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Archivio Settembre 2004

Gerund-grinders

22 Settembre 2004 1 commento


Recentemente, il 20 settembre (non a caso, anniversario di Roma-capitale, in memoria della breccia di Porta Pia), il nostro presidente Ciampi, all’ Altare della Patria, il Vittoriano, ha pronunciato il consueto messaggio agli studenti in occasione dell’apertura dell’anno scolastico 2004-2005.
In proposito, oltre alla (nient’affatto scontata, ma auspicabile da parte di un ex-Normalista) menzione dell’importanza della cultura classica per la formazione dei cittadini(“imparare una lingua straniera in più, approfondire la storia antica e moderna, la cultura classica, dedicarsi agli studi scientifici e matematici concorrono alla tenuta complessiva del sistema, sono importanti per il nostro futuro”), ha ribadito l’importanza che gli insegnanti comunichino “ai giovani l’amore per la conoscenza, il ‘piacere di scoprire le cose’, non rinunciando mai ad imparare insieme a loro e da loro”, così esortando: “Educhiamoli, in primo luogo con l’esempio”.
Un topos della parenesi didattica, questo (docere verbo et exemplo), fin troppo abusato ma ancora valido, in primis riguardo la trasmissione dell’amore allo studio dei classici, in cui l’exemplum del docente è fondamentale.
Certo siamo, fortunatamente, lontani dai tempi del “plagosus Orbilius” di oraziana memoria (Epistole, 2. 1. 69), né è ancora attuale come metodo didattico l’orbilianismo (neologismo francese del 1764: all’epoca più che mai attuale grazie ai metodi educativi dei gesuiti -di cui, più recentemente, Dell’Utri purtroppo temo non abbia potuto beneficiare :-) ), ma mantengono tuttora una qualche rilevanza, almeno nella communis opinio, icastici e polemici ritratti come il seguente con a bersaglio i pedanti -e, appunto, “plagosi”- Grammatici, tratto dal godibilissimo Sartor Resartus (1831) di Thomas Carlyle (1795-1881), quale exemplum e contrario per il nostro corpo insegnante:

“My Teachers,” says he, “were hide-bound Pedants, without knowledge of man’s nature, or of boy’s; or of aught save their lexicons and quarterly account-books. Innumerable dead Vocables (no dead Language, for they themselves knew no Language) they crammed into us, and called it fostering the growth of mind. How can an inanimate, mechanical Gerund-grinder, the like of whom will, in a subsequent century, be manufactured at Nurnberg out of wood and leather, foster the growth of anything; much more of Mind, which grows, not like a vegetable (by having its roots littered with etymological compost), but like a spirit, by mysterious contact of Spirit; Thought kindling itself at the fire of living Thought? How shall _he_ give kindling, in whose own inward man there is no live coal, but all is burnt out to a dead grammatical cinder? The Hinterschlag Professors knew syntax enough; and of the human soul thus much: that it had a faculty called Memory, and could be acted on through the muscular integument by appliance of birch-rods.

“I miei insegnanti” -racconta- “erano gretti Pedanti, senza conoscenza della natura umana, o di quella del ragazzo; o di qualcosa eccetto i loro lessici e registri quadrimestrali. Innumerevoli Vocaboli morti (non Lingua morta, visto che loro stessi non conoscevano alcun Linguaggio) stipavano in noi, e lo chiamavano sviluppare la crescita della mente. Come può un’inanimata, meccanica, Macina-di-Gerundi, simile a quelle che, nel secolo successivo, saranno fabbricate a Norimberga con legno e cuoio, promuovere la crescita di alcunché; tanto meno della Mente, che cresce, non come un vegetale (con l’avere le sue radici cosparse dello strame di fertlizzante etimologico), ma come uno spirito, attraverso il misterioso contatto con lo Spirito; Pensiero che si accende al fuoco di vivente Pensiero? Come potrebbe dare accensione proprio colui nella cui interiorità umana non vi sia vivo carbone, ma tutto sia spento ridotto ad una morta cenere grammaticale? I Professori d’Hinterschlag conoscevano abbastanza bene la sintassi; e dell’animo umano solo fino a questo punto: che aveva una facoltà chiamata Memoria, e che vi si poteva agire attraverso il rivestimento muscolare mediante la somministrazione di bacchettate di betulla” [traduzione mia]

Insomma, perché un professore di greco e di latino non sia visto dai propri allievi, ancor oggi, come pedante macina-gerundi, custode delle spente, tombali, ceneri, di lingue morte, seminatore di sterco grammaticale incapace di fertlizzare e archivista di parole che non si animano in lingua e letteratura che parli ai cuori, mi sembra resti attuale l’esortazione presidenziale ad imparare con/da gli alunni, affinché sia riattualizzato un motto latino, non a caso, appunto, declinato al gerundio: “docendo discitur” (cfr. Seneca Epist. 7,8: “homines dum docent discunt“), macina di sapienza antica da cui è ancora possibile trarre buona farina…

Nico Narsi

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Come non si deve scrivere la storia

16 Settembre 2004 2 commenti

Rubo il titolo -ribaltandolo- ad un’operetta lucianea, per parlare di una recente iniziativa editoriale: come si sa, in questi giorni sono in edicola le “storie” universali sia di Repubblica sia del Corriere, i nostri due più grandi quotidiani nazionali; da un certo punto di vista, nient’altro che un ulteriore episodio nello scontro editoriale per vendere più copie che da anni li oppone, a forza di gadget ed allegati.
Come da un po’ di tempo capita, appunto, l’allegato è un libro: e pare che questo canale alternativo di distribuzione (l’edicola), rispetto alla libreria, stia avendo un buon successo, almeno nei numeri (il dibattito tra gli editori, in proposito, comunque ferve, come ha dimostrato anche il recente Salone del Libro di Torino.
Insomma: si tratta di opere divulgative, dal taglio enciclopedico, destinate al grande pubblico, ed assemblate a partire da opere preesistenti (magari a se stanti), dopo apposito editing o integrazioni redazionali , ad adattarle alla nuova veste editoriale.
Per saggiare la qualità di queste opere, relativamente al mondo classico, ho dato recentemente un’occhiata al secondo volume allegato a Repubblica (“La grecia e il mondo ellenistico“), che si basa su un’intelaiatura di autori -e “cucitura” di interventi redazionali- UTET, arricchita da cartine ed immagini De Agostini (dal 2002 il gruppo editoriale è il medesimo).
Purtroppo, mi ha lasciato perplesso: mi sembra che le parti redazionali e i sunti-troppo-onnicomprensivi-per-essere-ancora-buona-divulgazione ad intervallare le parti più propriamente storiche-evenemenziali siano troppo estesi e di qualità diseguale (particolarmente insoddisfacenti: il cap. XI sulle origini del teatro e della poesia lirica, il XII sull’Atene di Pericle, il XV su Arte e Filosofia della Grecia Classica e il XVII su Letteratura e Religione nel sec. IV a.C.), mentre, di contro, in generale sono di livello molto più elevato tutte le sezioni curate dal prof. Mario Attilio Levi, basate sul precedente volume UTET “Il mondo antico e la Grecia arcaica“, (rist. 1981) apparso all’interno della collana Storia universale dei popoli e delle civiltà.
Insomma: ad essere discutibile è proprio la scelta che ha presieduto all’integrazione /assemblaggio di brevi voci enciclopediche (alla bignami o “pillole di cultura”) ed approfondimenti culturali-artistico-filosofici, ad “adornare” il solido scheletro dei dati in buona parte tratti dall’opera precedente.
Venendo al dettaglio, anche lasciando perdere, infatti, gli errori di stampa (alcuni divertenti: pag. 305 “vengono *perpetuate* molte uccisioni; pag. 259 il tiranno Cerone di Siracusa, ibidem *recepire* uno stipendio; *recrudescenza* di dogmi stranieri, pag. 270), c’è uno degli autori (che non conoscevo: Peter Levi: escluderei però abbia a che fare con questo) che, davvero, è incredibile!
Ecco un piccolo florilegio: “gli Spartani erano…certamente invidiosi degli Ateniesi” (una delle cause dello scoppio della Guerra del Peloponneso, pag. 293); “per quanto riguarda… il sec. V i [nostri] problemi [nel capire i Greci] sorgono dall’eccessivo soffermarsi sulla vasta documentazione di cui disponiamo” (pag. 258); “Sofocle…era tenuto ai suoi tempi in maggior considerazione come sacerdote di un serpente sacro che come poeta tragico” (p.269: si allude al culto di Asclepio); “Il fattore caratteristico dell’oscurantismo del sec. V è il disorientamento, qualcosa di simile al concetto di assenza di norma (anomia) introdotto dai sociologi” pag. 270; “le Baccanti…forse [non sono] opera propriamente originale, ma ricalcata da un capolavoro perduto di Eschilo“, pag. 366, “Alcmane visse e compose a Sparta, ma in una società più felice di quella che S. avrebbe conosciuto nelle generazioni successive”, pag. 252; Saffo… “ci racconta i particolari della sua vita amorosa, che ci richiamano, pur con le dovute differenze, le storie di passione di un pensionato per delle giovani ragazze”, pag. 253; Archiloco è “collega” di Saffo -ibidem-, Saffo che è “poetessa della sensibilità più che della forza, quantunque possieda entrambe queste due qualità”; “la poesia lirica e i canti popolari esistevano prima di Omero…e il senso ritmico così sviluppato dei poeti greci arcaici deve senz’altro molto ad una tradizione poetica dell’Asia Minore…per questo motivo non dobbiamo sopravvalutare quei pochi poeti che conosciamo oggi”, pag. 254; parla di “esametro giambico ateniese” p.251; “solo oggi siamo in grado di capire il posto realmente occupato dagli antichi poemi nell’ambito della poesia universale, ma le traduzioni di cui disponiamo, anche quelle di anni più recenti, sono spesso molto approssimative: in questo campo si può senz’altro affermare che i lavori migliori sono quelli francesi e quelli italiani“, pag.37; “nel corso del Novecento…è poco a poco caduto il preconcetto che un’educazione classica fosse un segno di distinzione aristocratica: pertanto gran parte di quella presunzione propria di generazioni di studiosi è andata via via scomparendo”, pag. 33).
Di fronte a tutto questo, tutto il resto -pur non marginale- rischia di apparire marginale: oltre all’errore sul riquadro su lord Elgin (di cui ho gia parlato qui) favorevole alla “restituzione” dei marbles, tra l’altro: altra opinione, ovviamente, al British Museum, riguardo al “furto” ai danni del Partenone e della Grecia intera: cfr. punti 9.2 segg), si può osservare, p.e., che nel narrare la battaglia di Maratona (pag.279) -argomento del mio ultimo post- sono alternati, senza spiegazione, i nomi Fidippide/Filippide, e che, alla faccia dei lodabili e lodati sforzi di Iannucci, Crizia è presentato tout court come lo “spietato sofista e oligarca” che nel Sisifo propose “un’atea e torva visione dell’origine della comunità politica” (p.397), oppure che in una cronologia si parla di Antifone invece che Antifonte (pag.304); e gli abitanti di Chio sono i Chi (pag.263).
Per finire, propongo un’analisi a campione (non del tutto casuale, ovviamente…) più dettagliata: nel contesto della produzione letteraria di fine V sec., di Aristofane (p.367-8): si dice che dopo il 424 a.C. non scrisse più commedie di argomento così marcatamente politico (ovviamente il riferimento -non esplicitato- è ai Cavalieri, e, altrettanto ovviamente, l’informazione è errata: nell’Archaia la cosiddetta Demagogenkomodie fiorisce proprio durante la Guerra del Peloponneso: il principale target dei comici passa dal Pericle degli anni ’30, al Cleone degli anni ’20, fino all’Iperbolo degli anni ’10 e al Cleofonte del penultimo lustro del secolo). Viene poi alluso ai Demi di Eupoli senza nominare il titolo della commedia (dicendo che “è perduta”: il che, in senso stretto, è impreciso, visto gli ampi frammenti che ne rimangono) quale antecedente delle Rane -Rane che viene presentata all’incirca come prima commedia di “critica letteraria assai incisiva”, tralasciando p.e. completamente le Tesmoforiazuse, Rane su cui così è commentato: “ci si aspetterebbe, data la contemporaneità con la sconfitta di Atene…, che questa commedia fosse piena di tristezza”…quando invece il tema dell’azione comica è, appunto, quale salvatore trovare per la polis, visto che *non ancora* tutto è perduto e la sconfitta non c’è ancora stata…; infine: la Lisistrata presenterebbe un “messaggio politico più ‘salutare’ ” !? (make love not war?).
Al di là di tutto, non ci si riesce a fare un’idea di Aristofane nel contesto della temperie culturale ateniese di fine V sec., l’obiettivo dichiarato di quelle due colonnine dedicategli…
Sempre riguardo Aristofane, poi, a pag. 259 l’allusione fatta en passant ai Cavalieri è sbagliata (“molti di questi ex contadini divennero piccoli commercianti, come il venditore di salumi ricordato da Aristofane in una delle sue commedie”), visto che il Salsicciaio non era mai stato contadino, bensì faceva parte di una sorta di sottoproletariato urbano, cfr. Cav.636 (“educato fin da ragazzino nell’agorà” -e vedi anche 1258- venditore ambulante alle porta della città, a sua volta figlio di umili commercianti) e 1236 (“cresciuto tra le sberle al macello”).
Concludo con l’ultima perla dell’eccentrico Peter Levi: “se mi si concede un breve excursus autobiografico, ciò che ho appena detto fu insegnato anche a me quando andavo a scuola, e vi ho sempre creduto con tutte le mie forze. Ho poi sentito grandi studiosi e specialisti confutare questa tesi, e, alla fine, con il passare del tempo, ho cominciato a credere vere, pur entro certi limiti, le affermazioni di costoro”(p.366).
Pensando in che mani andrà a finire quest’opera, dichiaratemente divulgativa, questo scorcio autobiografico si colora di un’aura di inquietante profezia…
Nico

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Pheidippides on the Fennel-field

7 Settembre 2004 Commenti chiusi

Sulla maratona, forse perché ultima specialità nel programma dei giochi olimpici o forse perché è stata vinta da un italiano, chiudendo in bellezza, si è scritto e detto un po’ di tutto, con precisione alquanto discutibile , in una sorta di “gara” al contrario…
Ma forse non a casp: in effetti quale gara più che la maratona è frutto di pastiche (pasticcio?) pseudo-classico? Quest’invenzione di un linguista francese amico di De Coubertin, il comparatista Michel Jules Alfred Bréal, palesa fin dalle origini i segni di un’infatuazione per una grecità mitica e simbolica, liberamente reinterpretata: probabilmente la suggestione per la sua istituzione nasce dal fascino di un idillio di Robert Browning -non a caso ammiratore di Plutarco-, “Pheidippides” (1879), a cantare il memorabile scontro di Piana del Finocchio (_marathon_: cfr. Strabone, Geografia, III,4,9 e il Fenicularius spagnolo…), con il “majestical” Pan a fianco degli Ateniesi a combattere il Persiano (“Fight I shall, with our foremost, wherever this fennel may grow”); una narrazione liberamente ispirata a Plutarco, appunto, con un tocco di Luciano e una spruzzatina di Erodoto, dove al povero Fi*d*ippide viene promesso in dono dal dio, a premio della sua ulteriore fatica di emerodromo (un’altra quarantina di km da sciropparsi, dopo la battaglia, e, soprattutto, dopo l’andata-ritorno a Sparta -più di 240 km…- ancora freschissima) una “worthy reward”, ovvero il sollievo da ulteriori fatiche di messaggero (niente, all’epoca, volgari ricompense “in praise or in pelf”, quali… quelle olimpiche di oggi!)… cosa puntualmente avvenuta: cosa di meglio, dopo una vittoria ed un ruolo così grande in onore della patria, che… l’eterno riposo ?! (“”thereafter be mute: “Athens is saved!”-Pheidippides dies in the shout for his meed”; questa la chiusa, allora vittorianamente nobile, ora quasi… ironica beffa di quel Pan su cui cfr. P.Ellinger “Artémis, Pan et Marathon: mythe, polythéisme et évément historique”, in Myth and symbol. I. Symbolic phenomena in ancient Greek culture, Synnove des Bouvrie (a c. di), Bergen-Jonsered, 2002, pagg. 313-332).
Epperò si troverà sempre un noioso e grigio filologo (di quadriennio in quadriennio, ovunque ci sia una cronaca olimpica da riempire con il pezzo d’approfondimento…) a precisare che no, Filippide non è probabile come candidato alla corsa (cfr. il golden thread su rogueclassicism)…
In primo luogo perché l’erodoteo (Storie, 6,105) Filippide (o Fidippide: la tradizione manoscritta in proposito si divide cfr. l’apparato critico dell’editore oxoniense, Hude, ad loc.: accoglie _Philippiden_ -sulla scorta di d e l’indiretto Plut. mor. 862 -su cui tornerò- , mentre l’altro ramo porta _Pheidippiden_: così a P ) si reca non ad Atene, bensì a Sparta a chiederne, vanamente, il sostegno (è questa la “malignità erodotea” che Plutarco castiga nel passo sopracitato…) prima di Maratona (spartani impossibilitati giacché, per citare sempre il parafrastico Browning, così disse loro l’oracolo”, ‘No warfare, whatever the odds / In your favor, so long as the moon, half-orbed, is unable to take / Full-circle her state in the sky!’ Already she rounds to it fast: / Athens must wait, patient as we-who judgment suspend”).
E in secondo luogo perché Plutarco, che, come abbiamo visto, ben conosceva il Filippide erodoteo, assegna al corridore che da Maratona si recò ad Atene ad annunciare la vittoria tutt’altri nomi… Insomma gloria -ma per tutt’altra corsa, lo Spartathlon (esiste, esiste…)- a Fidippide, “risparmiator di cavalli” (…e ci credo, andando a piedi!): ebbene sì, macché il comunissimo e sciapo Filippide (pace anche Luciano, _Hyper tou en tei Prosagoregsei Ptaismatos_, 3, Pausania 1,28,4, Plinio il Vecchio Nat. Hist.VII, xx, etc.), Fidippide è il nome -così aristofanesco (vedi la gustosa narrazione, nel prologo delle Nuvole, del singolare nome di battesimo del figlio di Strepsiade), eppure reale: cfr. Dover nel commento alle Clouds oxoniensi, xxv: “The name ‘Pheidippides’ was borne by a Theran in the seventh century B.C. (IG xii/3. 536) and by an Eretrian in the third (IG xii/9. 246B. 18)”- da prediligere, vera lectio difficilior, e certo non “a witticism of Aristophanes (Nub. 67), which he would hardly have dared to make had the name been consecrated in the tale of Marathon” (così W. W. How, J. Wells, A Commentary on Herodotus, ad loc.), di cui appunto avrà eco confusa il Cornelio Nepote della Vita di Milziade, 4, dove parla di un Fidippo (“”Athenienses (…)Phidippumque, cursorem eius generis, qui hemerodromoe vocantur Lacedaemonem miserunt, ut nuntiaret, quam celeri opus esset ausilio“: Pheidippos è peraltro nome proprio diffusissimo nella grecità, e la confusione facilmente comprensibile)!
Un’impresa, certo, quella di Fidippide, ma, per restare in tema olimpico, non un “record del mondo antico”: il sempre preciso ed enciclopedico Plinio il Vecchio, loc. cit, ci informa infatti che “Cucurrisse MCXL stadia ab Athenis Lacedaemonem biduo Philippidem magnum erat, donec Anystis cursor Lacedaemonius et Philonides Alexandri Magni a Sicyone Elim uno die MCCCV cucurrerunt“… [sul tema cfr. V.Matthews, Classical World, 68 (1974), pagg. 161-169: "The Hemerodromoi: Ultra Long-Distance Runners in Antiquity.", e, più specificamente, Y.Z. Ztifopoulos ""Hemerodromoi" and Cretan "Dromeis": Athletes or Military Personnel ? The Case of the Cretan Philonides", Nikephoros, 11 (1998) pagg. 137-70].
Bene: a chi, giunto a questo punto di questo chilometrico post, si stesse ancora chiedendo donde sia nata allora la “leggenda” di Fi(d)/(l)ippide corridore morente a Sparta, potrei suggerire, semplicemente, di andarsi a leggere lo scettico F.J Frost, ‘The Dubious Origins of the Marathon’, American Journal of Ancient History, 4, (1979), pagg.159-163, ma, per chi fosse di fretta, brevemente aggiungo che all’origine della fortuna del motivo sta il passo lucianeo sopra citato (un opuscoletto, di rara sofistica pretestuosità, in cui Luciano finge di scusarsi con un conoscente per averlo salutato la mattina con un non-idiomatico _hygiaine_ invece che impiegare il corretto _chaire_, andandone poi ad illustrare pedantemente i diversi impieghi e magnificando l’augurio di “buona salute”, in saluto, rispetto ad altre formule -_eu prattein_ compresa-), dove, eziologicamente, ci fa sapere che il primo, storicamente, ad aver usato _chaire_ in formula di saluto sarebbe stato “il corridore Filippide che, giungendo ad annunciare la vittoria di Maratona, gridò agli arconti assisi sui propri seggi e inquieti sull’esito del combattimento: “Siate felici [_chairete_], siamo vincitori [il famoso... _nikomen_, tanto spesso soppiantato dal _nenikekamen_ nelle citazioni!]“, e, nel pronunciare la parola _chairete_ spirò”).
Per citare, ancora, l’inclito verso di Browning: :”"Rejoice, we conquer!” Like wine thro’ clay, / Joy in his blood bursting his heart, he died-the bliss! / So, to this day, when friend meets friend, the word of salute / Is still “Rejoice!”-his word which brought rejoicing indeed”.
Però c’è un però -come già anticipato. L’unico altro autore antico che ci tramanda la storiella della corsa da Maratona ad Atene per l’annuncio di vittoria (storia che, a quanto ne sappiamo, potrebbe peraltro non essere inventata -o quantomeno immotivata-, visto che effettivamente era necessario raggiungere di tutta fretta Atene, visto che la flotta persiana vi si stava dirigendo a tutta velocità per coglierla di sorpresa: cosa che, appunto, sempre a detta di Erodoto, anche tutto l’esercito ateniese poi fece, sventando il pericolo) è appunto Plutarco che, nel suo De Gloria Atheniensium (Moralia 347C) -in una digressione in cui… alquanto paradossalmente peraltro svaluta il ruolo di chi riporta un evento, quale appunto un messaggero, visto che gli onori dovrebbero toccare a chi è protagonista sul campo degli scontri!-, non fa affatto menzione del Filippide a lui ben noto, bensì così narra: _ten toinun en Marathoni machen apeggeilen, hos men Herakleides ho Pontikos historei, Thersippos ho Eroeus. Oi de pleistoi legousin Euklea, dramonta sun tois oplois thermon apo tes maches, kai tais thyrais empesonta ton proton, tosouton monon eipei, Chairete, kai chairomen . Eita euthys ekpneusai. Plen outos men autaggelos heke tes maches, agonistes genomenos_ (“Diede l’annuncio della battaglia di Maratona Tersippo l’Eroeo, a detta di Eraclide Pontico [btw: non la più affidabile delle fonti, com'è noto..., e anche quell' -ippos non convince...], o, come raccontano i più, Eucle [...nome che non ha certo goduto, a dispetto della propria etimologia, di "buona fama", davvero...], giungendo di corsa con indosso le armi, ancor caldo di battaglia: imbattutosi alle porte nei capi della città, questo solo disse: “Salve! Siamo salvi” [ho cercato di rendere così il calembour presente nella ripetizione del chaire, prima a saluto, e poi a... felicitarsi nel vero senso della parola!], poi subito spirò. E certo costui giunse a farsi annunciatore di battaglia a cui aveva in prima persona partecipato quale combattente”)…
Insomma parrebbe più giusto tributare onori ad Eucle, che la communis opinio dei tempi di Plutarco -certo centinaia e centinaia di anni post eventum…- voleva protagonista della sfortunata corsa da Maratona ad Atene, conclusasi (per la fatica della battaglia? per le ferite riportate? per il caldo patito in quel caldo Settembre che forse, pace Boeckh, invece era il 12 Agosto:… Chissà…) con la morte del valoroso scavalcamontagne, magari, chessò, dedicandogli la prova olimpica, alla faccia dello scettico e prosaico Frost: “Unfortunately for the legends of long-distance runners, someone in one of the many villages along the route undoubtedly jumped on a horse and swiftly outdistanced those on foot” (ma vista la montagna di mezzo, il cavallo non era certo la soluzione più agevole), il quale peraltro, giustamente, ci fa ricordare il parallelo della storiella -sempre plutarchea, è ovvio!, stavolta dalla Vita di Aristide- di Euchida, l’emerodromo che, sempre all’intorno della battaglia di Maratona, in un sol giorno corse 125 miglia -da Platea a Delfi, e ritorno- per andare a prendere colà la fiamma con la quale riaccendere nuovamente gli altari plateesi e riconsacrarli, secondo la volontà dell’oracolo: “arrivato poco prima del calar del sole, salutò i cittadini, consegnò il fuoco proveniente dal tempio e cadde a terra morto”…
Ed è bello concludere, appunto, con questa ulteriore immagine… olimpica di un Euchida che corre la fiaccola in mano, per riaccendere il tripode, per assicurare nuovi giorni di pace sacra alla patria.

Nico Narsi