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Spa-Getty western: l’afFannarsi sul "Lisippo" redux

28 Ottobre 2005 1 commento


E’ ritornata, ormai da qualche mese, agli onori della cronaca -non solo locale ma anche sulle pagine nazionali- la vicenda del cosiddetto “Lisippo” di Fano, il bronzo ritrovato nel ’63 da pescatori fanesi, la cui acquisizione da parte del Getty per ca. cinque milioni di dollari tanto fece scalpore nell’inverno ’77…
Data a ieri, infatti, un incontro a Roma presso l’ambasciata statunitense, tra alcuni politici marchigiani e l’addetto culturale Mark Smith e il primo segretario Stephen C. Andersen, allo scopo di attivare canali diplomatici per accertare le condizioni della statua e vagliare le possibilità di un ritorno in Italia.
Di un’eventuale restituzione si parla, peraltro, da sempre, periodicamente (p.e. nel 2002, nel 1998: cfr. P.Moreno “Tornerà l’eroe?” [Bronzo Getty], in Archeologia viva, 5, maggio-giugno 1989, p. 6-9, etc.)…
La contesa ovviamente è motivata non solamente da orgoglio municipalistico, ma soprattutto dalla consapevolezza delle eventuali ricadute sul piano turistico (e quindi economico) di un’esposizione a Fano di un bronzo così importante dal punto di vista culturale.
Non vorrei, però, in questa sede pronunciarmi sulla fondatezza giuridica delle rivendicazioni marchigiane (tornate sotto i riflettori soprattutto sulla scia del processo all’ex curatrice del Getty Marion True, tuttora in corso qui in Italia, anche se connesso ad altre vicende di simili acquisizioni dalla dubbia liceità), tanto più che è ancora ignoto se il ritrovo effettivamente avvenne in acque internazionali (“Il luogo del ritrovamento si trova a 43 miglia a levante del Conero e a 27 miglia dalla costa croata, in un punto di mare chiamato ‘gli scogli di Pedaso’ a una profondità di 43-44 braccia, pari a circa 75 metri dalla superficie del mare”, così secondo una testimonianza di uno dei pescatori fanesi del “Ferri Ferruccio” ; Federico Zeri, invece, all’epoca parlò di un luogo chiamato “Fossa del Diavolo”), e, fintantoché la nave su cui era trasportata non potrà essere localizzata, resterà il dubbio che simili dichiarazioni possano essere mosse dall’intento di escludere un’eventuale rivendicazione da parte di altri stati (da parte dell”ex Jugoslavia di allora, oggi Croazia).
Molti altri sono i punti oscuri (e del resto risulta oltremodo difficile ricostuire i viaggi per “ripulire” reperti antichi, occultando sistematicamente il luogo di ritrovamento attraverso più passaggi di mano tra proprietari compiacenti: tanto più in questo caso, a distanza di quarant’anni…).
Il più delicato, peraltro, mi sembra il fatto che la base della statua, coi piedi dell’atleta (ora perduti), parrebbe fosse stata invece anch’essa ritrovata:
“Per il professor Alberto Berardi, che ha compiuto ricerche, ha mantenuto continui contatti con le autorità preposte e ha ascoltato diversi testimoni, non tutto è stato chiarito. I piedi per esempio, sarebbero stati trovati e venduti. Per quanto? Secondo Paolo Moreno, massimo studioso di scultura greca, sarebbero stati valutati 300 milioni di lire”.
Ma lascerei da parte, per ora la cronaca, per riflettere sui motivi della reale importanza di questa statua, motivata in primo luogo dal fatto che i bronzi greci a noi tràditi sono in quantità limitata (ancor più se di grande dimensione, come questo fanese), ed anche, e soprattutto, dall’attribuzione a Lisippo, uno dei grandi maestri del IV sec. a.C:
In realtà il “victorious youth” del Getty, un atleta (ai Giochi olimpici -vista la corona d’olivo che doveva esser retta dalla mano destra, nel gesto di autoincoronarsi, autostephanoumenos, -la sinistra con tutta probabilità a reggere la palma della vittoria; cmq non è del tutto da escludere la possibilità di un ritratto regale) in bronzo a grandezza naturale ["la parte conservata ha un'altezza di metri 1,515, ed un peso di 48-50 kg; le estremità degli arti inferiori non ci sono pervenute, come parte della corona e gli occhi forse in avorio o pasta vitrea; la ricostruzione della statua con i piedi ci darebbe un'altezza di metri 1,65-1,70"], è di attribuzione tutt’altro che sicura.
Cfr. P.Moreno in Storia e Civiltà dei Greci, VI, Milano: Bompiani, 1979, pagg. 695-702 (con dettagli della scoperta, etc. -cfr. anche le raffigurazioni n° 69 e 71-), in part. p.699: “il nome di Lisippo rimandava già per gli antichi ad una produzione immensa e ad una intera scuola composta dal fratello, dai figli e da altri numerosi discepoli, le cui opere talora “non si potevano distinguere da quelle del maestro” (Plin. Nat.Hist. xxxiv, 67). In ogni caso il Bronzo Getty ci restituisce per la prima volta nella sua qualità originale quanto la scienza archeologica aveva ricostruito attorno all’arte di Lisippo, attraverso la tradizione letteraria e le copie delle sue opere”. Moreno, che peraltro poi in più occasioni si è pronunciato a favore dell’attribuzione lisippea dell’opera, così conclude, sull’importanza culturale della statua: “Potremmo così fornire una spiegazione iconologica alla sensazione che la statua, nella sua apparente naturalezza, fosse intesa non tanto alla celebrazione di un comune cittadino, ma alla esaltazione dell’esponente di una famiglia che avesse un ruolo politico. Il Bronzo Getty potrebbe rappresentare il momento originale dell’impatto del soggetto storico con l’immagine eroica, un’iniziale apoteosi” (p.702).
In realtà gli specialisti sono concordi nel ritenere l’opera come stilisticamente lisippea, ma potrebbe datare dal tardo IV sec. (paternità dello stesso Lisippo o la sua cerchia) al II sec. a.C… Anzi p.e. Mattusch (Carol C. Mattusch, The Victorious Youth. Los Angeles: The J. Paul Getty Museum, 1997) propende, tra questi due estremi, per la datazione recenziore, su basi stilistiche. Insomma: quando si parla del “Lisippo” fanese le virgolette dovrebbero essere d’obbligo.
Ma che la questione dell’attribuzione, poi, non sia poi così fondamentale, in quanto investigare sull’originalità d’autore dei bronzi greci a noi pervenuti sarebbe preoccupazione eminentemente contemporanea, senza vero fondamento scientifico, è ben sottolineato sempre da Mattusch in “Naming the Classical Style” in Chapin, Anne P. (a c. di) Charis. Essays in Honor of Sara A.Immerwahr, American School of Classical Studies at Athens, 2003, in part. pagg.284-287:
” We never ask whether the bronze athlete in the J. Paul Getty Museum [...] might be Roman or perhaps Graeco-Roman (not quite so bad), for we have always accepted it as a Greek original, and have indeed pursued a traditional stylistic inquiry regarding this rare and, so far, unique, statue. The scholarly discussion centers upon whether the statue is an “original” by Lysippos, an issue fraught with difficulties. The questions raised about the Getty Bronze have to do with how the statue’s style fits with what we know from the literary testimonia about Lysippos’s style. If the Getty Bronze was made by Lysippos, scholars ask whether it is an early or a late work. If not, was it made by a 3rd-century B.C. follower of Lysippos? Others argue that the Getty Bronze is a portrait, and propose the name of the individual who might be represented. A great deal has been written about the style of Lysippos and about those who came after him, but the discussion has almost no objective evidence and is based upon many modern hypotheses. For such questions, we will never have firm answers.
Even if a bronze statue were still attached to the base in Corinth inscribed with the name of Lysippos, we should be oversimplifying the case if we called that statue a bronze “original.” Lysippos’s bronzes, especially the athletes, were in great demand, and for each bronze with his name on it, Lysippos made a significant profit on top of the production costs. According to Pliny, for each of 1,500 commissions, Lysippos put away a gold piece (Nat. 34.37). Clearly, the workshop of Lysippos was a big and lucrative operation. We know from the literary testimonia that the shop was run by family members who were technical specialists. If we look at the craft of lost-wax casting, we see that a bronze statue reproduces a preliminary model, which makes it a reproduction, not a unique production. Completing the statue may be a purely technical process, in which molds from the preliminary model are used to make a wax copy that is cast as is, or it may involve changes and additions to the wax, which then functions as a working model”.
Inoltre, sottolinea sempre Mattusch, vista la continuità dello “Stile Classico” tra Grecia e Roma (“it consisted of established forms whose excellence was acknowledged in the eyes of buyers. The Classical style, then, had little to do with originals, nor even with artists, for the most part, but much more to do with repetition within a genre, and with the master craftsmen who were responsible for production”), le datazioni su base stilistica risultano sempre alquanto difficili (“The “Classical” style is not exclusively Greek and should not be affixed to a date. The Romans used the style, and it survived in their world for hundreds of years. [...] It is not surprising, then, that the dating of many Classical statues is controversial), ed in ogni caso la questione dell’autorialità perde la propria crucialità (“Perhaps it is not so important that Lysippos made a statue of which these later works [ l' Antikythera Herakles del I a.C. e il Farnese Herakles del III d.C.] are copies as that the Classical style remained fashionable for a very long time”).

A titolo di curiosità, infine, è interessante sapere che il Lisippo fanese rischiò di finire… agli antipodi!
Così riscostruisce la vicenda Whitlam, primo ministro australiano dell’epoca (da Gough Whitlam, My Italian Notebook, Allen & Unwin, 2002, pag. 140-42), che tentò di acquistarla per la National Library, “Australia’s Parthenon, despite the different arrangement of columns”:
“The gallery had been offered a bronze athlete of the school of Lysippus which had been recovered from the sea bed off Fano, beyond territorial waters, in 1963. As the National Archaeological Museum in Athens, the Louvre and the Museo Nazionale in Reggio di Calabria demonstrate, such bronzes can now come to light only from shipwrecks.
I had been shown round Olympia by the great Director of Antiquities in Greece, Nikos Yalouris. He had been Greece’s first archaeologist diver, having explored the sea-bed off Katakolo in 1957-1960. I sought his advice on the Lysippus. He later let me know that its provenance was impeccable. Thereupon I arranged to pay for it in two instalments, the first immediately the 1975 Budget was passed, and the second after the 1976 Budget. One of my successor’s first acts was to cancel the order. The Getty Museum in Malibu, which I had visited in September 1974 on my way home from the General Assembly, was happy to pay half as much again as we would have paid. It is now the centrepiece of their expanding sculpture collection”.
Ma è stupefacente leggere le motivazioni di un tale acquisto, e quelle del rifiuto del successore di Whitlam:
“In the National Gallery of Australia the Lysippus would have been a more authentic part of the Australian heritage. My successor compounded his injury by an unsurpassed display of ignorance. He cancelled the order on the grounds that it was an “ancient bronze of unknown authorship”. Would it enhance the value of the Charioteer of Delphi, the Horses of St Mark’s, the Poseidon from Artemision, the Ephebe from Agde or the Warriors of Riace if we knew the identity of their creators?”
Insomma, le motivazioni di Fano sono le stesse dell’Australia -e degli statunitensi del Getty- nel rivendicare l’esposizione nei propri musei del presunto Lisippo: il fatto che la grecità costituisca parte della propria eredità culturale
E i motivi del rifiuto australiano si basarono, in ultima analisi, proprio su concetti di autorialità e originalità del bronzo, difficilmente applicabili a questa -e molte altre- statue della classicità :-)