Home > Argomenti vari > Gianni Letta e Pomponio Attico: Vite parallele

Gianni Letta e Pomponio Attico: Vite parallele

3 Marzo 2009

 

(nella foto l’intervistato, prof. Andrea Carandini, neo presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali) 

il Riformista domenica 08.02.2009

 

Letta e Pomponio Attico

 

Cronache dall’ombra

 

ANALOGIE. Dall’antica Roma ad oggi, evoluzione di un consigliere influente, bipartisan ed intoc­cabile. Priorità: il bene comune e la (propria) reputazione

 

TONIA MASTROBUONI

 

Ormai è diventato totalmente desueto capire una persona attraverso un’altra. Vale la concezione romantica per cui ognuno è se stes­so. Esistono invece degli stili di vita che si posso­no riconoscere. E confrontare due vite non vuol di­re schiacciarle sullo stesso modello».

 

Andrea Carandini ha avuto un’illuminazione. Nella sala dal­le ampie finestre della sua casa romana al Quirina­le, il grande archeologo ha la città sempre negli oc­chi. La vista toglie il fiato. Da qui si vede anche il Palatino, dove Carandini ha fatto le scoperte che hanno costretto gli storici a riscrivere le origini del­la città. In questa sala, che è anche il suo studio, l’ar­cheologo ha lavorato a lungo alla sua ossessione per Romolo. Sua moglie Mara dice che prima o poi finirà «per scavare sotto casa».

Anche adesso, alle nove del mattino, è diffi­cile distogliere lo sguardo dai tetti di Roma. Carandini è concentratissimo su un libro, le Vite degli uo­mini illustri di Cornelio Nepote (Newton Compton), scritto nel primo secolo avanti Cristo. Smette di sfogliarlo, me lo porge: «qui c’è la vita di Gian­ni Letta». Leggo: Capitolo 25. Attico. «Il consi­gliere di Cicerone», annuisce l’archeologo. Le so­miglianze con l’eterno numero due di Berlusconi, scandisce, sono «impressionanti».

 

Certo, il periodo storico in cui vive Attico è «molto più drammatico». Ma in quella «macelle­ria che è la Tarda Repubblica», cioè nel periodo dei triumvirati e delle congiure, della guerra civile e delle proscrizioni cui cadrà vittima anche Cicerone, Attico muore vecchio. Pur avendo passato la vita intera in mezzo ai potenti. «E i potenti», racconta Ca­randini, «lo amarono tutti, senza eccezioni». Ricor­sero spesso al suo aiuto, «alla sua grande capacità di mediazione e di ascolto. Alla sua non faziosità», sottolinea. «Amarono cioè la sua totale mancanza di astio e la sua capacità di servire bene una parte e di servire bene il tutto. Una qualità rarissima che lo accomuna a Letta». Carandini indica un passaggio del libro di Nepote: «Attico si comportava in mo­do tale da apparire agli infimi uno di loro, ai mag­giorenti un loro pari».

 

Nato a Roma ma vissuto per un ventennio ad Atene (da cui il soprannome "At­tico"), Tito Pomponio era figlio di una ricca famiglia romana di antichissime origini. Rappre­sentò sin dalla giovinezza «una tipologia unica di politico», os­serva l’archeologo. Rifugiò ad Atene per sfuggire ai tumulti di Cinna, anzi, come scrive Nepote, siccome «non gli era concessa la possibilità di vivere secondo la dignità del suo stato senza offen­dere l’una o l’altra delle sue par­ti, perché gli animi dei cittadini erano divisi, parteggiando gli uni per il partito di Siila, gli altri per quello di Cinna, ritenendo quel­la una buona occasione per at­tendere ai suoi studi, si recò ad Atene».

Che cosa vuol dire che Let­ta è un politico raro? «Ci sono i faziosi, che difen­dono le proprie ragioni e attaccano quelle degli al­tri. Poi c’è chi appartiene ad una fazione ma cerca l’oggettività e finisce fatalmente sempre per esse­re riconoscibile. Poi ci sono i cinici che hanno i lo­ro giudizi ma non si schierano da nessuna parte per­ché è tutto è finalizzato ad esaltare se stessi».

 

Se­condo Carandini la stragrande maggioranza dei po­litici appartiene da millenni ad una di queste tre ca­tegorie. Ma ce n’è una quarta che accomuna l’eter­no numero due di Berlusconi e il grande consiglie­re di Cicerone. «Hanno un’identità di parte, ma per ragioni di equilibrio e di serenità convivono con una partigianeria complessiva. Lavorano bene per una parte per servire bene il tutto».

 

Attico fu consigliere di Cicerone, si legge in Nepote, e amico di Cesare, che apprezzava «la sua neutralità». Ma era amato anche dal figlio di Cesa­re, dal suo assassino Bruto. Che Attico aiutò anche quando cadde in disgrazia, in esilio, inviandogli del denaro. E quando Antonio tornò vittorioso a Roma e stilò la lista di proscrizione dei suoi nemici, tra i primi nomi figurò quello di Cicerone. Ma fece sa­pere al suo consigliere, negli stessi giorni in cui il grande oratore veniva raggiunto dai sicari, che non doveva temere per la sua vita.

 

Carandini legge in Nepote: «Non concorse al­le pubbliche cariche, quantunque gli fossero aperte e per il suo pre­stigio personale e per il suo rango sociale». Letta non è mai stato candidato. Eppure è da oltre 20 anni il braccio destro di Berlu­sconi, prima in Fininvest, poi al governo. E’ stato Enrico Mentana, durante l’ultima campagna elet­torale, a chiedere al candidato premier perché non avesse mai fatto eleggere Letta. «È un uomo di Stato», gli rispose con aria so­lenne Berlusconi. Anche per il leader del Pd, Walter Veltroni, l’ex direttore del Tempo è «un uo­mo delle istituzioni» e un «libe­ro professionista in questo gover­no».

 

In questo momento di gra­ve crisi economica e politica, per l’archeologo «dovrebbe vincere questa tipologia di politico». Certo, lo scontro istituzionale tra Berlu­sconi e il presidente della Repubblica, Giorgio Na­politano, sul caso Englaro sembra dire il contrario: stavolta Letta avrebbe preso apertamente le parti di chi difendeva la necessità del decreto. Ma forse è l’eccezione che conferma la regola. «Gli italiani so­no sempre gli uni contro gli altri armati», dice Ca­randini. «Le persone come Letta e come Attico so­no rare anche perché salve dai cattivi sentimenti e consapevoli che bisogna legare le parti in lotta fra di loro. La priorità è il bene comune». Sono entram­bi un simbolo importante «di quella politica che so­stituisce il compromesso alla guerra». È il motivo per cui gli ateniesi ritenevano Attico «ispiratore e protagonista di tutti gli affari dello Stato».

 

Non è un mistero che il vero protagonista di tutti i più importanti tavoli di mediazione a Palaz­zo Chigi degli ultimi quindici anni, da quelli più re­centi come Alitalia alla Bicamerale del 1997 con D’Alema, è stato Gianni Letta. Il famoso "patto del­la crostata" che doveva suggellare 12 anni fa il pri­mo clamoroso esempio di progetto istituzionale bi-partisan, fu siglato simbolicamente a casa del brac­cio destro del Cavaliere. Anche il biografo di Attico sa «quanta saggezza richiedesse mantenere i con­tatti e la benevolenza di coloro tra i quali intercor­reva non solo la gara per il supremo potere, ma an­che tanta ostilità, quanta era fatale che ci fosse tra Cesare e Antonio, dal momento che sia l’uno che l’altro desiderava di essere il capo non solo della città di Roma, ma di tutto il mondo».

 

Anche il «ritegno» di Attico era noto: era «più gradito a tutti, vedendo che esso era da attribuire al suo senso del dovere, non al timore, né alla speran­za». A dicembre del 2008, bersagliato dalle uova degli studenti dell’università di Siena mobilitati contro la riforma Gelmini, Letta ascoltò con calma serafica un duro comunicato contro il governo, let­to da una studentessa. Poi prese il microfono e dis­se con pacatezza che comprendeva le proteste ma che consigliava di farle «in un modo un po’ più av­vertito senza ripetere quello che qualcuno ha sug­gerito».

 

Anche questo, secondo Carandini, sareb­be stato un comportamento tipico, per il consiglie­re di Cicerone. «Quante delle firme di protesta av­vengono anche oggi per trascinamento, per ragio­ni ideologiche, senza che nessuno abbia contezza delle cose di cui si tratta». Attico, invece, «sa do­minare certi istinti primordiali. Per lui la cosa più importante è la reputazione», si legge nel libro di Nipote. Che cosa rara. Anche in antico.

I commenti sono chiusi.