa prima della commedia Le Vespe, il tema della giustizia corrotta aveva fatto la sua comparsa. Sul finire delle Eumenidi, lì dove si esaltano democrazia e stato di diritto, all’improvviso si è visto il coro, composto dai cittadini ateniesi, prorompere in una risata possente, ironica, di scherno, come se dicesse al pubblico: “Siete tutti illusi, in altro modo gira il mondo”.
Nelle Vespe il tema è centrale. Il protagonista anziano Filocleone ha la mania dei processi e quando incalzato dal figlio, Schifacleone (sui nomi Aristofane non faceva giri di parole), deve illustrare i vantaggi dell’essere giudice diventa esplicita la mira del facile e cospicuo guadagno.
Ma attenzione, il figlio che critica padre, lo contrasta rilanciando. In una modesta rappresentazione del conflitto generazionale, gli rimprovera di aver guadagnato poco, perché tutti i soldi sono in mano ai potenti. I giudici sono al servizio dei potenti e ne ricavano solo quattro briciole. Tanto vale non giudicare, darsi al bere e alle gozzoviglie. Fin qui la lettura del testo ad uno solo dei suoi livelli, quello che la rappresentazione siracusana consente di cogliere (siamo ben lontani dall’avvertenza del grecista Albini: “I testi greci antichi sono uno specchio a doppio e triplo fondo?”)
E, appunto, ci si chiede: non poteva il regista, adeguandosi al mutare del periodo storico, spargere il seme dell’ironia? Prendendo a bersaglio assieme ai giudici, cioè le petulanti e dannose Vespe, anche i giudicati? Sbeffeggiando assieme ai testimoni, che rischiano di scarseggiare tale la mole di processi, anche gli accusati, e magari anche qualche accusato eccellente che insiste a definirsi vittima? Nulla. Ancora, se si accetta con Aristofane che i giudici sono il braccio destro dei potenti, perché oggi ci si dà tanto da fare per non celebrare i processi? Chissà, forse è sempre meglio non rischiare? Interrogativi, questi, che a Siracusa restano chiusi nell’urna delle secolari pietre.
Il testo, infatti, sembra essere rimasto inalterato se non per la reiterata introduzione del termine “minchia”, cioè “pene” in siciliano, assente dalla traduzione di Raffaele Cantarella.
Voleva “I Persiani”
La regia, che non ha espresso grande predilezione per la realizzazione delle Vespe – “io volevo fare i Persiani”, dice Giordano – sembra essere stata presa da da un qualche timore reverenziale dinanzi al testo, proponendo e interpretando nulla o quasi, e forse anche dinanzi agli attori. Pino Caruso non cattura del tutto nell’immagine del vecchio giudice ostacolato dal figlio (ci vuole una gran presenza per imporsi in uno spazio illuminato dalla luce del sole che trova come unico limite, in alto, la vastità del cielo) e la recitazione a tratti sembra procedere per inerzia. Al contrario, la scena si ravviva quando appaiono i canti e, sul finire, le danze.
Le musiche, quelle sì, recano il segno del regista. Seduzioni del sirtaki, chitarra greca, musica rom ellenica, atmosfere dei Dervisci turchi e i suoni di percussioni africane, violini, tamburi, tamburelli e scacciapensieri sono il vanto del regista. Sembrano, ancora, riecheggiare i mercati orientali, come se il mondo fosse un luogo dove tutto si vende e dunque, si può comprare. Ma in un’altra cosa Giordano innova, per la prima volta nel teatro greco compare una donna completamente nuda: è la flautista, la prostituta cui si accompagna il vecchio giudice ormai privo di toga e di processo.
Allietare il pubblico con musica, nudo femminile e qualche battuta un po’ più oscena è un bel contesto per prendere di mira i giudici. L’applauso nella Sicilia di oggi non può non partire. Giustizia e solennità riposino in pace tra le pietre mute.

Delia Vaccarello, “L’Unità”, 29 giugno 2003

Lettera di Turi Vasile a “L’Unità” in risposta a Delia Vaccarello

Signor Direttore,
domenica scorsa il Suo giornale ha pubblicato un articolo col vistoso titolo “Ecco Aristofane come piace a Previti” a firma di Delia Maccarello e dedicato allo spettacolo conclusivo della stagione di quest’anno al Teatro Greco di Siracusa. Con i Persiani e le Eumenidi di Eschilo, regia di Antonio Calenda, l’Istituto Nazionale del Dramma Antico, di cui recentemente ho assunto la presidenza, ha inteso rappresentare il tema della guerra evocato attraverso il dolore dei vinti e quello della giustizia sulla affermazione della certezza del diritto e della responsabilità personale del reo soccorso tuttavia dell’intervento di Atena, dea della ragione, per temperare il condizionamento subito, secondo Eschilo dall’uomo ad opera del Fato.
Il terzo spettacolo – le Vespe di Aristofane è tornato a trattare il tema della giustizia nell’applicazione fatta da magistrati talvolta condizionati dalle contraddizioni e dai limiti della natura umana. La satira di Aristofane, ben diversa dalla parodia e dalla caricatura che oggi ne usurpa la nobiltà, si estende anche a un conflitto generazionale tra padre e figlio e alla decadenza della vecchiaia, in questo caso interpretata mirabilmente da Pino Caruso col tono dolce e grottesco della nostalgia che sembra suggerita da una lirica di Mimnermo. Il regista Renato Giordano inoltre riuscendo a fare dello spettacolo un vero evento culturale, ha aggiunto la suggestione di musiche da lui stesso composte insieme con Stefano Saletti ed eseguite dal vivo. Con ciò egli ha proseguito la ricerca della antica musica sulla base di testimonianze scritte tra l’altro da Aristotele, intrapresa da Ettore Romagnoli, direttore artistico e compositore delle musiche dell’Agamennone di Eschilo con cui l’Istituto Nazionale del Dramma Antico, allora “Comitato”, iniziò la sua missione di recupero della Drammaturgia greca e della sua perenne attualità.
L’operazione di Giordano ha trovato conforto della partecipazione del pubblico che ogni pomeriggio gremisce sotto la sferza del sole le gradinate del Teatro Greco di Siracusa, applaudendo numerose volte a scena aperta e salutando con una ovazione la conclusione dello spettacolo.
In tutto questo Delia Maccarello ha colto soprattutto l’accanimento giustizialista di un giudice che considera sua missione non quella di giudicare equamente ma quella di condannare l’imputato, sempre, inesorabilmente, anche contro la eventuale evidente innocenza. La articolista attribuisce a questo particolare una intenzione faziosa e contamina la legittimità della critica con la volgarità dell’insinuazione.
Secondo lei, infatti, si tratterebbe di una operazione allusiva di recenti avvenimenti giudiziari nel senso, uguale e contrario, tra l’altro, delle Rane di Aristofane messe in scena l’anno scorso nello stesso teatro da Luca Ronconi. In quella occasione, addirittura a conferma di una aperta tendenziosità, si esposero gigantografie di Berlusconi, Fini e Bossi, subito fortunatamente rimosse. Noi quest’anno non abbiamo avuto il cattivo gusto di esporre gigantografie di Borrelli, Boccassini e Caselli, perché ci siamo limitati a rappresentare il testo di Aristofane. Il pubblico ne ha tratte proprie e varie considerazioni e il merito va attribuito all’autore e alla sapiente regia risultata assai gradevole di Renato Giordano, e non come l’articolista riferisce, a un mio suggerimento nella mia qualità di “uomo di destra appartenente alla corte di Dell’Utri”. Si dà il caso che io non ho mai conosciuto Dell’Utri se non di nome e tanto meno ho avuto l’occasione di essere ricevuto nella sua corte. Confesso però che mi piacerebbe intrattenere con lui rapporti sul piano squisitamente culturale, del quale egli ha, mi dicono, competenza.
Le sarò grato, signor Direttore se vorrà pubblicare integralmente questa mia lettera, voglia intanto gradire i miei cordiali saluti.

Turi Vasile, Presidente INDA, 3 luglio 2003

Risponde Delia Vaccarello:
La rappresentazione di un’opera scritta nel 422a.c. ci invita a leggere l’attualità grazie al confronto con ciò che succedeva allora. Confrontare i contesti è illuminante per cogliere i messaggi. Mi sono limitata a interpretare il senso di questa riproposizione. Non ho parlato di allusioni, convinta che ci si riferisce all’oggi facendo un’operazione culturale, la quale non può dirsi tale se non si inserisce nel contesto vitale dei nostri giorni. Di cultura, se la cultura è viva, ci si nutre. Insinuazione volgare (vulgaris)? Interpretazione condivisibile allora.
Cari saluti, Delia Vaccarello.

A commento finale, non mi so trattenere dall’osservare che le commedie del primo Aristofane (ma non solo, cfr. su Questotrentino una riflessione sul Cavaliere a partire dal “Pluto”: http://www.questotrentino.it/2001/08/Lettera_Tosi.htm) continuano, nei secoli, a spronare i lettori alla demistificazione del potere costituito, contro i demagoghi di ogni epoca… (Berlusconi/Paflagone incluso…).

Un’azienda di cittadini ateniesi…

22 Luglio 2003 1 commento

Ecco recensione di un libro, recentemente pubblicato: ?Un?azienda di cittadini: cosa la prima democrazia del mondo [i.e. Atene] insegna ai capi riguardo alla creazione di grandi organizzazioni?.
[rec. originale su: http://www.princeton.edu/pr/pwb/03/0519/3a.shtml

A company of citizens : what the world’s first democracy teaches leaders about creating great organizations / Brook Manville, Josiah Ober. Boston, Mass. : Harvard Business School Press, c2003.
Ancient Athens provides a model for the contemporary workplace
By Cynthia Yoder

Princeton NJ — Classical history scholars may not seem the most likely candidates to write a book on the modern workplace. But Princeton professor Josiah Ober and co-author Brook Manville have done just that, demonstrating that ancient Athens can serve as a model for potentially powerful organizational practices.

Classics professor Josiah Ober has co-written a book that uses ancient Athens as a model for organizational practices and calls for greater democracy in the workplace.

In their new book, “A Company of Citizens — What the World’s First Democracy Teaches Leaders About Creating Great Organizations,” they suggest that greater democracy in the modern workplace could lead to the high levels of innovation and performance experienced by the self-governing city-state of Athens some 2,500 years ago during its Golden Age.

Ober is the David Magie ’97 Class of 1897 Professor of Classics at Princeton, and Manville is a chief learning officer at Saba Software and a former classics professor. Published by Harvard Business School Press, “A Company of Citizens” addresses businesses in democratic societies and suggests that business leaders approach their employees as “citizens.” The authors maintain that employees should be treated as free and equal members of the organization, echoing their experience in the larger culture. Consequently, employees would be invested in the company on personal and economic levels currently not experienced in most modern firms.

“Most organizations that exist tend to work against the assumptions of democracy,” said Ober, who has written several books on classical history and political theory. Current practice in the workplace assumes that whatever freedoms of self-governance employees enjoy in the larger society, they are expected to leave them in the umbrella bucket when they walk through the company door.

Beyond stockholding
Even though some employees may be stockholders in their company, they may not be invested politically in the company’s outcomes. When employees go to work, there often is the assumption that “now you are neither free nor equal; now you will take orders,” Ober observed.

The assertion of “A Company of Citizens” is that by allowing employees to exercise the types of freedoms and decision-making responsibilities they have gained in society within their company, organizations will enjoy greater innovation and productivity. With individuals participating in a “community” in which they feel personally invested, they can work together toward their own version of Athens’ Golden Age.

Ober said another advantage to the model is that citizen-employees may sacrifice personal gains for the good of the company. For example, citizen-employees who feel appreciated and satisfied may be willing to defer some material rewards in the form of higher pay and benefits if their company faces hard times. Employees may consider their pay package just one part of a bigger rewards package that includes the satisfaction of being part of an organization that allows them to be self-actualized rather than simply “cogs in a wheel.”

Citizens as decision-makers
“Athens’ citizens held the right to decision-making and the responsibility for carrying out decisions,” Ober noted by way of comparison. “They enjoyed not just immunities and rights, but duties, and they were enjoyable duties.”

These duties included voting in legislative assemblies, serving as members of huge juries and being elected to a citizens’ council. Of course, Athens’ rules for citizenship itself were flawed by modern standards — non-natives, slaves and women were denied citizenship. The authors acknowledge this fact as a possible Achilles’ heel for Athens, as citizenship of all people could have strengthened the city against its eventual overthrow.

Despite its flaws, the self-governance of Athens may sound like a Utopian ideal for businesses bent on profits. Yet it’s an ideal that worked to a high degree of success in Athens. Ober noted that the Athenian model doesn’t require human beings to be super-altruistic or so community oriented as to be uninterested in their own personal projects. It simply requires leaders to act less like autocrats and more like democrats.

Athenian ideals at Princeton
Furthermore, the ideal doesn’t exist only in the past. Although Ober said he doesn’t know of any companies that function on the level suggested by the Athenian model, he points toward Princeton University’s Faculty Advisory Committee on Appointments and Advancements as an example of the kind of self-governing function that individuals can have in an organization.

The “Committee of Three” oversees all faculty appointments and promotions and is elected by the faculty body. Despite its name, it has six voting and five non-voting members. And, as was true for ancient Athens, the Committee of Three runs on the interrelationship of three essential democratic values: individuality, community and accountability.

“As a member of this committee, you learn to trust the faculty,” commented Ober, who has served on the committee. “If the other faculty members don’t do their job, the committee doesn’t work.”

An essential component of the model of self-governance is trust, a behavior trait that may not emerge instantly within organizations. However, when it does develop over time, Ober said, “meetings won’t be about coffee and cookies, but about working together as a team for a common goal.”

Business leaders who pick up “A Company of Citizens” will find themselves at first steeped in ancient history, rather than immersed in a list of quick fixes. The authors describe the book as a “think piece” — not surprising, coming from two classical history scholars. Yet, the authors said they attempted to present the history as a clear, accessible lesson, offering thought-provoking questions to help leaders apply the model of citizenship to their own companies.

“Mr. Businessman or Ms. Businesswoman isn’t going to just drop this model into their business and say, ‘Fine, now it’s solved,’” Ober said. “Rather, it’s a way for business leaders to think about where they want their organizations to go and what kind of ideals they have for the people who work there.”

La percezione degli Italiani all’estero

19 Luglio 2003 Commenti chiusi

Ecco un articolo pubblicato sull’Observer del 9/7 con la mia risposta all’autrice: il tema della riflessione è la (distorta) percezione dell’Italia da parte anglosassone, fondata, a mio parere, su ignoranza e incomprensioni culturali.

‘From Pinocchio to Mussolini and now Berlusconi, it’s a story of lies’

Cristina Odone’s Diary

Every nation gets the leader it deserves. And Italy deserves Berlusconi. The Italian Premier is bully, braggart and buffoon rolled into one. He stands accused of avoiding paying millions in taxes and his government is pushing through an immunity law to save him from corruption charges. Now in his new role of leading the European Union he has sparked an international row with his Nazi jibe against a German MEP.

Yet, Silvio Berlusconi mirrors perfectly his countrymen’s view of themselves. It pains me, half-Italian, to say this. But look at the evidence.

The British since Shakespeare’s time have cherished Italy and Italians for their sunny climate and disposition, boundless artistic heritage, delicious food and sensual lovers. But, as contemporary chroniclers of Italian life from Luigi Barzini Jr to Tobias Jones have noted, ask any Italian what they think of their country and you will hear only criticisms: it is inefficient, polluted, cramped; the people are backward, lazy and arrogant.

It’s a self-hatred that stems from a history of invasions which required demeaning compromises on the part of the locals; the bitter division between a prosperous north and a struggling south; the suspicion that Italy is a pretend nation, ‘a geographical expression’ cobbled together into a fragile unit by exalted idealists little more than 100 years ago. Add to this bleak picture the disastrous war record since unification, and the dark days of fascism, and you can see why, on those rare state occasions when the national anthem, ‘Fratelli d’Italia’, is played, Italians refuse to rise to their feet, but instead fidget, whisper and look embarrassed.

Today’s Italian culture doesn’t exactly inspire citizens with pride; rather, it provides escapism or self-lacerating critiques. Italians watch an average four hours of TV a day (Berlusconi owns three of the main channels) and, apart from American imports, they will feast on banal quiz shows starring half-naked girls, and cookery programmes spiced with inane jokes. Bestsellers feature tales of drugs, Mafia, and corruption, and sport titles such as Italia Sporca (Dirty Italy) and Italia Ladra (Thieving Italy).

Even the country’s unrivalled cultural heritage fails to promote any sense of proud nationhood: the great visual masterpieces focus on God, Madonnas and – later – individuals; Dante’s La Divina Commedia focuses on heaven, hell and Florentine politics. Italians’ own favourite literary classic, I Promessi Sposi (The Betrothed) is a love story set in medieval times; and the most memorable character to emerge from Italian fiction is Carlo Collodi’s Pinocchio, a lying puppet.

From Pinocchio to Mussolini and now Berlusconi: it’s a logical progression of lies, boasts and posturing. Pinocchio pretended that he was a real child; Mussolini that he was the leader of an invincible army; Berlusconi that he is the Condottiere who galvanises his people into claiming a seat at high table in the international arena.

Italians, practised in this kind of carrying on, shrug cynically. What can you expect of a fellow Italian but that he should embarrass you in public? He’ll blow hot, then cold, puffing himself up with self-importance: but in the end, nothing changes. For even Berlusconi is not much worse than what came before him: there were no heroes to mourn, and no halcyon days to recapture with his overthrow. Recognising this, Italians embrace their future with fatalism. It means they’ll put up with a jerk who insults a nation in their name – but under the circumstances, their resignation is far less devastating than any fond hope of a better tomorrow”.

Risposta (‘codone@newstatesman.co.uk’)

Se Lei ha problemi con le sue ascendenze italiane (magari povere e sofferte, da discendente di emigrati, forzati a lasciare il proprio paese), dovrebbe, quantomeno, astenersi dal pubblicare un articolo così rozzo e semplificatorio quale il suo ‘From Pinocchio to Mussolini and now Berlusconi, it’s a story of lies’, sull?Observer di domenica 6 Luglio, dove, ad uso e consumo del grande pubblico inglese, traccia una caricatura del tutto superflua e, soprattutto ??peccato mortale? per una giornalista, quale lei è- banale, sulle caratteristiche del popolo italiano (?come se se ne potessero individuare di tali?).

Senza voler confutarLa in alcunché, ma solo perché indignatio facit versus (Giovenale, uno dei primi fustigatori dei mores italici?) vorrei sottolineare che l? Italia non è affatto una mera ?espressione geografica? (come avrebbe desiderato fosse Metternich), e l?amore di Patria alberga in moltissimi italiani, solo in maniera meno sciovinistica e plateale di altri popoli, proprio perché reduci da un?esperienza rovinosa quale quella del Fascismo, che, come Lei sa, utilizzò e manipolò le glorie di Roma antica? Quanto alle glorie guerresche, non penso ci sia da vantarsene: altra è la fama (artistica, culturale, naturalistica) per cui desidero il mio Paese sia amato e ammirato nel consesso delle Nazioni: ma certo il coraggio ?sfortunato- di chi lottò (e vinse) nella Prima Guerra Mondale e andò ad essere massacrato, con valore, ad El Alamein o in Russia oppure in azioni partigiane contro i nazisti dopo l?8 Settembre 1943, meriterebbe maggiore pietas.

Quanto alle bugie, per amor di patria (sic) sorvolerò su quelle americane (dai Padri Fondatori a Bush Junior?) e quelle inglesi (le ultime, quelle di Blair sulla guerra in IRAK): ma non sarebbe il caso di utilizzare, come replica, argomenti intitolabili ?Gli Hooligans e il Brutale Inglese nella storia? oppure ?1000 motivi per ringraziare Dio per non essere nati americani? (con elenco di argomentazioni, magari, preso in prestito dai cugini francesi?), non trova?

Se dalla TV poi, si dovesse giudicare un popolo, penso che una ben bassa opinione ci si farebbe degli Stati Uniti, oppure dalla Gran Bretagna giudicata dalla tribuna di tabloid come il Sun o il Daily Mirror?

Ignoro, infine, quali italiani Lei conosca o frequenti: le posso garantire, comunque, che, al di là di ogni spirito critico, gli italiani sono orgogliosi della loro patria anche se non soprattutto per i geni cui diede nascita, che attraverso le loro opere hanno dato lustro alla patria, da Dante a Michelangelo; da Leonardo a Verdi, etc. etc., e non esaltandola vanamente.

In breve, spero Lei sia in grado di leggere queste poche righe senza troppa difficoltà: io, in precedenza, non la conoscevo (in Italia Lei è del tutto sconosciuta, infatti), ma non mi sono fatto certo una buona impressione di una giornalista che, per volontà di essere brillante (..?smart??) abdica al proprio ruolo: far capire le cose.

Come Lei sa Pinocchio è un burattino che, alla fine, imparò a non mentire più (tra l?altro: MAI ?pretended that he was a real child?, semmai lo desiderava): così speriamo accada per i commenti ospitati sull?Observer, che imparino a non essere, a dirla semplicemente, ottusi e denigratori.

NB: I Promessi Sposi sono ambientati, non nel Medioevo, ma nel Seicento. Lei parla di cose che non conosce?

?Beata la nazione che non ha bisogno d?eroi? (e l?Italia, purtroppo, ne ha avuti molti?: si legga ?I Sepolcri? di Ugo Foscolo, come punto di partenza?)

Nico Narsi

[cattolico e di Sinistra, non certo Berlusconiano!].

PS: L?Italia non si identifica in Berlusconi, così come gli USA non si identificano in Bush e, molto probabilmente, l?intera Gran Bretagna in Blair