Archivio

Archivio Febbraio 2004

Casaubon e l’attualità della figura dello "scholar"

18 Febbraio 2004 2 commenti

…Oggi, nel 1559, nacque il grande filologo Isaac Casaubon, noto, tra l’altro, per la dimostrazione della non autenticità del Corpus Hermeticum (http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1&c=GYYQNAZ57OLPK).
Genero di Henri Estienne (http://www.girodivite.it/antenati/xvisec/_estienne_henri2.htm), di recente ha goduto di varie reincarnazioni letterarie: personaggio nel Pendolo di Foucault di Eco (1988) e di un libro del grecista Canfora (Convertire Casaubon, Adelphi, 2002): http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1&c=MQNX1IKD9TRSV), per non menzionare un altro Casubon, molto anteriore, in Middlemarch della Eliot, a proposito del quale Eco narra un interessante aneddoto, in una conferenza del 1996 (http://www.italianacademy.columbia.edu/pdfs/lectures/eco_author.pdf), che riporto per esteso:
“Let me come now to the Foucault’s Pendulum. I called Casaubon one the main character of my Foucault’s Pendulum, and I was thinking of Isaac Casaubon, who demonstrated that the Corpus Hermeticum was a forgery, and if one reads Foucault’s Pendulum one can find some analogy between what the great philologist understood and what my character finally understands. I was aware that few readers would have been able to catch the allusion but I was equally aware that, in term of textual strategy, this was not indispensable (I mean that one can read my novel and understand my Causaubon even though disregarding the historical Casaubon — many author like to put in their texts certain shibboleths for few smart readers). Before finishing my novel I discovered by chance that Casaubon was also a character of Middlemarch, a book that I read decades ago and which does not rank among my livres de chevet. That was a case in which, as a Model Author, I made an effort in order to eliminate a possible reference to George Eliot. At p. 63 of the English translation can be read the following exchange between Belbo and Casaubon:

“By the way, what’s your name?”
“Casaubon.”
“Casaubon. Wasn’t he a character in Middlemarch?”
“I don’t know. There was also a Renaissance philologist by that name, but we are not related.”

I did my best to avoid what I thought to be a useless reference to Mary Ann Evans. But then came a smart reader, David Robey, who remarked that, evidently not by chance, Eliot’s Casaubon was writing a Key to all mythologies. As a Model Reader I feel obliged to accept that innuendo. Text plus encyclopedic knowledge entitle any cultivated reader to find that connection. It makes sense. Too bad for the empirical author who was not as smart as his readers”.
[un caveat, questo, valido anche per talune sovrainterpretazioni a spese di autori dell'antichità classica, la cui intentio auctoris non può più essere, come qui Eco fa, ribadita, con tutte le limitazioni del caso :-) ]
E’ interessante, infine, notare, che recentemente A. D. Nuttall in Dead From the Waist Down: Scholars and Scholarship in Literature and Popular Imagination (Yale University Press, 2003) analizzando il declino della figura dell’intellettuale nell’immaginario collettivo, riprende proprio l’Edward Casaubon (sterile letterato in Middlemarch, figura del pedante), comparandolo alla figura di Isaac Casuabon (letterato in un’epoca in cui erano considerati ancora “Faustian magicians, dangerous and sexy.” [!]), nel suo esame del declino della figura dello “scholar”, dal Rinascimento ad oggi.
Nuttall conclude con un’aspirazione, che toto corde sottoscrivo e con cui mi piace concludere, cioè che il concetto di “scholarship“, seppur non più di moda, dal momento che spesso gli si preferiscono termini quali “intelligence” o “rightness”, possa mantenere nella società il proprio valore pregnante, in quanto “an altruistic reverence for truth, in all its possible minuteness and complexity”.

Ancora su Anomalo Bicefalo, Lisistrata ed Articolo 21

18 Febbraio 2004 Commenti chiusi

Aristofane non mise mai in commedia bicefali, anche se di certo nella sua commedia i ‘mostri’ (spesso narrati più che rappresentati) non mancano (cfr. Alan H. Sommerstein “Monsters, Ogres and Demons in Old Comedy” in Catherine Atherton (a c. di), “Monsters and Monstrosity in Greek and Roman Culture”, Nottingham Classical Literature Studies Midland Classical Studies vol. 6, Bari: Levante, 2002,pagg. 19-40)…
Senza menzionare, peraltro, la sua commedia Triphales (…trifallo :-) : e sappiamo come in taluni i due organi, phallos e ke-phalos si assomiglino pericolosamente :-) .
In un sito di informazione che prende il nome dal tanto bistrattato Articolo 21 (“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure” etc etc), si ritorna sull’Anomalo Bicefalo di Fo (http://www.articolo21.com/modules.php?name=News&file=article&sid=5579).
Ne cito un brano, come premessa a una breve considerazione: “Dario Fo, e di questo anche noi siamo convinti, è sempre più difficile, perché gli stessi protagonisti politici e le loro azioni sono esplicitamente paradossali, in grado di capovolgersi ipso facto nel loro contrario satirico e perfino macchiettistico, ma con l?aggravante di offuscare, con la loro cialtroneria, la vera natura della satira che affonda le radici nella tragedia. E? là che risiede la sofferenza concreta, frutto di una pessima politica di cui appunto la satira fa sberleffo, come insegna Aristofane, uno dei maestri di Fo. Non è un caso che il primo monologo di Franca Rame è tratto dalla Lisistrata dello stesso commediografo greco. L?altro maestro dichiarato è Molière da cui trae l?idea che “la satira obbliga a ridere e così si spalanca il cervello e si conficcano nella testa i chiodi della ragione”.
Io penso che Aristofane, al contrario, indubbiamente mette in scena più volte personaggi macchiettistici, a fine di satira routinière (si pensi ai vari bomolochoi delle sue commedia, oppure a certi personaggi che appaiono negli episodi postparabatici); è vero comunque che nella sua lotta contro Cleone, il demagogo allora al potere, il “bersaglio grosso”, Aristofane assume una posa eroica di colui che, unico, osa combattere e sfidare “il mostro” al comando di Atene (cfr. G.Mastromarco “L’eroe e il mostro (Aristofane, Vespe 1029-1044″, RFIC 117 (1989), pagg. 410-423).
La satira più che nella tragedia (ma forse qui, il giornalista, pensava al dramma satiresco) affonda le proprie radici dagli eventi che accadono nel reale, comicamente deformato: l’Atene di Aristofane del V sec., in questo, ha trovato paralleli e rispecchiamenti in innumerevoli altre società, nel corso del tempo (si pensi p.e. ai Plaideurs, unica commedia del “tragikòtatosRacine, ispirati alle Vespe dello stesso Aristofane).
E non a caso, allora, è la voce femminile della prima eroina comica a tutto tondo, Lisistrata, un vero “comic hero” alla Whitman (Cedric :-) , a prestare la voce al primo monologo della Rame: la sobria passione di questa figura femminile, che si distacca decisamente dai soliti clichés comici relativi alle donne (cfr. Lauren K. Taafe, Aristophanes and Women, London and New York: Routledge, 1994, pag. 139: “Aristophanes’ portrayal of females, whether abstract concepts in female form, real citizen women, young girls, market women, or foreigners, depends on traditional stereotypes for inspiration. In ancient Greek thought and literature, the feminine is a theatrical phenomenon: women are shifty, transient, insubstantial, deceptive, and imitative”), forse perché modellata su un personaggio reale, la sacerdotessa di Atene Poliade Lisimaca (cfr. il commento oxoniense di Henderson, pagg. xxxvi-xli, pace il recente scetticismo di Silk Aristophanes and the Definition of Comedy, Oxford, 2000, pag. 228 n. 38), ben si presta ad essere fatta propria e riattualizzata dalle donne contemporanee, nella loro critica alle logiche e forme di potere che dominano, ora come allora, la vita politica (che resta, tuttora, quasi esclusivamente appannaggio maschile…).

Harry Potter in greco antico

16 Febbraio 2004 2 commenti

Ebbene sì, dopo la versione in latino di “Harrius Potter et Philosophi Lapis” (uscita a giugno dell’anno scorso:http://www.telegraph.co.uk/news/main.jhtml?xml=/news/2001/12/03/npot03.xml), pare ora sia la volta del greco: Andrew Wilson, un prof. di Bedford, Inghilterra, in un anno ha completato la più grande traduzione in greco antico degli ultimi… 1500 anni (parole sue), affrontando il primo volume della saga di quel maghetto che sugli scaffali dei bambini di oggi sta sostituendo i volumi dedicati alla mitologia greca e latina…
Il traduttore dice che gli editori che gli hanno commissionato l’opera hanno qualche speranza che sia impiegato per l’apprendimento del greco a scuola: una nuova rivoluzione nei metodi educativi ginnasiali ?!?
Versione per casa dalla Rowling invece che dal solito Senofonte?
Sia come sia, la traduzione sarà data alle stampe nel corso di quest’anno, e toccheremo con mano l’esito dell’opera…
(articolo della BBC in proposito: http://news.bbc.co.uk/2/hi/uk_news/england/beds/bucks/herts/3469023.stm).

PS: Wilson dice che il suo modello per Harry Potter è stato Luciano
Ed in effetti, quanto a fantascienza, l’autore di “Icaromenippo ovvero un viaggio tra le nuvole” e, soprattutto, della celebre “Storia vera”, non teme confronti…
Però è un po’ strano che chi nell’ “Amante della Menzogna” ha ferocemente satireggiato il mondo dell’occulto, canzonando ironicamente maghi e sortilegi, catabasi ed eventi soprannaturali, funga poi da modello a chi, nel college di Hogwart, va a scuola di WITCHCRAFT AND WIZARDRY’S

Categorie:Argomenti vari Tag: , , ,

Satira e Censura (a proposito dell’Anomalo Bicefalo)

4 Febbraio 2004 Commenti chiusi

Scrive Michele Serra: “Dario Fo e Franca Rame hanno scritto una farsa satirica [l'Anomalo Bicefalo: info qui: http://www.piccoloteatro.org/spettacolo_sch.php?stepdx=Sxpet&AcRec=305]. Prima alcuni consiglieri del Piccolo Teatro, nominati dalla maggioranza di centrodestra, si dichiarano contrari alla messa in scena perché lo spettacolo «fa politica schierata» (da Aristofane in poi, in effetti, capita), poi una rete satellitare lo manda in onda senza audio nel timore delle solite «conseguenze giudiziarie». Per la quarta volta: è lecito o no parlare di censura?” (articolo completo qui: http://www.articolo21.com/modules.php?name=News&file=article&sid=5387).
Io direi proprio di sì: dopotutto Aristofane era libero di attaccare Cleone durante i festival drammatici più importanti di Atene (l’equivalente della nostra televisione, dal p.d.v. dello spettacolo, ma con in più una valenza politico-sacral-ideologica che il piccolo schermo si sogna…): come già detto, Cleone è un po’ l’equivalente ateniese del demagogo Berlusconi, ma almeno la controffensiva contro Aristofane -anche giudiziaria, pare- non arrivò al punto di boicottare la messa in scena della commedia… (anche che si narra che, per i Cavalieri, nessun attore avesse l’ardire di impersonare il Paflagone/Cleone, per paura di ritorsioni, e di conseguenza Aristofane dovette… egli stesso interpretare la propria commedia! Riferimenti: Dana Ferrin Sutton, “Dicaeopolis as Aristophanes, Aristophanes as Dicaeopolis,” LCM 13.7 (July 1988), pagg. 105-108, in part. p.108, la quale prende per buono l’aneddoto).
E si tenga presente che, anche nell’Atene antica -così come oggi fa la Rai, con una sorta di controllo/censura preventiva, si pensi al caso-Riot- da parte degli arconti veniva preventivamente vagliato il materiale delle commedie e tragedie, prima di “concedere i cori”…
Eppure allora da parte del “capo del governo” veniva permesso quel che oggi permesso non è: questo il progresso dell’idea di democrazia?!?
Sembrano proprio tempi duri, quelli in cui persino al satellite viene messo il bavaglio e le commedie si trasformano in… pantomime!

PS: parziale lieto fine (..la lysis della commedia..): poi “L’Anomalo Bicefalo” ha parzialmente vinto sulla censura, andando in onda il 30/1 e l’1/2 con l’audio, sempre su Atlantide TV (http://www.atlantide.tv/), all’interno di Planet.
(…forse anche per la seconda puntata di Riot c’è ancora speranza?!…)

Il valore formativo dei Classici -Prima Parte

2 Febbraio 2004 2 commenti

Si fa tanto parlare, a proposito e a sproposito, del valore formativo dell’insegnamento dell’antichità classica, soprattutto ex cathedra da parte dei prof. di greco e latino al liceo :-)
Cfr. per esempio la nostra (?!?) Letizia Moratti, che difese il glorioso liceo classico: “per la capacità di insegnare a ragionare in maniera logica e critica e perché è importante la memoria del nostro passato e delle nostre tradizioni” (La Repubblica, 25 agosto).
Natualmente, on-line, sono presenti critche devastanti -anche se non certo improntate a fairness- ad una simile visione del valore formativo degli studi classici: cfr. p.e. l’iconoclastico http://www.ecn.org/reds/scuola/scuola0109licei.html.

Mi sembra produttivo, comunque, ritornare sull’argomento del valore formativo degli studi classici, partendo proprio dalla crisi dell’”ideologia del Classicismo”, così come manifestata dagli orrori nazisti in Germania, paese ove la formazione delle élites passava, proprio, attraverso estesi ed approfonditi studi di greco e di latino.
Ci furono inoltre studiosi, anche insigni, nel campo degli studi classici, come p.e. Berve, Guenther, Schachermeyer, al contempo nazisti convinti.
La cosa non può non sconcertare, e a tutt’oggi certe testimonianze -p.e. quella di Momigliano, non a caso egli stesso ebreo- non cessano di essere attuali:cfr. su Berve Momigliano ["Chiarimento", Athenaeum 44: 1965, pagg. 441-3; cito da: "Sesto Contributo alla storia degli studi classici e del mondo antico vol. 2 (Storia e letteratura 150)", Roma 1980, 837-40],pag.839: “in conseguenza dell’attività del partito a cui il Berve apparteneva, mio padre, mia madre, due zii e tre giovani primi cugini (una dei quali con una figlioletta di pochi anni) furono uccisi nelle camere a gas di Auschwitz”]; inoltre su Fritz Schachermeyr, “flamine del nazismo” cfr. ancora Momigliano “Prospettiva 1967 della storia Greca”, RSI 80:1968, pagg.5-19; cito -pag. 45- da: “Quarto Contributo alla storia degli studi classici e del mondo antico (Storia e letteratura 115)”, Roma 1969, 43-58.
Più in generale, certo è doveroso continuare a spiegare agli studenti i lati oscuri, i rischi di un’esaltazione acritica delle nostre radici greche e romane, per “comprendere come intellettuali di non poca abilità abbiano aderito a una religione, che ebbe i suoi maggiori santuari a Dachau e Auschwitz” [sempre Momigliano, rec. di Helmut Berve, "Storia Greca", Bari 1959, in RSI 71:1959, pagg.665-72; cito -pag. 708- da "Terzo Contributo alla storia degli studi classici e del mondo antico, vol. 1 (Storia e letteratura 108)", Roma 1966, pagg. 699-708].
Detto questo, è doveroso aggiungere che, in realtà, come ben evidenzia
Suzanne L. Marchand, in “Down from Olympus: Archaeology and Philhellenism in Germany, 1750-1970″, Princeton: Princeton University Press, 2003 (2a ediz.), durante il nazismo la maggior parte dei classicisti tedeschi semplicemente continuò a dedicarsi al proprio campo di studi, nonostante la difficile temperie; tennero, cioè, un relativamente “low profile” che li aiutò a passare indenni, tra l’altro, anche attraverso le purghe(occidentali ed orientali…) del dopoguerra, in una sostanziale continuità del corpo insegnante, a tutti i livelli (cit., pag. 360).
Del resto l’interesse di Hitler per la Grecità, ribadito pubblicamente
(Marchand, cit., pag. 350), non ebbe effetti eclatanti, sul piano culturale, se non proteggere, relativamente, lo spazio d’azione dei “filelleni” dalle degenerazioni e tentazioni monopolistiche dei “germanòmani” (cfr. Frederic Spotts, “Hitler and the Power of Aesthetics” , New York: Overlook Press, 2003, pagg. 20-23), che mettevano in discussione il primato degli studi classici nella scuola secondaria [cfr. Apel, Hans Juergen/Bittner, Stefan "Humanistische Schulbildung
1890-1945. Anspruch und Wirklichkeit der altertumskundlichen Unterrichtsfaecher"(Studien und Dokumentationen zur deutschen
Bildungsgeschichte 55), Koeln, 1994, in part. pag. 283].
La mia non vuole essere un’ “assoluzione” -anzi-: la questione tocca sul
vivo il ruolo e valore degli studi classici e Canfora, a mio avviso, ne ha ben messo in luce i nodi più problematici, sul piano più ampio della storia della cultura (“Ideologie del classicismo”, Torino: Einaudi, 1980;” Le vie del classicismo,” Roma-Bari: Laterza ,1989; “Le vie del classicismo/2: Classicismo e libertà”, Roma-Bari:Laterza 1998; cfr. anche, più specificamente, e per non dimenticare le ombre italiane: Mariella Cagnetta, “Antichisti e impero fascista”, Bari: Dedalo, 1979).
Certo è giusto riflettere e far riflettere gli alunni (tema: “il valore
educativo dell’antichità classica” :-) ), anche al giorno d’oggi, sul fatto
che sia durante la Grande Guerra i classicisti si distinsero particolarmente per pratriottismo e appoggio alle spinte espansionistiche del Reich (cfr. Marchand, cit. pag. 238segg.), sia, nel movimentato periodo della Repubblica di Weimar, la filologia classica tedesca divenne un “hot bed of monarchist nostalgia and apoplectic reaction” (Marchand, pag. 258), nello scontro che opponeva “filelleni” alle autorità repubblicane che cercavano di scalzare la Grecità dalla centralità nel curriculum scolastico (Marchand, pag.265), anche se c’è da dire che, comunque, in quella temperie, anche l’Orientalistica, lungi dallo scalzare il paradigma classico, si inoltrava per strade buie -anzi di certo più pericolose.
Al di là delle passioni individuali, o, comunque, degli interessi,
scientifici, e, all’occasione,… “corporativi” (a tutti i livelli, dal
liceo sino alle cattedre ed insegnamenti universitari), di sicuro è da
combattere, a tutti i livelli, la “narrow-mindedness” dei fautori di una “superiorità” di un Neoumanesimo -il Quarto ?!?- ristretto alla classicità greco-latina, soprattutto se, come mi sembra, il suo invito
va in favore di promozione di un’Altertumswissenschaft a tutto tondo, nel cui seno, in molti settori, la distinzione tra orientalistica, semitistica e, p.e., filologia greco-latina, non ha ragion d’essere se non nelle consuetudini dell’Accademia.
Paradigmatica -e pienamente condivisibile-, in tal senso, è la definizione
che H.Cancik e H.Schneider, nell’ introduzione (“Vorwort”) alla nuova Pauly
(“Der Neue Pauly. Enzyklopaedie der Antike”, Altertum Bd. 1, Stuttgart,
1996 V-VII), danno del campo di indagine di quest’enciclopedia, dal
lignaggio così celebre e impegnativo, a pag. VI: “Das (klassische)
Altertum ist hier konzipiert als Epoche des Kulturzeitraumes
“Méditerranée”, die frühgriechische als spätorientalische Randkultur”.
A quando, un cambiamento anche nei licei del modo di insegnamento dei classici?!