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Archivio Settembre 2005

Classicisti Digitali

27 Settembre 2005 1 commento


Riporto anche su questo blog, per assicurare una diffusione quanto più ampia possibile,l’annuncio -apparso anche in italiano (ebbene sì, nel mondo classico l’italiano, insieme a inglese, tedesco e francese è -ancora per quanto?- una delle “principali lingue europee di tradizione accademica” )- di richiesta di collaborazione al progetto Digital Classicist, traendolo dal sito del benemerito Stoa Consortium.
L’annuncio (datato 26 settembre 2005) è di Ross Scaife, Professor of Classics all’università del Kentucky, nonchè editor, appunto, de The Stoa Consortium for Electronic Publication in the Humanities (progetto finanziato finora “by shares of a three-year FIPSE grant from the US Department of Education, a five-year DLI2 grant from the National Science Foundation, and a new three-year grant from the National Science Foundation/European Union International Digital Library Collaborative Research Program“).

Richiesta di partecipazione
Annunciamo la nascita di un nuovo progetto e di una nuova comunità, ospitati dal Centre for Computing in the Humanities (KCL), sull’applicazione dell’informatica umanistica allo studio del mondo antico. Il Digital Classicist ha un sito pilota presso http://www.digitalclassicist.org, sito che, oltre che servire da luogo fisico dove inserire contenuti futuri, presenta in maniera preliminare le nostre intenzioni e i nostri obiettivi.

Come avrete modo di verificare personalmente, sezioni chiave del sito e riassunti di articoli, quando possibile, saranno tradotti nelle maggori lingue usate in Europa in ambito accademico, quindi in inglese, francese, tedesco, italiano, ecc. Il progetto include attualmente anche una lista di discussione, una Wiki e un Blog.

Il progetto, impegnato a garantire continuita’ e accesso a lungo termine, riempie un vuoto nell’attuale contesto accademico : esistono innumerevoli e importanti progetti di ricerca di natura digitale nell’ambito degli studi classici, molti dei quali rendono disponibili suggerimenti e condividono strumenti; esistono siti Internet che discutono, ospitano o elencano tali risorse (la Stoa, il Centre for Hellenic Studies di Washington, il Centre for the Study of Ancient Documents di Oxford, EAGLE di Roma, per nominarne solo alcuni); tuttavia non esiste una piattaforma unica che sia utile alla comunita’ internazionale e poliglotta di studiosi e esperti per discutere problemi, condividere esperienze, includere novita’ e suggerimenti, un’unica piattaforma dove trovare supporto in materia di studi classici e tecnolgie digitali. Affinchè il nostro progetto abbia successo, sarà certamente necessario lavorare in stretta collaborazione con le altre organizzazioni e gli altri progetti che sono attivi in quest’area (in particolare la Stoa e altre comunità a tema, come per esempio il Digital Medievalist, includendo specialisti in tecnologie utili in ambito archeologico, storico e geografico), così da evitare ridondanze inutili e da massimizzare la cooperazione e la collaborazione.

In questo momento, avremmo bisogno in particolar modo di studiosi parte della comunità internazionale che contribuiscano al progetto. Se desiderate essere coinvolti in qualità di editori o se credete di poter raccomandare qualche altra persona, vi preghiamo di contattarci. Non vi è obbligo per gli editori di dedicare diverse ore del proprio tempo; una discussione sul ruolo degli editori è peraltro aperta e accessibile presso http://tinyurl.com/cpdsu. In aggiunta, saremmo immensamente grati se poteste suggerirci altri nominativi di persone soprattutto provenienti da paesi europei non angolofoni-che possano essere interessate a partecipare a questo progetto in qualsiasi forma.

In ogni caso, vi preghiamo di diffondere il messaggio, iscrivervi alla lista di discussione e partecipare alle discussioni così da fondare le basi di questo nuovo progetto e comunita’.”

Penso non sia inutile inoltre riproporre sul newsgroup anche la presentazione del sito Digital Classicist, presente anche in italiano:

“Digital Classicist è una comunità di rete per studiosi e studenti interessati all’applicazione dell’informatica umanistica alla ricerca sul mondo antico. L’obiettivo principale del sito è quello di offrire linee guida e suggerimenti relativi ai principali argomenti di ordine tecnico. Inoltre, verranno resi disponibili relazioni relative a particolare eventi, pubblicazioni (a stampa e in formato elettronico), e altra informazione relativa allo sviluppo della disciplina. I criteri di inclusione del materiale verranno stabiliti dagli interessi e dall’esperienza, in generale, dei collaboratori e, in particolare, degli editori.

Il sito web principale contiene una lista commentata di progetti che utilizzano tecnologie informatiche nell’ambito degli studi classici, oltre a collegamenti ipertestuali a strumenti ad accesso pubblico e a risorse di particolare utilità per gli studiosi coinvolti in tali progetti. Lo stesso sito web pubblicherà anche versioni stabili di linee guida e relazioni
estratte dalle Wiki FAQ, una piattaforma interattiva per la creazione di una lista di Frequently Asked Questions, comprensiva di risposte e ulteriori suggerimenti offerti dai membri della comunità, oltre che di linee guida e relazioni di work in progress collettivamente autorizzati.

L’idea è di incoraggiare la crescita di una comunità basata sulla pratica, aperta a chiuque sia interessato alla materia, senza condizioni di accesso legate ad abilità o ad esperienza di ambito tecnico, o dettate dalla lingua usata per contribuire. In generale, le sezioni chiave del sito web ovvero le sintesi delle discussioni saranno, quando possibile, tradotte nelle principali lingue europee di tradizione accademica, vale a dire in inglese, francese, tedesco e italiano.

Digital Classicist è ospitato dal Centre for Computing in the Humanities, King’s College London“.

Riferimenti: Stoa Consortium

I think I may need a bathroom break: all’ en katharô pou tis an chesas tuchoi

15 Settembre 2005 Commenti chiusi

Così, ma unicamente nella versione inglese "I think I may need a bathroom break" e non certo con le parole di Aristoph. Eccl. 320, oggi Bush (lancio d’agenzia, qui) , all’Assemblea delle Nazioni Unite, rivolto alla balia, ops! segretaria di stato, Prassagora, ops!, Condoleeza Rice (tutt’altro che lysistrata, scioglitrice d’eserciti, purtroppo…) , con dolcezza… Come non pensare che nelle Ecclesiazuse di Aristofane, analogamente, mentre le donne all’assemblea legiferano Blepiro non riesce a non pensare ad altro che… ai propri intestini! [Così nella traduzione Romagnoli):"Sbirciapappa [Esce vestito da donna]: E io da un pezzo me la faccio sotto, /cercando, al buio, di trovare scarpe / e mantello! (…) E Don Merdonio / picchia e ripicchia all’uscio! (…) / Oh dove farla, / salvando la decenza? Già, di notte, / ci si salva dappertutto! E chi mi vede? (…) Basta, ora bisogna farla!"] E finisce così il suo paratragico monologo deliberativo d’entrata, con un pezzo di bravura scatologica che gli interessati potranno apprezzare nella sua interezza (vv.313-326) nell’originale greco, qui. Oggi, mentre Demos/Popolo degli USA domina dall’alto della sua Pnice di unica superpotenza mondiale, adulato dai Paflagon-Bush di turno e dalla sua schiera di sofisti-oracolisti neocons (e chissà quale Allantopoles si prospetta all’orizzonte, e quali Ippeis, Cavalieri in suo sostegno…), come non ripensare alla spiccia, beata rudezza di Diceopoli che spetezza all’Assemblea (l’Ecclesia di Atene) senza chiedere tanti permessi! [Così, sempre nella traduzione Romagnoli degli Acarnesi aristofanei: "Io, poi, vengo ogni giorno all'assemblea / primo di tutti, e seggo. E, solo solo,/ m'annoio, gemo, sbadiglio, mi stiro,/ tiro peti, disegno sulla sabbia,/ mi strappo i peli"; l'originale greco, Aristoph.Ach.29-32, qui] …Almeno -lui- desiderava la pace, per quanto egoisticamente, per la sua povera polis… Evito di chiudere, moralisticamente, con lo solito spauracchio delle latomie siracusane per le mire imperialistiche dell’Atene di turno, chiudendo questo post leggero con uno sberleffo aristofaneo :-)

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A Bolt from the Blue: Heaney, Orazio e l’ 11/09

12 Settembre 2005 Commenti chiusi

Ieri, Il Sole 24 ore, domenica 11 settembre 2005, n. 249, p.32, nella rubrica Poesia ("E Giove scaraventò il carro e i cavalli del tuono") ha pubblicato quattro quartine del Nobel 1995, il poeta irlandese Seamus Heaney, una sua poesia inedita nella traduzione italiana [questa la circostanza immediata: inclusa nella raccolta "Fuori campo" esce in questi giorni presso Interlinea-, con altri 10 inediti in poesia e prosa. Nell'occasione, Heaney è stato premiato con il premio Lerici Pea per l'opera poetica"] dal titolo "Tutto può succedere", tratta da Orazio, Odi I 34 (e in effetti il titolo reale sarebbe: "Orazio e il tuono"). Dapprima ve la vado a riproporre (con la corretta suddivisione in quartine, nel Domenicale non rispettata), e poi aggiungerò qualche considerazione: Tutto può succedere. Sai come Giove / di solito aspetta che le nuvole si ammassino / prima di scagliare il fulmine? Invece un momento fa / ha scaraventato al galoppo il carro e i cavalli del tuono / per un cielo assolutamente sereno. Ha sconvolto la terra / e il sottoterra ingombro, lo Stige e i ruscelli / serpeggianti, persino le coste dell’Atlantico. Tutto può succedere, le costruzioni più alte / precipitare, i potenti cadere, le persone / ignorate emergere. La Fortuna dal becco di rasoio / piomba in picchiata con stridore d’aria, strappa la corona / ad uno, la pone sanguinante sull’altro. La terra trema. Il cielo sostenuto da Atlante / si solleva come il coperchio di una pentola. / La chiave di volta vacilla, niente ritorna al suo posto. / Veli di fumo e cenere abbuiano il giorno. Così l’originale inglese: "Horace and the Thunder" Anything can happen. You know how Jupiter / Will mostly wait for clouds to gather head / Before he hurls the lightning? Well, just now, / He galloped his thunder-cart and his horses / Across a clear, blue sky. It shook the earth / And the clogged underearth, the River Styx / The winding streams, the Atlantic shore itself. / Anything can happen, the tallest things / Be overturned, those in high places daunted, / Those overlooked regarded. Stropped-beaked Fortune / Swoops, making the air gasp, tearing the crest / Off one, setting it down bleeding on the next. / Ground gives. The heavens weight / Lifts up off Atlas like a kettle lid. / Capstones shift, nothing resettles right. / Smoke furl and boiling ashes darken day. / Sorvolando sulla traduzione italiana,(il clumsy "assolutamente" della trad. it. al v.5; streams al v. 8 che più che "ruscelli" qui vale "corsi d’acqua"; il troppo esplicativo "costruzioni più alte" al v. 8 per tallest things -e vedremo poi perchè-; il non convincente "con stridore d’aria" per making the air gasp con rimando, piuttosto, all’originale latino; il terreno che più che tremare cede al v.13; il boiling ashes del verso finale che perde i suoi calori, etc.), volevo far notare, invece, dapprima la buona qualità della libera resa di Heaney (che, intelligentemente, semplifica il rimando infero all’antro di Tènaro, rende il rapax Fortuna esplicitandone l’immagine di uccello dal becco affilato a piombare sul capo dei potenti, strappandone i vani pennacchi -apicem / crest-, anche se l’espressionistico bleeding -sangue che cola-, non può trovare spazio nella misura rattenuta della sentenziosa chiusa del poeta augusteo) e, in secondo luogo, esplicitare le motivazioni che stanno dietro al riutilizzo dell’ode da parte del poeta irlandese. Innanzitutto balza agli occhi, mediante un semplice confronto con le quartine oraziane, come Heaney riassuma la prima del poeta latino nel fulmineo anything can happen d’esordio, e poi aggiunga di suo l’ultima, a chiusa finale. Insomma la -discutibile- "conversione" del tiepido credente Orazio che abbandonerebbe la filosofia (epicurea…) ["Parcus deorum cultor et infrequens, / insanientis dum sapientiae / consultus erro, nunc retrorsum /vela dare atque iterare cursus / cogor relictos..."], fronte ad un portento di origine divina quale un potentissimo fulmine a ciel sereno -Giove, appunto, tonante a sconvolgere gli stessi Inferi- ["... namque Diespiter / igni corusco nubila dividens / plerumque, per purum tonantis / egit equos volucremque currum / quo bruta tellus et vaga flumina, / quo Styx et invisi horrida Taenari / sedes Atlanteusque finis / concutitur...], non prima peraltro di abbandonarsi, in chiusa, ad una meditazione, di sapore appunto moralistico-filosofico, sull’instabilità delle fortune terrene, che, analogamente, passano dal sereno alla rovina, senza preavviso ("…Valet ima summis / mutare et insignem attenuat deus, / obscura promens; hinc apicem rapax / Fortuna cum stridore acuto / sustulit, hic posuisse gaudet") da Heaney è fulmineamente riassunta con l’altrettanto fatalistico "tutto può succedere" (è cronaca statunitense d’oggi: non c’è previsione del tempo che salvi dall’uragano Katrina), ripetuto due volte, in posizione incipitaria anche all’ottavo verso, a costituire la vera morale, ovvero l’irragionevolezza a-divina del disastro naturale, dal terremoto di Lisbona ad oggi… Nel poeta contemporaneo però quest’evento non spinge ad una metanoia religiosa, ma porta ad una quartina di ulteriore contemplazione (non serenamente filosofica, ma in orrore) del disastro: suolo che cede, strutture che vacillano e non stanno più in piedi, fumo e cenere di un incendio al calor bianco che rende notte il giorno… Ma di che catastrofe sta parlando Heaney? E’ un evento naturale, o il rumore e il fuoco venuti dal cielo hanno un’origine più umana? Non a caso la poesiola è stata riproposta l’ 11 settembre 2005: ché Heaney l’aveva composta nei giorni immediatamente seguenti al disastro dell’ 11 settembre 2001, con le Twin Towers in fiamme colte dal cielo dal becco, affilato sulla coramella, di un Fato sotto forma di aereo, con cui, seppure in nome di un Dio alieno, si voleva fulminare un’empia società, se non convertirne i parci deorum cultores et infrequentes, e promuovere uno sconvolgimento "a spaventare chi è in alto, ad appuntare l’attenzione su chi è dimenticato". Quel "Ground" che cede è Ground Zero, la costa Atlantica improvvisamente dal Portogallo passa ad indicare New York, "le cose più alte" -i grattacieli appunto- si ritrovano capovolte, e l’immagine straniantemente domestica della pentola che bolle e solleva il coperchio (il coperchio del Diavolo,che, nel tempo, ha potuto affinare le sua capacità?) contrasta con le dimensioni titaniche dello sconvolgimento del cielo (questa, nelle parole dello stesso Heaney, l’origine di quest’ispirazione fulminante: "c’era una corrispondenza inquietante fra le parole valet ima summis mutare et insignem attenuat deus, e le immagini oniriche e ferali delle Torri Gemelle del World Trade Center attaccate e abbattute; e c’era un parallelo analogamente inquietante fra il riferimento alla dea predace come rapax fortuna e la fatalità dell’attacco terroristico, poiché l’irruzione della morte in quel mattino a Manhattan produsse non solo un dolore che oscurò il mondo per tante famiglie e amici delle vittime, ma ebbe anche l’effetto di oscurare il futuro con la prospettiva di ritorsioni altrettanto mortali"). L’ awe and terror che, a loro volta, provarono Heaney, gli statunitensi e il mondo occidentale intero non sono più quelli oraziani, a rimandare ad un’imperscrutabile divinità: il segnale -umano, troppo umano- giunto dal cielo strappa al poeta "the voice of an individual in shock at what can happen in the world": tutto può succedere appunto (il timor religioso a mutarsi in timore puro e semplice: così, sempre Heaney: "la frase «tutto può succedere» potrebbe essere una traduzione appropriata per il secolo XXI del latino «valet… deus», in quanto esprime le improvvise casuali desolazioni degli anni iniziali del nuovo millennio"), anche che gli USA siano attaccati in casa propria (e il rumore dei tuoni si sente sino in Italia, anche se il cielo, ormai, non è più clear, blue, ma da quattro anni, ormai, incombono nuvole pesanti…); proprio questi,appunto, sono i temi(in connessione anche con la guerra irakena: e, come è stato scritto da H., il poema oraziano di 2000 anni or sono potrebbe essere stato scritto nella Bagdad dei nostri giorni) che, da intellettuale, Heaney tenta di articolare nel saggio che accompagna la poesia (Anything Can Happen: A Poem and Essay, 2004: libriccino i cui proventi sono stati donati ad Art for Amnesty , accompagnato da una serie di traduzioni nelle lingue più diverse, dall’Afrikaans, all’arabo, dal gaelico al cinese…). Saggio di cui, recentemente, Il Giornale ha proposto un estratto, qui più volte richiamato, proprio in anticipazione dell’uscita presso Interlinea ("Se la poesia ha una virtù, sta nella sua capacità di farci riprendere i sensi in relazione a quel che accade dentro e fuori di noi. In quanto esseri umani, desideriamo questa realizzazione, e una delle prove più palesi di questo desiderio è stata la ricerca, generale e urgente, in seguito all’11 settembre, di poesie che fossero all’altezza del momento. Io ebbi la ventura di ricordare un’opera del passato apparentemente capace di reggere il confronto con la realtà brutale di quei giorni e della pietà e tenerezza che suscitò. Un’opera, peraltro, che i civili sotto le bombe potrebbero riconoscere come una sorta di rifugio per la mente, se non per il corpo. Un’opera che perlomeno continua a difendere il suo terreno artistico anche mentre le macerie crollano. È una poesia tremenda, nel senso letterale della parola. Tratta della terra tremens, il contrario della terra firma. Del tremore che scende fin nelle fondamenta della terra quando rimbomba il tuono, e del tremito di paura che afferra l’intimo dell’individuo che lo percepisce"). Traduzione (seppur parziale) e ri-creazione, quella di Heaney, non per aemulatio ma per una sorta di sorpresa irrazionale (H. ha parlato, in prop. appunto di poetry’s covenant with the irrational),un’ispirazione che piomba fulminea da un cielo di duemila anni or sono, timore e tremore, a minacciare e far pensare, e che, a sua volta, si ri-apre alle più svariate traduzioni/traditiones: voci che mutano e reinterpretano. Modi di ripensare e rideclinare il ‘classico’.

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