Archivio

Archivio per la categoria ‘Argomenti vari’

Wojtyla (Pars prior): "Qualis pontifex pereo"

13 Aprile 2005 Commenti chiusi

In questi giorni che hanno visto la scomparsa del papa , a me -ma, vedo, anche ad altri – p.e. qui; e qui- è tornato in mente, quale particolare, credo, significativo, la ripresa e riproposta, nell’ultimo suo periodo di declinante salute, del “non omnis moriar” oraziano [Odi, III, 30], con l’immagine del pontefice capitolino (dum Capitolium / scandet cum tacita virgine pontifex) quale garante del perpetuo riproporsi del ricordo a sconfiggere l’ _innumerabilis annorum series et fuga temporum_, sia nelle poesie del Trittico Romano [Tryptyk rzymski: medytacje, Bompiani, 2003], sia nella conversazione con la sua cerchia più intima (cfr. p.e. il vaticanista Marco Politi su Repubblica del 28-09-03, pag.17), a riaffermare, secondo un’_interpretatio christiana_ consolidata, la propria pacata fede nella sopravvivenza dopo la morte, non solo -direi- quella dell’anima, ma, nel suo caso, anche della propria opera come papa (…_multaque pars mei / vitabit Libitinam_) -”Magno”, già lo definisce qualcuno, con fastidiosa enfasi.
Un papa che, come ricordava recentemente Barbara Spinelli sulla Stampa, nel presente su di sé rendeva icastica la consapevolezza del cotidie morior paolino della Prima lettera ai Corinzi [1 15.31], da un lato con una apertura prospettica (dal Trittico: “Omnia nuda et aperta sunt ante oculos Eius“: cfr. S.Paolo Epistola agli Ebrei, 4,13-15] sul Giudizio finale (ibidem: “Sulla soglia della Cappella Sistina”, 4. Il Giudizio: ” Una Fine e nel contempo, un apogeo della trasparenza -/ Tale è la via delle generazioni./ Non omnis moriar /- Quel che in me è imperituro,/ ora si trova faccia a faccia con Lui che E’!”), dall’altro con una commossa rammemorazione di un periodo di passata purezza, dei primordi dell’umanità così come della propria vita (cfr. ibidem, 3.Presacramento “Vivono coscienti del dono,/ anche se non sanno esprimere tutto ciò./Ma vivono questo. Sono puri./ Casta placent superis; pura cum veste venite,/ et manibus puris sumite fontis aquam - / queste parole leggevo ogni giorno, per otto anni,/ entrando nel portone del ginnasio di Wadowice“), a racchiudere la parabola della propria esperienza di uomo (sempre nel Trittico è ricordato il “pulvis es et in pulverem reverteris” di Genesi, 3, 19, all’estremo di quell’arco che termina nel “non omnis moriar”, poco più oltre ribadito: “E così scorrono le generazioni / Nudi vengono al mondo e nudi tornano alla terra / da cui sono plasmati / “Polvere tu sei e in polvere tornerai” Ciò che aveva forma diventa informe / Ciò che era vivo – ecco, è ormai privo di vita / Ciò che era bello – ecco, è adesso squallida rovina / Però io non muoio del tutto / quel che in me è imperituro permane!”) , incastonandola in quella lingua, il latino, che per lui era la lingua della fede, della meditazione, del fiducioso abbandono (“totus tuus“, il suo motto di devozione mariana; “Nunc dimittis servum tuum, Domine, secundum verbum tuum, in pace“, queste parole [Luca 2, 29], sono ricordate nel suo testamento)

E’, del resto, noto che il giovane Karol, nei suoi otto anni di permanenza al liceo-ginnasio di Wadowice, si distingueva nelle lingue classiche, sia in greco sia -e soprattutto- in latino, dove ottenne ottimi voti (il suo esame di diploma del ’38 fu incentrato sulla letteratura classica, in particolare Aristotele e la tragedia greca), tanto da essere prescelto per pronunciare, nel 1938, l’allocuzione all’arcivescovo di Cracovia, Adam Sapieha, in visita al suo piccolo istituto: e in tale occasione, alle lodi per il suo ingegno, questi fece seguire il rammarico per la futura scelta di vita -universitaria, facoltà di lettere e filosofia, e non già ecclesiastica- del diciottenne Wojtyla, appassionato di teatro, letteratura polacca, filosofia: ed è altrettanto nota l’ammirazione suscitata, al Concilio Vaticano II, dalla padronanza dell’allora arcivescovo Wojtyla come oratore in lingua latina [sul giovane Wojtyla cfr. l'autobiografico Dono e mistero: nel cinquantesimo anniversario del mio sacerdozio, del novembre 1996].
L’entusiasmo per la poesia di Wojtyla (ben percepito dal suo insegnante di greco e latino, Zygmunt Damasiewicz) si estendeva anche alla poesia polacca: ed in effetti Wojtyla si mantenne intermittentemente drammaturgo e poeta per circa un quarantennio, dai tempi del Teatr Rapsodiczny, il Teatro Rapsodico in clandestinità all’Università di Cracovia fino all’ascesa al soglio, nel 1978, per recuperare, non a caso, questo slancio espressivo -una vera e propria “ispirazione”- nell’ultima fase della sua malattia, appunto con il Trittico del 2003.
Forse Wojtyla non è stato un gran poeta (lo diceva di sé, autoironicamente, egli stesso; e così p.e. recentemente Adriano Sofri su Repubblica del 12/04; chi volesse giudicare da sé ha a disposizione K.W., Tutte le opere letterarie, Bompiani, 2001), ma è significativo che alla poesia classica volle ritornare quale voce della propria interiorità; e del resto l’intensità con cui si è impressa nell’animo del giovane Wojtyla l’educazione classica ricevuta (nella declinazione, certo, di quel Terzo Umanesimo tedesco allora d’attualità) può essere significativamente testimoniata dal ricordo, sempre nel Trittico, di quel motto che, secondo costume abbastanza diffuso all’epoca, campeggiava presso la porta del ginnasio di Wadowice [cfr. l'incipit di Un Altro Mare, di Magris, con quell' _arete timen pherei_ , Tugend bringt Ehre, all'ingresso del liceo dell'asburgica Gorizia di Michelstaedter], che dovette varcare per ben otto anni, tra infanzia e piena adolescenza, tratto da Tibullo (2, I,13-14):?Casta placent superis, pura cum veste venite, et manibus puris sumite fontis aquam?, con un’obliqua allusione anche alle “fonti” di un’educazione classica la cui funzione morale avrebbe la stessa divinità quale garante, secondo una prospettiva ottocentesca (il liceo fu fondato nel 1861) che anche il maturo Wojtyla avrebbe potuto pienamente sottoscrivere.
Un Wojtyla che davvero si sentì cittadino dell’Urbe: “civis romanus sum” esclamò (richiamando At 22,27 e Paolo di Tarso) sul Campidoglio, il 31 ottobre 2002, al momento di ricevere la cittadinanza di una Roma che aveva frequentato sin dal 1946, quale studente (consapevolmente ricordando che: “Civis è una parola molto impegnativa”); un Wojtyla devoto alla Vergine anche quale “Salus Populi Romani“, come nell’icona nella basilica di Santa Maria Maggiore; un Wojtyla, insomma, pienamente conscio di incarnare una *continuità* della Roma Caput Mundi che persiste sul piano della tradizione culturale latina e nel “primato” romano del Pontefice, in saecula saeculorum…; un Wojtyla il cui monito di allora può essere ripreso e -anche laicamente- riproposto: “Roma, erede di una millenaria cultura nella quale è innescato il fecondo germe dell’annuncio evangelico, non ha soltanto tesori del passato da custodire” (…) “Essa è consapevole (…) di avere un fondamentale compito da svolgere anche per il futuro, a servizio dell’umanità di oggi e di domani”.

Ultima Desiderata
Extremum radiat, pallenti obvolvitur umbra/
Iam iam sol moriens; nox subit atra, Leo,/
Atra tibi, arescunt venae, nec vividus humor/
Perfluit, exhausto corpore vita fugit./
Mors telum fatale iacit; velamine amicta /
Funereo gelidus contegit ossa lapis./
Ast anima aufugiens excussis libera vinclis /
Continuo aetherias ardet anhela plagas;/
Huc celerat cursum; longarum haec meta viarum;/
Expleat oh clemens anxia vota Deus!/
Scilicet ut tandem superis de civibus unus/
Divino aeternum lumine et ore fruar./
Detur et ore tuo, caeli regina, beari,/
Quae dubiae errantem per salebrosa viae/
Duxeris in patriam. Materno munere sospes/
Carmine te memori, virgo benigna, canam
.
[_meditatio mortis_ di Leone XIII, nel 1897, da papa 87enne]

Fuori i musicisti dalla Repubblica?

25 Marzo 2005 Commenti chiusi

E così, apprendo ora sfogliando il Venerdì, De Gregori ha pubblicato un nuovo album, “Pezzi”, che contiene una canzone, “Gambadilegno a Parigi”, in cui il protagonista “sogna Atene, città affascinante, culla della democrazia, della filosofia: noi siamo nati lì” (pag. 30): di fronte poi all’osservazione dell’intervistatrice Paola Zanuttini che insisterebbe “un po’ troppo con i classici“, replica: “è la verità, sarà scolastica, ma è la verità”; ribadendo che preferirebbe rinascere non certo in Italia -così canta nel suo “Tempo Reale“-, bensì “ad Atene o a Stratford-on-Avon“, “due posti bellissimi”; anzi di Atene -sostiene- gli piace “anche la parte moderna. E perfino lo smog” (come no? dopotutto che importa se “ad Atene si verifica un aumento della mortalità quotidiana pari all’ 1,5% per ogni incremento dei livelli di Pm10″?: http://www.lanuovaecologia.it/inquinamento/atmosferico/1694.php ; anche se certo Atene nel suo complesso un certo fascino lo conserva, come, nonostante le riserve: “a nessuno piace Atene per i soliti, ovvi, motivi – inquinamento, traffico, caos, sporcizia, disordine, cose così. Gli aerei decollano e atterrano sopra le case, pericolosamente. La canicola estiva diventa asfissiamento unito ai gas di scarico. Le periferie sono interamente industriali, probabilmente sprovviste di depuratori e impianti `a norma’. Il mare è inquinato, il traffico marittimo incessante. Della dea Atena, del re Codro, chi si ricorda più?”, fa ben emergere C.Colorno qui.
Vedo poi che sempre su Repubblica già il 23 marzo aveva presentato la figura del “Gambadilegno” della sua canzone (niente a che fare con Disney, trattasi di reduce di guerra che paratatticamente: “E allora sognò Atene / e la sua bocca spalancata / E la sua mano da riscaldare / e la sua vita stonata / E quel suo mare senza onde / e la sua vita gelata / E allora sognò Atene / sotto una nevicata”), figura un po’ inquietante, in realtà -sarà mica un mercenario, un reduce del golpe dei colonnelli del ’67?- (così, tranchant,del resto De Gregori, La Stampa 23 marzo: “Un soldato è sempre mercenario”!): un tema, Atene, che ” ricorre in questa canzone perché ricorre in me: Atene come culla della democrazia della civiltà, della pace, in contrapposizione con Sparta che significava la guerra. Atene era l’invenzione di nuove idee, immaginiamoci i vecchi che passeggiano a discutere di filosofia, beh non sarebbe bello rinascere lì?”.
Proprio vero: come i Melii sanno, Atene era amante della pace, e i vecchi ateniesi, “due volte bambini”, stavano certo tutto il tempo a passeggiare(il sistema schiavile è meglio della pensione, no?: solo un po’ d’affanno nello svegliarsi all’alba per recarsi a fare da dicasti ai processi all’Eliea, per un pugno d’oboli…: cfr. il prologo di Aristoph.Vesp.),immersi senza dubbio in discussioni filosofiche -altro che quei giovinastri al séguito di quel sofista d’un Socrate-, checché ne dica quel maligno di Aristofane
Come ricetta per il futuro, poi, il Rapsodo de noantri (nella canzone “Il vestito del violinista”) propone di confidare in costruttori quali i falegnami e i filosofi (“mi piacerebbe molto togliere il potere ai politici e darlo ai filosofi”, afferma sul Venerdì; così la canzone: “Come vedere spuntare il sole dall’altra parte di un muro/E falegnami e filosofi fabbricare il futuro”), con riscatto della banausia: del resto il giovane Socrate non era forse uno scalpellino figlio di scalpellino? :-)
Infatti, chiosa saggiamente De Gregori (La Stampa 23 marzo): “La salvezza del mondo secondo me passa di lì. Forse Casson e Cacciari farebbero bene a continuare a fare, rispettivamente, il magistrato e il filosofo (…) la politica non è più una salvezza”.
Ma su quest’ultima affermazione, visto che sono di Venezia, non sto a sindacare :-)

Comunicazione di servizio (Macone)

29 Novembre 2004 Commenti chiusi

Ho attivato, su diversa piattaforma (www.classico.splinder.com), un ulteriore blog per avere la possibilità di gestire (e presentare) testi in greco unicode, cosa che, a quanto vedo (ma forse è una mia incapacità: ogni commento in proposito sarà gradito), sui blog tiscali non è possibile.
Il testo di prova presentato è del poeta alessandrino Macone, frammento 9 Gow (apud Ateneo 8.341a-d).
Tale scelta non è casuale (vedi più sotto,il Commento)
Eccone una traduzione, puramente funzionale:

“Esagerato davvero, come ghiottone: tanto si narra di Filosseno, il poeta di ditirambi. E così un giorno acquistato al mercato, lì a Siracusa, un polpo lungo due cubiti, si appresta a papparselo intero, quasi: tranne la testa. Lo prende allora un’indigestione che lo mette a malpartito, così va da lui un medico che appena lo vede, con quella brutta cera, gli dice: “Presto, Filosseno: se ti resta qualcosa in disordine, affrettati a sistemarlo: qui non passi mezzogiorno!”. Al che ribatte al medico: “Compiuto è ogni mio affare, e da tempo è in ordine; i miei ditirambi -per grazia di dio- li abbandono tutti già cresciuti e coronati di vittoria; li affido alle Muse tra cui sono stato educato, Afrodite e Dioniso a tutori -
e il testamento è lì chiaramente a mostrarlo. Ma poiché il Caronte di Timoteo non lascia indugiare, no, -non c?è Niobe che tenga-, ma alto grida che il traghetto si volge a partire -e il destino funesto chiama, cui prestare ascolto è necessario-, affinché io mi affretti alla dipartita portando giù con me tutto quanto è mio… su, mi si porti qui il resto del polpo!”

[Nota: Il Filosseno di cui narra la Chreia è Filosseno di Citera (435-380 a.C.), famoso ditirambografo, l?autore de Il Ciclope o Galatea (che, sempre in età ellenistica, ispirò la ripresa di Teocrito, Idilli 6 e 11 e che, soprattutto, fu estesamente parodiato già da Aristofane nel Pluto) che, per qualche tempo, fu alla corte di Dionisio I di Siracusa (non senza contrattempi?); Timoteo di Mileto (450-360 a.C.), invece, è il poeta lirico coevo (di cui ci resta soprattutto il frammento del nomos dei Persiani: cfr. in generale PMG 777-804): nulla però rimane della sua Niobe; ovviamente, visto il tragico destino mitico dei figli, via via periti, il ruolo dell?inflessibile Caronte nell?azione lirica è facilmente immaginabile?]

Breve Commento:
Penso risulti chiaro, dal testo, quanto qualche tempo fa’ ho avuto modo di osservare su Iccl, e cioè che:
a)Macone nelle sue parodiche Chreiai ?capovolgimenti del ?genere? della scenetta filosofica aneddotica, di cui mantengono la caratteristica del detto sentenzioso, aforistico, spesso affidato alla battuta dialogica- sa essere anche *del tutto* non volgare, soprattutto quando non ci siano etère di mezzo (il cui comico, come già nell?Archaia e nella Mese, non rifugge da crude allusioni sessuali e dalla scatologia), ma altri personaggi cui affidare comici bon mots (come artisti scrocconi, parassiti, ghiottoni, etc.: in proposito, il fuoco, più limitato, degli interessi di Ateneo fa sì che la sua selezione risulti fortemente orientata).
b)Sua caratteristica è lo stile piano, con trimetri giambici che paiono prosa dialogica, quasi, tanto i tratti colloquiali, da narrazione rilassata e complice (dal gossip all?aneddoto); all?interno di una sintassi vivace e paratattica, talvolta volutamente spezzata e sospesa, risultano dominare; in un impasto stilistico però che, lungi dall?essere sciatto o piatto, è pronto ad accogliere in sé la citazione in stile alto e lessico elevato, in parodia di altri generi (nel caso: il ditirambo; parodie già rintracciabili, similmente, nell?Archaia e nella Mese).
c)M. inoltre presta scrupolosa attenzione, a livello compositivo, alla preparazione dell?agudeza, appunto, di quel fulmen in clausola che l?audience ?orientata dal genere- già s?aspetta, di quella battuta per cui prende vita l?intero aneddoto, sapientemente schizzato in modo quanto mai icastico.

Stigmatias

1 Ottobre 2004 Commenti chiusi

Nicanore doveva essere, apparentemente, la quintessenza del pedante: un grammatico (alessandrino, per giunta) vissuto ai tempi di Adriano che, tra le altre cose, scrisse libri “Sulla punteggiatura in Omero e la differenza che causa nei significati” , due libri “Sulla punteggiatura in generale”, più una loro epitome, un altro “Sulla punteggiatura in Callimaco” e, infine, per variare, un ulteriore libro “Sulla punteggiatura”… (cfr. il lessico Suda).
Come stupirsi che alcuni lo vollero prendere bonariamente in giro, soprannominandolo Stigmatias ? La parola stigme, infatti, oltre a significare “punto” / “punteggiatura” in greco è impiegata anche per indicare il tatuaggio impresso sugli schiavi (specialmente quelli fuggitivi), come segno di riconoscimento, e così lo scherzoso appellativo, con calembour, significava un qualcosa come “pendaglio da forca”…
Insomma, tanta acribia si prestava necessariamente ad essere… stigmatizzata dai colleghi!
In realtà il tema, apparentemente arido, della punteggiatura, nei secoli non ha mancato di interessare le menti più eccelse -si pensi p.e. ad Erasmo da Rotterdam [*] – e, recentemente, ha conosciuto un inaspettato revival, nel mondo anglosassone, testimoniato dal successo di un libro quale quello di Lynne Truss, Eats, Shoots & Leaves, dal titolo difficilmente traducibile, se non altro per l’ambiguità dei suoi due termini finali, che -visto che possono essere sia verbi sia sostantivi- hanno dato vita ad una altrettanto intraducibile barzelletta con protagonista un panda, portato alla delinquenza [sic] proprio da… una virgola posta sul punto sbagliato!
Ad orecchie italiane (ed anche francesi) l’aneddoto ricorda un po’ la storiella riguardante quel fra’ Martino che, proverbialmente, per un punto perse la cappa (“uno pro puncto Martinus caruit Asello“), per aver malamente fatto interpungere la frase di benvenuto all’entrata del monastero: “porta patens esto nulli claudaris honesto”, no?, con quel punto malandrino finito dietro a “nulli” invece che davanti (per questo ed altri giochi di parole latini e greci, può essere data un’occhiata qui)…
Forse che allora, in fondo in fondo, non sia da rivalutare l’opera oscura di Nicanore, umile continuatore dell’opera dei grandi filologi alessandrini di età ellenistica (i veri “inventori” dei segni diacritici, in primis Aristofane di Bisanzio), il quale ben avrà saputo che senza la pur piccolissima _stigmê_ non solo la geometria non avrebbe né capo né coda (“_esti grammês peras, hêtis esti sêmeion elachiston. Stigmê de estin archê grammês, monas de archê arithmou”, così Suda, sigma 1105 Adler), ma anche la filologia si troverebbe priva della base su cui iniziare a diakrinein, “distinguere”, appunto…

[*]Riporto qui, a mo’ di colofone, una citazione dal suo dialogo (1528) De recta Latini Graecique sermonis pronuntiatione, da cui si evince come il tema dell’interpunzione fosse all’epoca (non molto lontana dalle “invenzioni” di un Aldo Manuzio) di viva attualità, con una necessità di trovare uno standard che appunto aiutasse “la dettatura, la lettura e… l’attività filologica di collazione e emendamento dei codici”:
“Optarim in his typographos consentire. Nunc variae feruntur, nec pares tamen varietati distinguendae vocis. Theodorus Gaza eodem puncto distinguit triplicem pronuntiationem, perfectam puncto in medio spacii posito, imperfectam in imo, mediam in summo. Verum hic ut facilis est scribarum lapsus, ita et pronuntiantium falli possunt oculi. Malim notulas variam habere figuram, ut minima interspiratiuncula, qualis est post vocandi casum interdum, signetur puncto inflexo ad imum dictionis ; paulo maior distinctio duobus punctis, quorum alterum ad latus additum modice flectatur deorsum ; principale vero comma quod secat orationem notetur duobus punctis, quorum superius inferiori immineat. Caeterum ubi iam non pendet constructio, sed additur aliquid sententiae, punctum addatur imae dictioni. Totam periodum absolutam signent duo puncta, quorum inferius fluat deorsum, quae Graecis nota est interrogandi. Si quid extra ordinem interiicitur, quod velut ab alio interloquente dictum submissiore voce sonari solet, lunulis duabus dimidiatis signant quidam. (…) Iam si illud quoque conveniat, ut omnes ad singulas notas vocem accommodent, non parum erit commoditatis vel iis qui dictant aliis scribenda, vel iis qui collatione codices emendant, vel iis denique qui publice recitant aliquid.

Nico

Categorie:Argomenti vari Tag:

Gerund-grinders

22 Settembre 2004 1 commento


Recentemente, il 20 settembre (non a caso, anniversario di Roma-capitale, in memoria della breccia di Porta Pia), il nostro presidente Ciampi, all’ Altare della Patria, il Vittoriano, ha pronunciato il consueto messaggio agli studenti in occasione dell’apertura dell’anno scolastico 2004-2005.
In proposito, oltre alla (nient’affatto scontata, ma auspicabile da parte di un ex-Normalista) menzione dell’importanza della cultura classica per la formazione dei cittadini(“imparare una lingua straniera in più, approfondire la storia antica e moderna, la cultura classica, dedicarsi agli studi scientifici e matematici concorrono alla tenuta complessiva del sistema, sono importanti per il nostro futuro”), ha ribadito l’importanza che gli insegnanti comunichino “ai giovani l’amore per la conoscenza, il ‘piacere di scoprire le cose’, non rinunciando mai ad imparare insieme a loro e da loro”, così esortando: “Educhiamoli, in primo luogo con l’esempio”.
Un topos della parenesi didattica, questo (docere verbo et exemplo), fin troppo abusato ma ancora valido, in primis riguardo la trasmissione dell’amore allo studio dei classici, in cui l’exemplum del docente è fondamentale.
Certo siamo, fortunatamente, lontani dai tempi del “plagosus Orbilius” di oraziana memoria (Epistole, 2. 1. 69), né è ancora attuale come metodo didattico l’orbilianismo (neologismo francese del 1764: all’epoca più che mai attuale grazie ai metodi educativi dei gesuiti -di cui, più recentemente, Dell’Utri purtroppo temo non abbia potuto beneficiare :-) ), ma mantengono tuttora una qualche rilevanza, almeno nella communis opinio, icastici e polemici ritratti come il seguente con a bersaglio i pedanti -e, appunto, “plagosi”- Grammatici, tratto dal godibilissimo Sartor Resartus (1831) di Thomas Carlyle (1795-1881), quale exemplum e contrario per il nostro corpo insegnante:

“My Teachers,” says he, “were hide-bound Pedants, without knowledge of man’s nature, or of boy’s; or of aught save their lexicons and quarterly account-books. Innumerable dead Vocables (no dead Language, for they themselves knew no Language) they crammed into us, and called it fostering the growth of mind. How can an inanimate, mechanical Gerund-grinder, the like of whom will, in a subsequent century, be manufactured at Nurnberg out of wood and leather, foster the growth of anything; much more of Mind, which grows, not like a vegetable (by having its roots littered with etymological compost), but like a spirit, by mysterious contact of Spirit; Thought kindling itself at the fire of living Thought? How shall _he_ give kindling, in whose own inward man there is no live coal, but all is burnt out to a dead grammatical cinder? The Hinterschlag Professors knew syntax enough; and of the human soul thus much: that it had a faculty called Memory, and could be acted on through the muscular integument by appliance of birch-rods.

“I miei insegnanti” -racconta- “erano gretti Pedanti, senza conoscenza della natura umana, o di quella del ragazzo; o di qualcosa eccetto i loro lessici e registri quadrimestrali. Innumerevoli Vocaboli morti (non Lingua morta, visto che loro stessi non conoscevano alcun Linguaggio) stipavano in noi, e lo chiamavano sviluppare la crescita della mente. Come può un’inanimata, meccanica, Macina-di-Gerundi, simile a quelle che, nel secolo successivo, saranno fabbricate a Norimberga con legno e cuoio, promuovere la crescita di alcunché; tanto meno della Mente, che cresce, non come un vegetale (con l’avere le sue radici cosparse dello strame di fertlizzante etimologico), ma come uno spirito, attraverso il misterioso contatto con lo Spirito; Pensiero che si accende al fuoco di vivente Pensiero? Come potrebbe dare accensione proprio colui nella cui interiorità umana non vi sia vivo carbone, ma tutto sia spento ridotto ad una morta cenere grammaticale? I Professori d’Hinterschlag conoscevano abbastanza bene la sintassi; e dell’animo umano solo fino a questo punto: che aveva una facoltà chiamata Memoria, e che vi si poteva agire attraverso il rivestimento muscolare mediante la somministrazione di bacchettate di betulla” [traduzione mia]

Insomma, perché un professore di greco e di latino non sia visto dai propri allievi, ancor oggi, come pedante macina-gerundi, custode delle spente, tombali, ceneri, di lingue morte, seminatore di sterco grammaticale incapace di fertlizzare e archivista di parole che non si animano in lingua e letteratura che parli ai cuori, mi sembra resti attuale l’esortazione presidenziale ad imparare con/da gli alunni, affinché sia riattualizzato un motto latino, non a caso, appunto, declinato al gerundio: “docendo discitur” (cfr. Seneca Epist. 7,8: “homines dum docent discunt“), macina di sapienza antica da cui è ancora possibile trarre buona farina…

Nico Narsi

Categorie:Argomenti vari Tag: ,

Come non si deve scrivere la storia

16 Settembre 2004 2 commenti

Rubo il titolo -ribaltandolo- ad un’operetta lucianea, per parlare di una recente iniziativa editoriale: come si sa, in questi giorni sono in edicola le “storie” universali sia di Repubblica sia del Corriere, i nostri due più grandi quotidiani nazionali; da un certo punto di vista, nient’altro che un ulteriore episodio nello scontro editoriale per vendere più copie che da anni li oppone, a forza di gadget ed allegati.
Come da un po’ di tempo capita, appunto, l’allegato è un libro: e pare che questo canale alternativo di distribuzione (l’edicola), rispetto alla libreria, stia avendo un buon successo, almeno nei numeri (il dibattito tra gli editori, in proposito, comunque ferve, come ha dimostrato anche il recente Salone del Libro di Torino.
Insomma: si tratta di opere divulgative, dal taglio enciclopedico, destinate al grande pubblico, ed assemblate a partire da opere preesistenti (magari a se stanti), dopo apposito editing o integrazioni redazionali , ad adattarle alla nuova veste editoriale.
Per saggiare la qualità di queste opere, relativamente al mondo classico, ho dato recentemente un’occhiata al secondo volume allegato a Repubblica (“La grecia e il mondo ellenistico“), che si basa su un’intelaiatura di autori -e “cucitura” di interventi redazionali- UTET, arricchita da cartine ed immagini De Agostini (dal 2002 il gruppo editoriale è il medesimo).
Purtroppo, mi ha lasciato perplesso: mi sembra che le parti redazionali e i sunti-troppo-onnicomprensivi-per-essere-ancora-buona-divulgazione ad intervallare le parti più propriamente storiche-evenemenziali siano troppo estesi e di qualità diseguale (particolarmente insoddisfacenti: il cap. XI sulle origini del teatro e della poesia lirica, il XII sull’Atene di Pericle, il XV su Arte e Filosofia della Grecia Classica e il XVII su Letteratura e Religione nel sec. IV a.C.), mentre, di contro, in generale sono di livello molto più elevato tutte le sezioni curate dal prof. Mario Attilio Levi, basate sul precedente volume UTET “Il mondo antico e la Grecia arcaica“, (rist. 1981) apparso all’interno della collana Storia universale dei popoli e delle civiltà.
Insomma: ad essere discutibile è proprio la scelta che ha presieduto all’integrazione /assemblaggio di brevi voci enciclopediche (alla bignami o “pillole di cultura”) ed approfondimenti culturali-artistico-filosofici, ad “adornare” il solido scheletro dei dati in buona parte tratti dall’opera precedente.
Venendo al dettaglio, anche lasciando perdere, infatti, gli errori di stampa (alcuni divertenti: pag. 305 “vengono *perpetuate* molte uccisioni; pag. 259 il tiranno Cerone di Siracusa, ibidem *recepire* uno stipendio; *recrudescenza* di dogmi stranieri, pag. 270), c’è uno degli autori (che non conoscevo: Peter Levi: escluderei però abbia a che fare con questo) che, davvero, è incredibile!
Ecco un piccolo florilegio: “gli Spartani erano…certamente invidiosi degli Ateniesi” (una delle cause dello scoppio della Guerra del Peloponneso, pag. 293); “per quanto riguarda… il sec. V i [nostri] problemi [nel capire i Greci] sorgono dall’eccessivo soffermarsi sulla vasta documentazione di cui disponiamo” (pag. 258); “Sofocle…era tenuto ai suoi tempi in maggior considerazione come sacerdote di un serpente sacro che come poeta tragico” (p.269: si allude al culto di Asclepio); “Il fattore caratteristico dell’oscurantismo del sec. V è il disorientamento, qualcosa di simile al concetto di assenza di norma (anomia) introdotto dai sociologi” pag. 270; “le Baccanti…forse [non sono] opera propriamente originale, ma ricalcata da un capolavoro perduto di Eschilo“, pag. 366, “Alcmane visse e compose a Sparta, ma in una società più felice di quella che S. avrebbe conosciuto nelle generazioni successive”, pag. 252; Saffo… “ci racconta i particolari della sua vita amorosa, che ci richiamano, pur con le dovute differenze, le storie di passione di un pensionato per delle giovani ragazze”, pag. 253; Archiloco è “collega” di Saffo -ibidem-, Saffo che è “poetessa della sensibilità più che della forza, quantunque possieda entrambe queste due qualità”; “la poesia lirica e i canti popolari esistevano prima di Omero…e il senso ritmico così sviluppato dei poeti greci arcaici deve senz’altro molto ad una tradizione poetica dell’Asia Minore…per questo motivo non dobbiamo sopravvalutare quei pochi poeti che conosciamo oggi”, pag. 254; parla di “esametro giambico ateniese” p.251; “solo oggi siamo in grado di capire il posto realmente occupato dagli antichi poemi nell’ambito della poesia universale, ma le traduzioni di cui disponiamo, anche quelle di anni più recenti, sono spesso molto approssimative: in questo campo si può senz’altro affermare che i lavori migliori sono quelli francesi e quelli italiani“, pag.37; “nel corso del Novecento…è poco a poco caduto il preconcetto che un’educazione classica fosse un segno di distinzione aristocratica: pertanto gran parte di quella presunzione propria di generazioni di studiosi è andata via via scomparendo”, pag. 33).
Di fronte a tutto questo, tutto il resto -pur non marginale- rischia di apparire marginale: oltre all’errore sul riquadro su lord Elgin (di cui ho gia parlato qui) favorevole alla “restituzione” dei marbles, tra l’altro: altra opinione, ovviamente, al British Museum, riguardo al “furto” ai danni del Partenone e della Grecia intera: cfr. punti 9.2 segg), si può osservare, p.e., che nel narrare la battaglia di Maratona (pag.279) -argomento del mio ultimo post- sono alternati, senza spiegazione, i nomi Fidippide/Filippide, e che, alla faccia dei lodabili e lodati sforzi di Iannucci, Crizia è presentato tout court come lo “spietato sofista e oligarca” che nel Sisifo propose “un’atea e torva visione dell’origine della comunità politica” (p.397), oppure che in una cronologia si parla di Antifone invece che Antifonte (pag.304); e gli abitanti di Chio sono i Chi (pag.263).
Per finire, propongo un’analisi a campione (non del tutto casuale, ovviamente…) più dettagliata: nel contesto della produzione letteraria di fine V sec., di Aristofane (p.367-8): si dice che dopo il 424 a.C. non scrisse più commedie di argomento così marcatamente politico (ovviamente il riferimento -non esplicitato- è ai Cavalieri, e, altrettanto ovviamente, l’informazione è errata: nell’Archaia la cosiddetta Demagogenkomodie fiorisce proprio durante la Guerra del Peloponneso: il principale target dei comici passa dal Pericle degli anni ’30, al Cleone degli anni ’20, fino all’Iperbolo degli anni ’10 e al Cleofonte del penultimo lustro del secolo). Viene poi alluso ai Demi di Eupoli senza nominare il titolo della commedia (dicendo che “è perduta”: il che, in senso stretto, è impreciso, visto gli ampi frammenti che ne rimangono) quale antecedente delle Rane -Rane che viene presentata all’incirca come prima commedia di “critica letteraria assai incisiva”, tralasciando p.e. completamente le Tesmoforiazuse, Rane su cui così è commentato: “ci si aspetterebbe, data la contemporaneità con la sconfitta di Atene…, che questa commedia fosse piena di tristezza”…quando invece il tema dell’azione comica è, appunto, quale salvatore trovare per la polis, visto che *non ancora* tutto è perduto e la sconfitta non c’è ancora stata…; infine: la Lisistrata presenterebbe un “messaggio politico più ‘salutare’ ” !? (make love not war?).
Al di là di tutto, non ci si riesce a fare un’idea di Aristofane nel contesto della temperie culturale ateniese di fine V sec., l’obiettivo dichiarato di quelle due colonnine dedicategli…
Sempre riguardo Aristofane, poi, a pag. 259 l’allusione fatta en passant ai Cavalieri è sbagliata (“molti di questi ex contadini divennero piccoli commercianti, come il venditore di salumi ricordato da Aristofane in una delle sue commedie”), visto che il Salsicciaio non era mai stato contadino, bensì faceva parte di una sorta di sottoproletariato urbano, cfr. Cav.636 (“educato fin da ragazzino nell’agorà” -e vedi anche 1258- venditore ambulante alle porta della città, a sua volta figlio di umili commercianti) e 1236 (“cresciuto tra le sberle al macello”).
Concludo con l’ultima perla dell’eccentrico Peter Levi: “se mi si concede un breve excursus autobiografico, ciò che ho appena detto fu insegnato anche a me quando andavo a scuola, e vi ho sempre creduto con tutte le mie forze. Ho poi sentito grandi studiosi e specialisti confutare questa tesi, e, alla fine, con il passare del tempo, ho cominciato a credere vere, pur entro certi limiti, le affermazioni di costoro”(p.366).
Pensando in che mani andrà a finire quest’opera, dichiaratemente divulgativa, questo scorcio autobiografico si colora di un’aura di inquietante profezia…
Nico

Categorie:Argomenti vari Tag: , , ,

Pheidippides on the Fennel-field

7 Settembre 2004 Commenti chiusi

Sulla maratona, forse perché ultima specialità nel programma dei giochi olimpici o forse perché è stata vinta da un italiano, chiudendo in bellezza, si è scritto e detto un po’ di tutto, con precisione alquanto discutibile , in una sorta di “gara” al contrario…
Ma forse non a casp: in effetti quale gara più che la maratona è frutto di pastiche (pasticcio?) pseudo-classico? Quest’invenzione di un linguista francese amico di De Coubertin, il comparatista Michel Jules Alfred Bréal, palesa fin dalle origini i segni di un’infatuazione per una grecità mitica e simbolica, liberamente reinterpretata: probabilmente la suggestione per la sua istituzione nasce dal fascino di un idillio di Robert Browning -non a caso ammiratore di Plutarco-, “Pheidippides” (1879), a cantare il memorabile scontro di Piana del Finocchio (_marathon_: cfr. Strabone, Geografia, III,4,9 e il Fenicularius spagnolo…), con il “majestical” Pan a fianco degli Ateniesi a combattere il Persiano (“Fight I shall, with our foremost, wherever this fennel may grow”); una narrazione liberamente ispirata a Plutarco, appunto, con un tocco di Luciano e una spruzzatina di Erodoto, dove al povero Fi*d*ippide viene promesso in dono dal dio, a premio della sua ulteriore fatica di emerodromo (un’altra quarantina di km da sciropparsi, dopo la battaglia, e, soprattutto, dopo l’andata-ritorno a Sparta -più di 240 km…- ancora freschissima) una “worthy reward”, ovvero il sollievo da ulteriori fatiche di messaggero (niente, all’epoca, volgari ricompense “in praise or in pelf”, quali… quelle olimpiche di oggi!)… cosa puntualmente avvenuta: cosa di meglio, dopo una vittoria ed un ruolo così grande in onore della patria, che… l’eterno riposo ?! (“”thereafter be mute: “Athens is saved!”-Pheidippides dies in the shout for his meed”; questa la chiusa, allora vittorianamente nobile, ora quasi… ironica beffa di quel Pan su cui cfr. P.Ellinger “Artémis, Pan et Marathon: mythe, polythéisme et évément historique”, in Myth and symbol. I. Symbolic phenomena in ancient Greek culture, Synnove des Bouvrie (a c. di), Bergen-Jonsered, 2002, pagg. 313-332).
Epperò si troverà sempre un noioso e grigio filologo (di quadriennio in quadriennio, ovunque ci sia una cronaca olimpica da riempire con il pezzo d’approfondimento…) a precisare che no, Filippide non è probabile come candidato alla corsa (cfr. il golden thread su rogueclassicism)…
In primo luogo perché l’erodoteo (Storie, 6,105) Filippide (o Fidippide: la tradizione manoscritta in proposito si divide cfr. l’apparato critico dell’editore oxoniense, Hude, ad loc.: accoglie _Philippiden_ -sulla scorta di d e l’indiretto Plut. mor. 862 -su cui tornerò- , mentre l’altro ramo porta _Pheidippiden_: così a P ) si reca non ad Atene, bensì a Sparta a chiederne, vanamente, il sostegno (è questa la “malignità erodotea” che Plutarco castiga nel passo sopracitato…) prima di Maratona (spartani impossibilitati giacché, per citare sempre il parafrastico Browning, così disse loro l’oracolo”, ‘No warfare, whatever the odds / In your favor, so long as the moon, half-orbed, is unable to take / Full-circle her state in the sky!’ Already she rounds to it fast: / Athens must wait, patient as we-who judgment suspend”).
E in secondo luogo perché Plutarco, che, come abbiamo visto, ben conosceva il Filippide erodoteo, assegna al corridore che da Maratona si recò ad Atene ad annunciare la vittoria tutt’altri nomi… Insomma gloria -ma per tutt’altra corsa, lo Spartathlon (esiste, esiste…)- a Fidippide, “risparmiator di cavalli” (…e ci credo, andando a piedi!): ebbene sì, macché il comunissimo e sciapo Filippide (pace anche Luciano, _Hyper tou en tei Prosagoregsei Ptaismatos_, 3, Pausania 1,28,4, Plinio il Vecchio Nat. Hist.VII, xx, etc.), Fidippide è il nome -così aristofanesco (vedi la gustosa narrazione, nel prologo delle Nuvole, del singolare nome di battesimo del figlio di Strepsiade), eppure reale: cfr. Dover nel commento alle Clouds oxoniensi, xxv: “The name ‘Pheidippides’ was borne by a Theran in the seventh century B.C. (IG xii/3. 536) and by an Eretrian in the third (IG xii/9. 246B. 18)”- da prediligere, vera lectio difficilior, e certo non “a witticism of Aristophanes (Nub. 67), which he would hardly have dared to make had the name been consecrated in the tale of Marathon” (così W. W. How, J. Wells, A Commentary on Herodotus, ad loc.), di cui appunto avrà eco confusa il Cornelio Nepote della Vita di Milziade, 4, dove parla di un Fidippo (“”Athenienses (…)Phidippumque, cursorem eius generis, qui hemerodromoe vocantur Lacedaemonem miserunt, ut nuntiaret, quam celeri opus esset ausilio“: Pheidippos è peraltro nome proprio diffusissimo nella grecità, e la confusione facilmente comprensibile)!
Un’impresa, certo, quella di Fidippide, ma, per restare in tema olimpico, non un “record del mondo antico”: il sempre preciso ed enciclopedico Plinio il Vecchio, loc. cit, ci informa infatti che “Cucurrisse MCXL stadia ab Athenis Lacedaemonem biduo Philippidem magnum erat, donec Anystis cursor Lacedaemonius et Philonides Alexandri Magni a Sicyone Elim uno die MCCCV cucurrerunt“… [sul tema cfr. V.Matthews, Classical World, 68 (1974), pagg. 161-169: "The Hemerodromoi: Ultra Long-Distance Runners in Antiquity.", e, più specificamente, Y.Z. Ztifopoulos ""Hemerodromoi" and Cretan "Dromeis": Athletes or Military Personnel ? The Case of the Cretan Philonides", Nikephoros, 11 (1998) pagg. 137-70].
Bene: a chi, giunto a questo punto di questo chilometrico post, si stesse ancora chiedendo donde sia nata allora la “leggenda” di Fi(d)/(l)ippide corridore morente a Sparta, potrei suggerire, semplicemente, di andarsi a leggere lo scettico F.J Frost, ‘The Dubious Origins of the Marathon’, American Journal of Ancient History, 4, (1979), pagg.159-163, ma, per chi fosse di fretta, brevemente aggiungo che all’origine della fortuna del motivo sta il passo lucianeo sopra citato (un opuscoletto, di rara sofistica pretestuosità, in cui Luciano finge di scusarsi con un conoscente per averlo salutato la mattina con un non-idiomatico _hygiaine_ invece che impiegare il corretto _chaire_, andandone poi ad illustrare pedantemente i diversi impieghi e magnificando l’augurio di “buona salute”, in saluto, rispetto ad altre formule -_eu prattein_ compresa-), dove, eziologicamente, ci fa sapere che il primo, storicamente, ad aver usato _chaire_ in formula di saluto sarebbe stato “il corridore Filippide che, giungendo ad annunciare la vittoria di Maratona, gridò agli arconti assisi sui propri seggi e inquieti sull’esito del combattimento: “Siate felici [_chairete_], siamo vincitori [il famoso... _nikomen_, tanto spesso soppiantato dal _nenikekamen_ nelle citazioni!]“, e, nel pronunciare la parola _chairete_ spirò”).
Per citare, ancora, l’inclito verso di Browning: :”"Rejoice, we conquer!” Like wine thro’ clay, / Joy in his blood bursting his heart, he died-the bliss! / So, to this day, when friend meets friend, the word of salute / Is still “Rejoice!”-his word which brought rejoicing indeed”.
Però c’è un però -come già anticipato. L’unico altro autore antico che ci tramanda la storiella della corsa da Maratona ad Atene per l’annuncio di vittoria (storia che, a quanto ne sappiamo, potrebbe peraltro non essere inventata -o quantomeno immotivata-, visto che effettivamente era necessario raggiungere di tutta fretta Atene, visto che la flotta persiana vi si stava dirigendo a tutta velocità per coglierla di sorpresa: cosa che, appunto, sempre a detta di Erodoto, anche tutto l’esercito ateniese poi fece, sventando il pericolo) è appunto Plutarco che, nel suo De Gloria Atheniensium (Moralia 347C) -in una digressione in cui… alquanto paradossalmente peraltro svaluta il ruolo di chi riporta un evento, quale appunto un messaggero, visto che gli onori dovrebbero toccare a chi è protagonista sul campo degli scontri!-, non fa affatto menzione del Filippide a lui ben noto, bensì così narra: _ten toinun en Marathoni machen apeggeilen, hos men Herakleides ho Pontikos historei, Thersippos ho Eroeus. Oi de pleistoi legousin Euklea, dramonta sun tois oplois thermon apo tes maches, kai tais thyrais empesonta ton proton, tosouton monon eipei, Chairete, kai chairomen . Eita euthys ekpneusai. Plen outos men autaggelos heke tes maches, agonistes genomenos_ (“Diede l’annuncio della battaglia di Maratona Tersippo l’Eroeo, a detta di Eraclide Pontico [btw: non la più affidabile delle fonti, com'è noto..., e anche quell' -ippos non convince...], o, come raccontano i più, Eucle [...nome che non ha certo goduto, a dispetto della propria etimologia, di "buona fama", davvero...], giungendo di corsa con indosso le armi, ancor caldo di battaglia: imbattutosi alle porte nei capi della città, questo solo disse: “Salve! Siamo salvi” [ho cercato di rendere così il calembour presente nella ripetizione del chaire, prima a saluto, e poi a... felicitarsi nel vero senso della parola!], poi subito spirò. E certo costui giunse a farsi annunciatore di battaglia a cui aveva in prima persona partecipato quale combattente”)…
Insomma parrebbe più giusto tributare onori ad Eucle, che la communis opinio dei tempi di Plutarco -certo centinaia e centinaia di anni post eventum…- voleva protagonista della sfortunata corsa da Maratona ad Atene, conclusasi (per la fatica della battaglia? per le ferite riportate? per il caldo patito in quel caldo Settembre che forse, pace Boeckh, invece era il 12 Agosto:… Chissà…) con la morte del valoroso scavalcamontagne, magari, chessò, dedicandogli la prova olimpica, alla faccia dello scettico e prosaico Frost: “Unfortunately for the legends of long-distance runners, someone in one of the many villages along the route undoubtedly jumped on a horse and swiftly outdistanced those on foot” (ma vista la montagna di mezzo, il cavallo non era certo la soluzione più agevole), il quale peraltro, giustamente, ci fa ricordare il parallelo della storiella -sempre plutarchea, è ovvio!, stavolta dalla Vita di Aristide- di Euchida, l’emerodromo che, sempre all’intorno della battaglia di Maratona, in un sol giorno corse 125 miglia -da Platea a Delfi, e ritorno- per andare a prendere colà la fiamma con la quale riaccendere nuovamente gli altari plateesi e riconsacrarli, secondo la volontà dell’oracolo: “arrivato poco prima del calar del sole, salutò i cittadini, consegnò il fuoco proveniente dal tempio e cadde a terra morto”…
Ed è bello concludere, appunto, con questa ulteriore immagine… olimpica di un Euchida che corre la fiaccola in mano, per riaccendere il tripode, per assicurare nuovi giorni di pace sacra alla patria.

Nico Narsi

Bianco e nero o colore?

31 Agosto 2004 Commenti chiusi

Se con gli occhi della mente si pensa ai monumenti e alle statue dell’antichità, è difficile sottrarsi al pregiudizio già winckelmanniano, e non immaginarle (o ricordarle) in bianco brillante (argos: http://snipurl.com/8rww), in luminoso candore.
Del resto persino all’interno dello spettacolo d’apertura delle recentemente concluse Olimpiadi ateniesi, a simbolizzare l’età classica, stavano appunto, con evoluzioni nobili e rattenute, bianchissimi danzatori ad impersonare dei ed eroi del mito (http://snipurl.com/8rxb)…
Similmente, ogni rinascita del classico (per citare il concetto-guida di un recente fortunato libriccino di Salvatore Settis, Direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa: http://snipurl.com/8rx9; su cui cfr. Ossola: http://snipurl.com/8rxa) è riandata all’emulazione e alla riscoperta di queste bianche memorie dell’antichità, di una sobrietà “per sottrazione” (di colore) che abitualmente -ed in maniera altrettanto arbitraria- si associa al momento classico del cosiddetto “Spirito” greco.
Orbene, molti ormai -ma non forse il grande pubblico- sanno che in realtà le cose non stanno così, come assodato almeno fin dai tempi di A. C. Quatremère de Quincy, con la sua opera Le Jupiter Olympien, ou l’art de la sculpture antique considéré sous un nouveau point de vue (Paris 1814), incentrata sulla famosa statua crisoelefantina di Fidia, il quale, tout court, si proponeva di “prouver mieux que toute autre chose combien fut général en Grèce l’ usage de la sculpture polychrome” (ormai in proposito imprescindibile la monografia di V. Brinkmann, Die Polychromie archaischer und frühklassischer Skulptur , Verlag Biering & Brinkmann: Munchen, 2003).
Il sito dell’Ecole Normale Superieure, appunto, in proposito offre una bella introduzione alla Peinture et couleur dans le monde grec antique, con una sintesi del “dibattito sulla policromia” greca tra fine ’700 e primo ’800 (http://snipurl.com/8rwz): per approfondimenti su questa riscoperta moderna della policromia antica è imprescindibile A. Prater “The Rediscovery of Colour in Greek Architecture and Sculpture” in Colour in ancient Greece: The Role of Colour in ancient Greek Art and Architecture (700-31 B.C.). Proceedings of the Conference held in Thessaloniki, 12th-16th April 2000. Organized by the J. Paul Getty Museum and Aristotle University of Thessaloniki, a c. di M.A.TIVERIOS e D.S. TSIFAKIS, Salonicco, 2002.
Insomma non sarà mai superfluo ribadire che, in realtà, in età antica il colore aveva gran pregio, simbolo di ricchezza e prestigio, anche in campo architettonico e plastico: e questo, fin dall’epoca minoica e micenea…
Aristofane per esempio simbolizza nel colore una delle gioie principali che la ricchezza porta nella vita: così infatti perora Penìa, nel Pluto, vv.530-32: oute myroisin myrisai staktois opotan nymphen agagesthon / outh’ imation bapton dapanais kosmesai poikilomorphon / kaitoi ti pleon ploutein estin touton panton aporountas?” (…) “Né d’essenze odorose / potrete, ai dí di nozze, profumare le spose, / né di panni adornarle varïopinti e rari: / or senza tutto questo, che giova aver denari?” (nella sapida traduzione rimata del Romagnoli).
Ora ci aiuta a ricordare tutto questo una mostra che quest’anno sta girando tra Monaco di Baviera, Copenhagen e Roma (dove giungerà ai Musei Vaticani tra il Novembre del 2004 e il Febbraio del 2005), frutto di una collaborazione in proposito fra i tre musei iniziata fin dal 2000, già segnalata tempo fa’ da Rogueclassicism con un interessante intervento del curatore della mostra danese (immagini qui:http://snipurl.com/8s2i) Jan Stubbe Østergaard (http://snipurl.com/8s20).
Chi nei giorni scorsi, appunto, si fosse recato nella “attica” Königsplatz a Monaco e, dopo aver ammirato i nuovi propilei (http://snipurl.com/8rx2) voluti da Ludwig I per la sua nuova Atene e magari aver dato un’occhiata nella celebre Staatliche Antikensammlung lì accanto, tra i tanti vasi disposti tematicamente, al Dioniso di Exekias (http://snipurl.com/8s22), fosse infine entrato nella Glyptothek che ospita i celebri frontoni del tempio di Afea ad Egina (http://snipurl.com/8s24), avrebbe potuto ancora ammirare una mostra (Bunte Götter – die Farbigkeit antiker Skulptur) davvero singolare.
Infatti erano proposti alcuni dei capolavori ivi contenuti in ricostruzioni dell’”aspetto originale”, dai colori davvero smaglianti (per immagini: http://snipurl.com/8s25).
Tra i tanti pezzi, a coprire l’intera antichità classica, dal periodo arcaico alla romanità, vi si poteva ammirare il celebre Augusto di Prima Porta (http://snipurl.com/8rx3) dei Musei Vaticani (copia marmorea da un originale in bronzo del 20 a.C., ritrovata nel 1863 nei pressi della “Villa di Livia” sulla Flaminia, a Prima Porta: http://snipurl.com/8s29), colorato in questo modo: http://snipurl.com/8rx5.
E’ noto che dobbiamo principalmente all’opera di Paolo Liverani, responsabile del Reparto Antichità classiche dei Musei Vaticani, in questi anni, la proposizione alla comunità scientifica di questo, recentemente restaurato, “Augusto a colori”, con i suoi blu e rosso carminio: già nell’Aprile 2002 i risultati provvisori delle sue ricerche sulla policromia dell’Augusto erano stati presentati a Roma, all’AIAC, l’Associazione Internazionale di Archeologia Classica, e poi ampiamente divulgati nel corso del 2003 in conferenze a Berlino, al Metropolitan di New York, etc., ed ora si possono leggere nella raccolta curata dallo stesso Brinkmann: Vinzenz Brinkmann, Raimund Wünsche (a c. di), Bunte Götter. Die Farbigkeit antiker Skulptur. Eine Ausstellung der Staatlichen Antikensammlungen und Glyptothek München in Zusammenarbeit mit der Ny Carlsberg Glyptotek Kopenhagen und den Vatikanischen Museen, Rom., 2a ediz., Muenchen: Staatliche Antikensammlungen und Glyptothek, 2004, su cui cfr., on-line, la recensione della Bryn Mawr Classical Review: http://ccat.sas.upenn.edu/bmcr/2004/2004-08-07.html)…
Insomma: ci sono tutte le premesse per attendere con plauso ed interesse la futura esposizione vaticana, che tra qualche mese costituirà una sorta di pendant, con la sua statuaria colorata, alla bella mostra di un paio di anni fa, ai Mercati Traianei, sui marmi colorati della Roma imperiale(http://snipurl.com/8s2a)

Nico Narsi

Categorie:Argomenti vari Tag: , ,

Un Odisseo dei nostri tempi

24 Giugno 2004 Commenti chiusi

Come ignoravo, la giornalista del Corriere Maria Latella ha pubblicato una biografia di Veronica Lario, l’invisibile moglie del ns ipervisibile Presidente del Consiglio, “Tendenza Veronica”: http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1&c=PHBQRPJ7TN6FR.
Da un lancio della Reuters di ieri (http://www.reuters.co.uk/newsPackageArticle.jhtml?type=worldNews&storyID=534668&section=news) apprendo, inter alia, che “Veronica sees herself as Penelope to her husband’s Ulysses, staying at home with the family as the hero battles storms and monsters on an epic adventure”… ed ancora “”There is something of the epic in his life, in the sense that like the life of the Homeric hero, it’s a tale of grandiose and extraordinary undertakings.”
Questo Berlusconi-epico a combattere “uragani e mostri”, in una vita da eroe omerico dalle imprese straordinarie suggerisco possa stare accanto alle immagini -che di seguito sono a proporre- di Berlusconi-Cleone (in quanto demagogo: “Asprezanne./ Dagli occhi suoi sprizzavano/ baleni piú tremendi che a Cinna. Dardeggiavano/ cento lingue d’infami lenoni alla sua testa/ d’intorno. Di torrente parea romba funesta / la voce: era il suo scroto, poco ai lavacri avvezzo,/ di Lamia, di cammello il cul, di foca il lezzo”: cito dalla parabasi delle Vespe, nell’infedele ma esilarante traduzione della buonanima del Romagnoli); Berlusconi-Crasso (in quanto would-be politician e speculatore edilizio dalla crassa :-) arroganza); Berlusconi-Tersite (in quanto parlator torrenziale e maldicente: “di gracchiar non si resta, e fa tumulto/ parlator petulante. Avea costui / di scurrili indigeste dicerìe / pieno il cerèbro, e fuor di tempo, e senza / o ritegno o pudor le vomitava / contro [i comunisti] tutti”, nella versione del Monti)…
Se qualcuno ha altre proposte da avanzare, l’eikazein ovvero il gioco-della-somiglianza è un passatempo di società molto apprezzato, almeno fin dai tempi di Aristofane… (cfr. Vespe 1309segg.): e… l’ eikasmòs è attività filologica quant’altre mai :-)

NB: Comunque, a detta della Lario, al massimo Dante avrebbe fatto finire il Berluscodisseo (personaggio, imho, comico più che epico: buono appunto semmai per gli Odissei di Cratino…) forse “in some corner of Purgatory“, (ma in quale angolo? Forse… il quinto girone?: Purg.XIX, 115segg. “”Quel ch’avarizia fa, qui si dichiara / in purgazion de l’anime converse; / e nulla pena il monte ha più amara. Sì come l’occhio nostro non s’aderse / in alto, fisso a le cose terrene, / così giustizia qui a terra il merse. / Come avarizia spense a ciascun bene / lo nostro amore, onde operar perdési, / così giustizia qui stretti ne tene/ ne’ piedi e ne le man legati e presi”..): in ogni caso una fine migliore di quella del modello dantesco :-)

Categorie:Argomenti vari Tag: , ,

Il caso Totti-Poulsen alla luce della filosofia di Aristippo

21 Giugno 2004 Commenti chiusi

Recentemente, come tutta Italia sa, Totti è stato pizzicato ad innaffiare abbondantemente di saliva il suo marcatore Poulsen, nella partita d’esordio della nostra nazionale agli Europei, con il contrappasso di tre giornate di squalifica.
Ecco come i due, alla luce della filosofia di Aristippo (filosofo greco, nato a Cirene, attivo tra V e IV sec. a.C.: http://www.filosofico.net/aristippo.htm), avrebbero potuto difendere le proprie azioni (per comodità traslittero il testo greco, che potrà essere, comunque, comodamente reperito presso il meritorio sito http://www.perseus.tufts.edu):

1) [Aristippo ad un "briccone", _olethros_] _anachrempsamenos proseptyse te opsei; tou d’aganaktesantos, “ouk eichon” eipe “topon epideioteron”_ :

“Aristippo espettorò profondamente e sputò in faccia al briccone. L’altro protestò, ma Aristippo di rimando: ‘Non avevo un posto più adatto (qui)” (Diogene Laerzio, Vite dei fil., II 75)

A questa condotta filosofica (argomento “dell’appropriatezza del ricettacolo”) si sarà appunto ispirato il dotto Totti nei confronti del provocatore Poulsen…

2) _Dionysioi de prosptysantos auto enescheto. Mempsamenou de tinos “eita oi men alieis” eipen “upomenousi rainesthai te thalatte ina kobion therasosin; ego de me anaschomai kramati ranthenai ina blennon labo_

Dionigi [il celebre tiranno di Siracusa] sputò in faccia [ad Aristippo] e, poiché quest’ultimo non s’era nemmeno mosso, fu aspramente criticato; al che, egli rispose: “i pescatori tollerano di restare inzuppati dall’acqua del mare, pur di poter prendere dei pesciolini, ed io non dovrei sopportare uno sputo per prendere una così grande preda?”.( Diogene Laerzio, Vite dei fil., II 67)

A questa condotta si è certo, viceversa, a sua volta ispirato Poulsen, che ha incassato lo sputo senza reagire, certo di aver catturato -grazie alla telecamera personalizzata- il leader della squadra avversaria nella trappola della (sacrosanta) squalifica…

MORALE: le di-spute ciniche beneficano chi riceve, piuttosto che colui che dà (…come si suol dire: prenderla con filosofia :-)

Forza Italia -ops, no, mannaggia: forza Nazionale-,

Nico