Gianni Letta e Pomponio Attico: Vite parallele
(nella foto l’intervistato, prof. Andrea Carandini, neo presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali)
il Riformista domenica 08.02.2009
Letta e Pomponio Attico
Cronache dall’ombra
ANALOGIE. Dall’antica Roma ad oggi, evoluzione di un consigliere influente, bipartisan ed intoccabile. Priorità: il bene comune e la (propria) reputazione
TONIA MASTROBUONI
Ormai è diventato totalmente desueto capire una persona attraverso un’altra. Vale la concezione romantica per cui ognuno è se stesso. Esistono invece degli stili di vita che si possono riconoscere. E confrontare due vite non vuol dire schiacciarle sullo stesso modello».
Andrea Carandini ha avuto un’illuminazione. Nella sala dalle ampie finestre della sua casa romana al Quirinale, il grande archeologo ha la città sempre negli occhi. La vista toglie il fiato. Da qui si vede anche il Palatino, dove Carandini ha fatto le scoperte che hanno costretto gli storici a riscrivere le origini della città. In questa sala, che è anche il suo studio, l’archeologo ha lavorato a lungo alla sua ossessione per Romolo. Sua moglie Mara dice che prima o poi finirà «per scavare sotto casa».
Anche adesso, alle nove del mattino, è difficile distogliere lo sguardo dai tetti di Roma. Carandini è concentratissimo su un libro, le Vite degli uomini illustri di Cornelio Nepote (Newton Compton), scritto nel primo secolo avanti Cristo. Smette di sfogliarlo, me lo porge: «qui c’è la vita di Gianni Letta». Leggo: Capitolo 25. Attico. «Il consigliere di Cicerone», annuisce l’archeologo. Le somiglianze con l’eterno numero due di Berlusconi, scandisce, sono «impressionanti».
Certo, il periodo storico in cui vive Attico è «molto più drammatico». Ma in quella «macelleria che è la Tarda Repubblica», cioè nel periodo dei triumvirati e delle congiure, della guerra civile e delle proscrizioni cui cadrà vittima anche Cicerone, Attico muore vecchio. Pur avendo passato la vita intera in mezzo ai potenti. «E i potenti», racconta Carandini, «lo amarono tutti, senza eccezioni». Ricorsero spesso al suo aiuto, «alla sua grande capacità di mediazione e di ascolto. Alla sua non faziosità», sottolinea. «Amarono cioè la sua totale mancanza di astio e la sua capacità di servire bene una parte e di servire bene il tutto. Una qualità rarissima che lo accomuna a Letta». Carandini indica un passaggio del libro di Nepote: «Attico si comportava in modo tale da apparire agli infimi uno di loro, ai maggiorenti un loro pari».
Nato a Roma ma vissuto per un ventennio ad Atene (da cui il soprannome "Attico"), Tito Pomponio era figlio di una ricca famiglia romana di antichissime origini. Rappresentò sin dalla giovinezza «una tipologia unica di politico», osserva l’archeologo. Rifugiò ad Atene per sfuggire ai tumulti di Cinna, anzi, come scrive Nepote, siccome «non gli era concessa la possibilità di vivere secondo la dignità del suo stato senza offendere l’una o l’altra delle sue parti, perché gli animi dei cittadini erano divisi, parteggiando gli uni per il partito di Siila, gli altri per quello di Cinna, ritenendo quella una buona occasione per attendere ai suoi studi, si recò ad Atene».
Che cosa vuol dire che Letta è un politico raro? «Ci sono i faziosi, che difendono le proprie ragioni e attaccano quelle degli altri. Poi c’è chi appartiene ad una fazione ma cerca l’oggettività e finisce fatalmente sempre per essere riconoscibile. Poi ci sono i cinici che hanno i loro giudizi ma non si schierano da nessuna parte perché è tutto è finalizzato ad esaltare se stessi».
Secondo Carandini la stragrande maggioranza dei politici appartiene da millenni ad una di queste tre categorie. Ma ce n’è una quarta che accomuna l’eterno numero due di Berlusconi e il grande consigliere di Cicerone. «Hanno un’identità di parte, ma per ragioni di equilibrio e di serenità convivono con una partigianeria complessiva. Lavorano bene per una parte per servire bene il tutto».
Attico fu consigliere di Cicerone, si legge in Nepote, e amico di Cesare, che apprezzava «la sua neutralità». Ma era amato anche dal figlio di Cesare, dal suo assassino Bruto. Che Attico aiutò anche quando cadde in disgrazia, in esilio, inviandogli del denaro. E quando Antonio tornò vittorioso a Roma e stilò la lista di proscrizione dei suoi nemici, tra i primi nomi figurò quello di Cicerone. Ma fece sapere al suo consigliere, negli stessi giorni in cui il grande oratore veniva raggiunto dai sicari, che non doveva temere per la sua vita.
Carandini legge in Nepote: «Non concorse alle pubbliche cariche, quantunque gli fossero aperte e per il suo prestigio personale e per il suo rango sociale». Letta non è mai stato candidato. Eppure è da oltre 20 anni il braccio destro di Berlusconi, prima in Fininvest, poi al governo. E’ stato Enrico Mentana, durante l’ultima campagna elettorale, a chiedere al candidato premier perché non avesse mai fatto eleggere Letta. «È un uomo di Stato», gli rispose con aria solenne Berlusconi. Anche per il leader del Pd, Walter Veltroni, l’ex direttore del Tempo è «un uomo delle istituzioni» e un «libero professionista in questo governo».
In questo momento di grave crisi economica e politica, per l’archeologo «dovrebbe vincere questa tipologia di politico». Certo, lo scontro istituzionale tra Berlusconi e il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sul caso Englaro sembra dire il contrario: stavolta Letta avrebbe preso apertamente le parti di chi difendeva la necessità del decreto. Ma forse è l’eccezione che conferma la regola. «Gli italiani sono sempre gli uni contro gli altri armati», dice Carandini. «Le persone come Letta e come Attico sono rare anche perché salve dai cattivi sentimenti e consapevoli che bisogna legare le parti in lotta fra di loro. La priorità è il bene comune». Sono entrambi un simbolo importante «di quella politica che sostituisce il compromesso alla guerra». È il motivo per cui gli ateniesi ritenevano Attico «ispiratore e protagonista di tutti gli affari dello Stato».
Non è un mistero che il vero protagonista di tutti i più importanti tavoli di mediazione a Palazzo Chigi degli ultimi quindici anni, da quelli più recenti come Alitalia alla Bicamerale del 1997 con D’Alema, è stato Gianni Letta. Il famoso "patto della crostata" che doveva suggellare 12 anni fa il primo clamoroso esempio di progetto istituzionale bi-partisan, fu siglato simbolicamente a casa del braccio destro del Cavaliere. Anche il biografo di Attico sa «quanta saggezza richiedesse mantenere i contatti e la benevolenza di coloro tra i quali intercorreva non solo la gara per il supremo potere, ma anche tanta ostilità, quanta era fatale che ci fosse tra Cesare e Antonio, dal momento che sia l’uno che l’altro desiderava di essere il capo non solo della città di Roma, ma di tutto il mondo».
Anche il «ritegno» di Attico era noto: era «più gradito a tutti, vedendo che esso era da attribuire al suo senso del dovere, non al timore, né alla speranza». A dicembre del 2008, bersagliato dalle uova degli studenti dell’università di Siena mobilitati contro la riforma Gelmini, Letta ascoltò con calma serafica un duro comunicato contro il governo, letto da una studentessa. Poi prese il microfono e disse con pacatezza che comprendeva le proteste ma che consigliava di farle «in un modo un po’ più avvertito senza ripetere quello che qualcuno ha suggerito».
Anche questo, secondo Carandini, sarebbe stato un comportamento tipico, per il consigliere di Cicerone. «Quante delle firme di protesta avvengono anche oggi per trascinamento, per ragioni ideologiche, senza che nessuno abbia contezza delle cose di cui si tratta». Attico, invece, «sa dominare certi istinti primordiali. Per lui la cosa più importante è la reputazione», si legge nel libro di Nipote. Che cosa rara. Anche in antico.


