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A Bolt from the Blue: Heaney, Orazio e l’ 11/09

12 Settembre 2005 Commenti chiusi

Ieri, Il Sole 24 ore, domenica 11 settembre 2005, n. 249, p.32, nella rubrica Poesia ("E Giove scaraventò il carro e i cavalli del tuono") ha pubblicato quattro quartine del Nobel 1995, il poeta irlandese Seamus Heaney, una sua poesia inedita nella traduzione italiana [questa la circostanza immediata: inclusa nella raccolta "Fuori campo" esce in questi giorni presso Interlinea-, con altri 10 inediti in poesia e prosa. Nell'occasione, Heaney è stato premiato con il premio Lerici Pea per l'opera poetica"] dal titolo "Tutto può succedere", tratta da Orazio, Odi I 34 (e in effetti il titolo reale sarebbe: "Orazio e il tuono"). Dapprima ve la vado a riproporre (con la corretta suddivisione in quartine, nel Domenicale non rispettata), e poi aggiungerò qualche considerazione: Tutto può succedere. Sai come Giove / di solito aspetta che le nuvole si ammassino / prima di scagliare il fulmine? Invece un momento fa / ha scaraventato al galoppo il carro e i cavalli del tuono / per un cielo assolutamente sereno. Ha sconvolto la terra / e il sottoterra ingombro, lo Stige e i ruscelli / serpeggianti, persino le coste dell’Atlantico. Tutto può succedere, le costruzioni più alte / precipitare, i potenti cadere, le persone / ignorate emergere. La Fortuna dal becco di rasoio / piomba in picchiata con stridore d’aria, strappa la corona / ad uno, la pone sanguinante sull’altro. La terra trema. Il cielo sostenuto da Atlante / si solleva come il coperchio di una pentola. / La chiave di volta vacilla, niente ritorna al suo posto. / Veli di fumo e cenere abbuiano il giorno. Così l’originale inglese: "Horace and the Thunder" Anything can happen. You know how Jupiter / Will mostly wait for clouds to gather head / Before he hurls the lightning? Well, just now, / He galloped his thunder-cart and his horses / Across a clear, blue sky. It shook the earth / And the clogged underearth, the River Styx / The winding streams, the Atlantic shore itself. / Anything can happen, the tallest things / Be overturned, those in high places daunted, / Those overlooked regarded. Stropped-beaked Fortune / Swoops, making the air gasp, tearing the crest / Off one, setting it down bleeding on the next. / Ground gives. The heavens weight / Lifts up off Atlas like a kettle lid. / Capstones shift, nothing resettles right. / Smoke furl and boiling ashes darken day. / Sorvolando sulla traduzione italiana,(il clumsy "assolutamente" della trad. it. al v.5; streams al v. 8 che più che "ruscelli" qui vale "corsi d’acqua"; il troppo esplicativo "costruzioni più alte" al v. 8 per tallest things -e vedremo poi perchè-; il non convincente "con stridore d’aria" per making the air gasp con rimando, piuttosto, all’originale latino; il terreno che più che tremare cede al v.13; il boiling ashes del verso finale che perde i suoi calori, etc.), volevo far notare, invece, dapprima la buona qualità della libera resa di Heaney (che, intelligentemente, semplifica il rimando infero all’antro di Tènaro, rende il rapax Fortuna esplicitandone l’immagine di uccello dal becco affilato a piombare sul capo dei potenti, strappandone i vani pennacchi -apicem / crest-, anche se l’espressionistico bleeding -sangue che cola-, non può trovare spazio nella misura rattenuta della sentenziosa chiusa del poeta augusteo) e, in secondo luogo, esplicitare le motivazioni che stanno dietro al riutilizzo dell’ode da parte del poeta irlandese. Innanzitutto balza agli occhi, mediante un semplice confronto con le quartine oraziane, come Heaney riassuma la prima del poeta latino nel fulmineo anything can happen d’esordio, e poi aggiunga di suo l’ultima, a chiusa finale. Insomma la -discutibile- "conversione" del tiepido credente Orazio che abbandonerebbe la filosofia (epicurea…) ["Parcus deorum cultor et infrequens, / insanientis dum sapientiae / consultus erro, nunc retrorsum /vela dare atque iterare cursus / cogor relictos..."], fronte ad un portento di origine divina quale un potentissimo fulmine a ciel sereno -Giove, appunto, tonante a sconvolgere gli stessi Inferi- ["... namque Diespiter / igni corusco nubila dividens / plerumque, per purum tonantis / egit equos volucremque currum / quo bruta tellus et vaga flumina, / quo Styx et invisi horrida Taenari / sedes Atlanteusque finis / concutitur...], non prima peraltro di abbandonarsi, in chiusa, ad una meditazione, di sapore appunto moralistico-filosofico, sull’instabilità delle fortune terrene, che, analogamente, passano dal sereno alla rovina, senza preavviso ("…Valet ima summis / mutare et insignem attenuat deus, / obscura promens; hinc apicem rapax / Fortuna cum stridore acuto / sustulit, hic posuisse gaudet") da Heaney è fulmineamente riassunta con l’altrettanto fatalistico "tutto può succedere" (è cronaca statunitense d’oggi: non c’è previsione del tempo che salvi dall’uragano Katrina), ripetuto due volte, in posizione incipitaria anche all’ottavo verso, a costituire la vera morale, ovvero l’irragionevolezza a-divina del disastro naturale, dal terremoto di Lisbona ad oggi… Nel poeta contemporaneo però quest’evento non spinge ad una metanoia religiosa, ma porta ad una quartina di ulteriore contemplazione (non serenamente filosofica, ma in orrore) del disastro: suolo che cede, strutture che vacillano e non stanno più in piedi, fumo e cenere di un incendio al calor bianco che rende notte il giorno… Ma di che catastrofe sta parlando Heaney? E’ un evento naturale, o il rumore e il fuoco venuti dal cielo hanno un’origine più umana? Non a caso la poesiola è stata riproposta l’ 11 settembre 2005: ché Heaney l’aveva composta nei giorni immediatamente seguenti al disastro dell’ 11 settembre 2001, con le Twin Towers in fiamme colte dal cielo dal becco, affilato sulla coramella, di un Fato sotto forma di aereo, con cui, seppure in nome di un Dio alieno, si voleva fulminare un’empia società, se non convertirne i parci deorum cultores et infrequentes, e promuovere uno sconvolgimento "a spaventare chi è in alto, ad appuntare l’attenzione su chi è dimenticato". Quel "Ground" che cede è Ground Zero, la costa Atlantica improvvisamente dal Portogallo passa ad indicare New York, "le cose più alte" -i grattacieli appunto- si ritrovano capovolte, e l’immagine straniantemente domestica della pentola che bolle e solleva il coperchio (il coperchio del Diavolo,che, nel tempo, ha potuto affinare le sua capacità?) contrasta con le dimensioni titaniche dello sconvolgimento del cielo (questa, nelle parole dello stesso Heaney, l’origine di quest’ispirazione fulminante: "c’era una corrispondenza inquietante fra le parole valet ima summis mutare et insignem attenuat deus, e le immagini oniriche e ferali delle Torri Gemelle del World Trade Center attaccate e abbattute; e c’era un parallelo analogamente inquietante fra il riferimento alla dea predace come rapax fortuna e la fatalità dell’attacco terroristico, poiché l’irruzione della morte in quel mattino a Manhattan produsse non solo un dolore che oscurò il mondo per tante famiglie e amici delle vittime, ma ebbe anche l’effetto di oscurare il futuro con la prospettiva di ritorsioni altrettanto mortali"). L’ awe and terror che, a loro volta, provarono Heaney, gli statunitensi e il mondo occidentale intero non sono più quelli oraziani, a rimandare ad un’imperscrutabile divinità: il segnale -umano, troppo umano- giunto dal cielo strappa al poeta "the voice of an individual in shock at what can happen in the world": tutto può succedere appunto (il timor religioso a mutarsi in timore puro e semplice: così, sempre Heaney: "la frase «tutto può succedere» potrebbe essere una traduzione appropriata per il secolo XXI del latino «valet… deus», in quanto esprime le improvvise casuali desolazioni degli anni iniziali del nuovo millennio"), anche che gli USA siano attaccati in casa propria (e il rumore dei tuoni si sente sino in Italia, anche se il cielo, ormai, non è più clear, blue, ma da quattro anni, ormai, incombono nuvole pesanti…); proprio questi,appunto, sono i temi(in connessione anche con la guerra irakena: e, come è stato scritto da H., il poema oraziano di 2000 anni or sono potrebbe essere stato scritto nella Bagdad dei nostri giorni) che, da intellettuale, Heaney tenta di articolare nel saggio che accompagna la poesia (Anything Can Happen: A Poem and Essay, 2004: libriccino i cui proventi sono stati donati ad Art for Amnesty , accompagnato da una serie di traduzioni nelle lingue più diverse, dall’Afrikaans, all’arabo, dal gaelico al cinese…). Saggio di cui, recentemente, Il Giornale ha proposto un estratto, qui più volte richiamato, proprio in anticipazione dell’uscita presso Interlinea ("Se la poesia ha una virtù, sta nella sua capacità di farci riprendere i sensi in relazione a quel che accade dentro e fuori di noi. In quanto esseri umani, desideriamo questa realizzazione, e una delle prove più palesi di questo desiderio è stata la ricerca, generale e urgente, in seguito all’11 settembre, di poesie che fossero all’altezza del momento. Io ebbi la ventura di ricordare un’opera del passato apparentemente capace di reggere il confronto con la realtà brutale di quei giorni e della pietà e tenerezza che suscitò. Un’opera, peraltro, che i civili sotto le bombe potrebbero riconoscere come una sorta di rifugio per la mente, se non per il corpo. Un’opera che perlomeno continua a difendere il suo terreno artistico anche mentre le macerie crollano. È una poesia tremenda, nel senso letterale della parola. Tratta della terra tremens, il contrario della terra firma. Del tremore che scende fin nelle fondamenta della terra quando rimbomba il tuono, e del tremito di paura che afferra l’intimo dell’individuo che lo percepisce"). Traduzione (seppur parziale) e ri-creazione, quella di Heaney, non per aemulatio ma per una sorta di sorpresa irrazionale (H. ha parlato, in prop. appunto di poetry’s covenant with the irrational),un’ispirazione che piomba fulminea da un cielo di duemila anni or sono, timore e tremore, a minacciare e far pensare, e che, a sua volta, si ri-apre alle più svariate traduzioni/traditiones: voci che mutano e reinterpretano. Modi di ripensare e rideclinare il ‘classico’.

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