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Wojtyla (Pars Altera): il papa poeta

14 Aprile 2005 Commenti chiusi

Al poeta russo (già “del -più o meno tollerato- dissenso”) Evgenij Evtushenko -nonché, da qualche anno,docente di Russian Poetry & Prose e Russ-European Cinema all’Università di Tulsa, Oklahoma, USA- recentemente è stato attribuito il Premio Grinzane per la Lettura 2005, per l?attualità delle sue poesie: ed in effetti, per non citare che le ultime, ha scritto su Beslan, sullo tsunami, etc. Anche se, negli USA, di norma preferisce reading in russo, dichiarandosi riluttante a recitare le proprie poesie in inglese, a causa di quanto, inevitabilmente, è ‘lost in translation’, qui in Italia, le poesie dell’ultrasettantenne poeta sono note anche al grande pubblico nelle traduzioni che di tanto in tanto compaiono come una sorta di commento, meditazione poetica su fatti d’attualità. Recentemente (Repubblica, 9 Aprile) ha scritto sul papa, e non casualmente ne sottolinea la natura, nel contempo di ‘poeta e prete di Polonia’: ‘Il poeta e prete di Polonia / non poteva eliminare tutto quel che è greve / ma pare a me che a modo suo / lui abbia fatto, forse, di più /di quanto non abbia creduto lui stesso”. (…) “Nella Sodoma della politica, e dei soldi, / quando non c´è più nessuno che non si compri, /il poeta è un prete segreto / e il prete gioioso è poeta’. Preti poeti, nella storia del papato, non ve ne sono stati poi molti, prima di Wojtyla, e del resto si pensi a come il cardinale di Rouen, Guglielmo Estouteville, tentava di contrastare, in un conclave di parecchi secoli fa, la candidatura al soglio pontificio di Enea Silvio Piccolomini (il futuro Pio II): ‘In che modo un povero diavolo potrà risollevare la Chiesa in difficoltà, un malato una malata? (…) Qual è la sua cultura? Vogliamo mettere un poeta sulla cattedra di Pietro? Vogliamo governare la chiesa secondo le istituzioni pagane’ (trad. Eugenio Garin; dai Commentarii rerum memorabilium, 1.36.6: “Pedibus laborantem et pauperem nobis pontificem dabis? Quomodo relevabit inopem Ecclesiam inops, aegrotantem aegrotus? (…) Quae sunt in eo litterae? Poetamne loco Petri ponemus, et gentilibus institutis regemus Ecclesiam”?”). Com’è noto, tale diffidenza nei confronti della cultura classica storicamente fu perdente e, già all’epoca, era battaglia di retroguardia, tanto che, in tempi relativamente recenti, il papato ha potuto vantare un prolifico papa-poeta in latino quale Leone XIII (cfr. J.Bach, a c. di, Leonis XIII PM Carmina, Inscriptiones, Numismata, Colonia, 1903), cui, tra l’altro, si deve un’eloquente perorazione dell’importanza della tradizione classica (ad maiorem dei gloriam, s’intende): cfr. l’esordio della sua enciclica Urbanitatis Veteris [20/11/1901 - non a caso rivolta alla chiesa latina in Grecia, in occasione della fondazione di un seminario ad Atene]: “La Grecia, ornamento della civiltà antica e madre di tutte le arti, anche dopo così tante sfortune nei propri affari e così grande varietà nelle proprie fortune, nondimeno non è affatto invecchiata nella memoria e nell’ammirazione degli uomini. In verità, nessuno è così incivile da non restare colpito, riflettendo sulla sua grandezza e sulla sua gloria. Nel caso nostro, risiede nel Nostro spirito non solo un ricordo unito ad ammirazione ma un vero amore, pur esso risalente a molto tempo addietro. Fin dalla Nostra gioventù infatti abbiamo sempre ammirato la letteratura ionica e attica, e soprattutto quella scienza che si occupa della ricerca della verità in cui i più eminenti filosofi della vostra nazione hanno giocato un ruolo a tal punto influente che la mente umana non sembra sia stata in grado di procedere oltre mediante la sola luce della natura. Quanta stima Noi abbiamo di questa sapienza dei Greci si può arguire con sufficiente chiarezza dalla diligente e molteplice sollecitudine da Noi esercitata dall’alto ufficio del Nostro Pontificato nel restaurare e render nota la filosofia del Dottore Angelico. Infatti, se coloro la cui istruzione e insegnamento siano stati seguiti nell’attingere saggezza a buona ragione ricevono una larga parte della gloria dovuta ai saggi, giudichiamo che il vostro Aristotele ha certamente ricevuto onore dal fatto che Noi abbiamo onorato san Tommaso d’Aquino, certamente il più eminente tra i discepoli e i grandi successori di Aristotele”.

E’ singolare notare come, circa un secolo dopo, un altro papa-poeta, Wojtyla, formato secondo la medesima tradizione classica in un piccolo ginnasio polacco, a Wadowice, abbia impostato la valorizzazione dell’eredità greca e latina sostanzialmente lungo le medesime linee, secondo una linea mantenutasi immutata durante tutto il XX secolo [così infatti p.e. anche Giovanni XXIII nell'incipit della costituzione apostolica de latitinatis studio provehendo del 1962, "Veterum sapientia": "Veterum Sapientia, in Graecorum Romanorumque inclusa litteris, itemque clarissima antiquorum populorum monumenta doctrinae, quasi quaedam praenuntia aurora sunt habenda evangelicae veritatis [...] Ecclesiae enim Patres et Doctores, in praestantissimis vetustorum illorum temporum memoriis quandam agnoverunt animorum praeparationem ad supernas suscipiendas divitias [...] ex quo illud factum esse patet, ut in ordine rerum christianarum instaurato nihil sane perierit, quod verum, et iustum, et nobile, denique pulchrum ante acta saecula peperissent.Quam ob rem Ecclesia sancta eius modi sapientiae documenta, et in primis Graecam Latinamque linguas, sapientiae ipsius auream quasi vestem, summo quidem honore coluit” ["L'antica sapienza, racchiusa nelle opere letterarie romane e greche, e parimenti i più illustri insegnamenti dei popoli antichi devono essere ritenuti quasi aurora annunziatrice della verità del Vangelo [...] Infatti i Padri e Dottori della Chiesa riconobbero in questi antichissimi e importantissimi monumenti letterari una certa preparazione degli animi a ricevere la celeste ricchezza [..] da ciò appare chiaramente che, con l’avvento del Cristianesimo, non è andato perduto quanto di vero, di giusto, di nobile e anche di bello i secoli trascorsi avevano prodotto. Per la qual cosa la Santa Chiesa ebbe sempre in grande onore i documenti di quella sapienza e prima di tutto le lingue Latina e Greca, quasi veste aurea della stessa sapienza”].
Solo qualche giorno fa, del resto, il prof. Giovanni Reale ricordava sulle pagine de Il Sole 24 ore (10-04-2005, pag.29: “Karol e Aristotele”) che Wojtyla amava grandemente Aristotele, e, tra un viaggio e l’altro, “si riposava leggendo la Metafisica (…), sottolineando e annotando i testi” (quasi a ribadire, anche nella prassi, la “perenne validità della metafisica”, da Platone e Aristotele sino a S.Agostino -e alla Summa dell’Aquinate-: cfr. lettera privata a Reale di W. del 10-11-94): del Wojtyla “filosofo” del resto, molto si sa proprio grazie a Reale e agli sforzi editoriali di Bompiani per divulgare la sua opera in italiano ["la filosofia wojtyliana si muove certamente nel solco della tradizione classica, e in particolare aristotelica-tomista, ma essa viene arricchita, da un lato, con l'esperienza della mistica carmelitana e, dall'altro, con gli strumenti della fenomenologia husserliana e scheleriana. L'attenzione e l'analisi sono rivolte soprattutto all'uomo come soggetto conoscente e libero", così Reale nell'introdurre K.Wojtyla Metafisica della persona. Tutte le opere filosofiche e saggi integrativi, Bompiani, 2003], ed è sintomatico che -di contro a un panorama accademico permeato di “ragione debole” e “limiti dell’interpretazione”- Wojtyla rimarchi per la ricerca scientifica (di cui la Cattolica di Milano, ovviamente, è un bastione…) la vocazione alla “ricerca della Verità” (del resto, per la Chiesa, “Quid est veritas?”, se non l’anagrammatica risposta che avrebbe potuto esser porta da Gesù a Pilato: “est vir qui adest“…), che per il Cristianesimo affonda le sue basi, attraverso la sintesi patristica, nei “valori della filosofia antica”, specialmente negli “ambiti del sapere (…) teologico e antropologico”: cfr. lettera privata di W. del 24-06-04).
Considerazioni che erano state enunciate da Wojtyla in maniera articolata nell’enciclica del 1998 Fides et Ratio: “La filosofia moderna, dimenticando di orientare la sua indagine sull’essere, ha concentrato la propria ricerca sulla conoscenza umana. Invece di far leva sulla capacità che l’uomo ha di conoscere la verità, ha preferito sottolinearne i limiti e i condizionamenti.Ne sono derivate varie forme di agnosticismo e di relativismo, che hanno portato la ricerca filosofica a smarrirsi nelle sabbie mobili di un generale scetticismo. Di recente, poi, hanno assunto rilievo diverse dottrine che tendono a svalutare perfino quelle verità che l’uomo era certo di aver raggiunte. La legittima pluralità di posizioni ha ceduto il posto ad un indifferenziato pluralismo, fondato sull’assunto che tutte le posizioni si equivalgono: è questo uno dei sintomi più diffusi della sfiducia nella verità che è dato verificare nel contesto contemporaneo”; oppure, relativamente al ruolo della tradizione filosofica classica, all’interno di una (discutibile) concezione evoluzionistica del fenomeno religioso, ibidem: “Uno degli sforzi maggiori che i filosofi del pensiero classico operarono, infatti, fu quello di purificare la concezione che gli uomini avevano di Dio da forme mitologiche. Come sappiamo, anche la religione greca, non diversamente da gran parte delle religioni cosmiche, era politeista, giungendo fino a divinizzare cose e fenomeni della natura. I tentativi dell’uomo di comprendere l’origine degli dei e, in loro, dell’universo trovarono la loro prima espressione nella poesia. Le teogonie rimangono, fino ad oggi, la prima testimonianza di questa ricerca dell’uomo. Fu compito dei padri della filosofia far emergere il legame tra la ragione e la religione. Allargando lo sguardo verso i principi universali, essi non si accontentarono più dei miti antichi, ma vollero giungere a dare fondamento razionale alla loro credenza nella divinità. Si intraprese, così, una strada che, uscendo dalle tradizioni antiche particolari, si immetteva in uno sviluppo che corrispondeva alle esigenze della ragione universale. Il fine verso cui tale sviluppo tendeva era la consapevolezza critica di ciò in cui si credeva. La prima a trarre vantaggio da simile cammino fu la concezione della divinità. Le superstizioni vennero riconosciute come tali e la religione fu, almeno in parte, purificata mediante l’analisi razionale. Fu su questa base che i Padri della Chiesa avviarono un dialogo fecondo con i filosofi antichi (..)”.
Più interessante, comunque, del Pontefice ex cathedra ricordato, forse un po’ troppo pro domo sua, da Reale, mi pare invece il Wojtyla poeta, cui sorgono spontanee alla bocca formule e citazioni classiche, assorbite fin dalla gioventù, nel momento di dare concreta espressione come artifex a quanto teorizzato come pontifex.
Si pensi infatti alla Lettera agli Artisti, del 1999, ingiustamente trascurata, forse perché, a livello speculativo, un po’ rétro: “L’artefice (…) utilizza qualcosa di già esistente, a cui dà forma e significato. Questo modo di agire è peculiare dell’uomo in quanto immagine di Dio” (…) “Nell’arte egli trova una dimensione nuova e uno straordinario canale d’espressione per la sua crescita spirituale. Attraverso le opere realizzate, l’artista parla e comunica con gli altri. La storia dell’arte, perciò, non è soltanto storia di opere, ma anche di uomini. Le opere d’arte parlano dei loro autori, introducono alla conoscenza del loro intimo e rivelano l’originale contributo da essi offerto alla storia della cultura”; ed ancora, richiamandosi alle radici classiche di questa concezione di bellezza artistica: “Lo avevano ben capito i Greci che, fondendo insieme i due concetti, coniarono una locuzione che li abbraccia entrambi: kalokagathía, ossia _bellezza-bontà_. Platone scrive al riguardo: ‘La potenza del Bene si è rifugiata nella natura del Bello’ [Filebo, 65A]. (…) Ogni forma autentica d’arte è, a suo modo, una via d’accesso alla realtà più profonda dell’uomo e del mondo. Come tale, essa costituisce un approccio molto valido all’orizzonte della fede (…) La Chiesa ha bisogno, in particolare, di chi sappia realizzare tutto ciò sul piano letterario e figurativo, operando con le infinite possibilità delle immagini e delle loro valenze simboliche”.
Ed è proprio su questo piano simbolico che Wojtyla, papa poeta, anche recentemente si è espresso quale artista, in particolare, come si è detto, nel Trittico Romano, attingendo, oltre che alle Scritture -veicolate, del resto, fino a tempi recenti, dal latino della Vulgata- ad una tradizione classica latina consapevolmente assimilata e filtrata attraverso la propria sensibilità cristiana.

“Guarda la bottega dell’orefice. Che arte singolare. Fare oggetti capaci di provocare riflessioni sulla sorte umana. Per esempio gli orologi, dorati dall’orefice, misurano 1′infinito e insegnano che ogni cosa muta, che ogni cosa fugge, perisce” La bottega dell’orefice, Wojtyla, 1960
[cfr. "L'univers m'embarrasse, et je ne puis songer / Que cette horloge existe et n'ait pas d'horloger." Voltaire Les Cabales, 1772]

Wojtyla (Pars prior): "Qualis pontifex pereo"

13 Aprile 2005 Commenti chiusi

In questi giorni che hanno visto la scomparsa del papa , a me -ma, vedo, anche ad altri – p.e. qui; e qui- è tornato in mente, quale particolare, credo, significativo, la ripresa e riproposta, nell’ultimo suo periodo di declinante salute, del “non omnis moriar” oraziano [Odi, III, 30], con l’immagine del pontefice capitolino (dum Capitolium / scandet cum tacita virgine pontifex) quale garante del perpetuo riproporsi del ricordo a sconfiggere l’ _innumerabilis annorum series et fuga temporum_, sia nelle poesie del Trittico Romano [Tryptyk rzymski: medytacje, Bompiani, 2003], sia nella conversazione con la sua cerchia più intima (cfr. p.e. il vaticanista Marco Politi su Repubblica del 28-09-03, pag.17), a riaffermare, secondo un’_interpretatio christiana_ consolidata, la propria pacata fede nella sopravvivenza dopo la morte, non solo -direi- quella dell’anima, ma, nel suo caso, anche della propria opera come papa (…_multaque pars mei / vitabit Libitinam_) -”Magno”, già lo definisce qualcuno, con fastidiosa enfasi.
Un papa che, come ricordava recentemente Barbara Spinelli sulla Stampa, nel presente su di sé rendeva icastica la consapevolezza del cotidie morior paolino della Prima lettera ai Corinzi [1 15.31], da un lato con una apertura prospettica (dal Trittico: “Omnia nuda et aperta sunt ante oculos Eius“: cfr. S.Paolo Epistola agli Ebrei, 4,13-15] sul Giudizio finale (ibidem: “Sulla soglia della Cappella Sistina”, 4. Il Giudizio: ” Una Fine e nel contempo, un apogeo della trasparenza -/ Tale è la via delle generazioni./ Non omnis moriar /- Quel che in me è imperituro,/ ora si trova faccia a faccia con Lui che E’!”), dall’altro con una commossa rammemorazione di un periodo di passata purezza, dei primordi dell’umanità così come della propria vita (cfr. ibidem, 3.Presacramento “Vivono coscienti del dono,/ anche se non sanno esprimere tutto ciò./Ma vivono questo. Sono puri./ Casta placent superis; pura cum veste venite,/ et manibus puris sumite fontis aquam - / queste parole leggevo ogni giorno, per otto anni,/ entrando nel portone del ginnasio di Wadowice“), a racchiudere la parabola della propria esperienza di uomo (sempre nel Trittico è ricordato il “pulvis es et in pulverem reverteris” di Genesi, 3, 19, all’estremo di quell’arco che termina nel “non omnis moriar”, poco più oltre ribadito: “E così scorrono le generazioni / Nudi vengono al mondo e nudi tornano alla terra / da cui sono plasmati / “Polvere tu sei e in polvere tornerai” Ciò che aveva forma diventa informe / Ciò che era vivo – ecco, è ormai privo di vita / Ciò che era bello – ecco, è adesso squallida rovina / Però io non muoio del tutto / quel che in me è imperituro permane!”) , incastonandola in quella lingua, il latino, che per lui era la lingua della fede, della meditazione, del fiducioso abbandono (“totus tuus“, il suo motto di devozione mariana; “Nunc dimittis servum tuum, Domine, secundum verbum tuum, in pace“, queste parole [Luca 2, 29], sono ricordate nel suo testamento)

E’, del resto, noto che il giovane Karol, nei suoi otto anni di permanenza al liceo-ginnasio di Wadowice, si distingueva nelle lingue classiche, sia in greco sia -e soprattutto- in latino, dove ottenne ottimi voti (il suo esame di diploma del ’38 fu incentrato sulla letteratura classica, in particolare Aristotele e la tragedia greca), tanto da essere prescelto per pronunciare, nel 1938, l’allocuzione all’arcivescovo di Cracovia, Adam Sapieha, in visita al suo piccolo istituto: e in tale occasione, alle lodi per il suo ingegno, questi fece seguire il rammarico per la futura scelta di vita -universitaria, facoltà di lettere e filosofia, e non già ecclesiastica- del diciottenne Wojtyla, appassionato di teatro, letteratura polacca, filosofia: ed è altrettanto nota l’ammirazione suscitata, al Concilio Vaticano II, dalla padronanza dell’allora arcivescovo Wojtyla come oratore in lingua latina [sul giovane Wojtyla cfr. l'autobiografico Dono e mistero: nel cinquantesimo anniversario del mio sacerdozio, del novembre 1996].
L’entusiasmo per la poesia di Wojtyla (ben percepito dal suo insegnante di greco e latino, Zygmunt Damasiewicz) si estendeva anche alla poesia polacca: ed in effetti Wojtyla si mantenne intermittentemente drammaturgo e poeta per circa un quarantennio, dai tempi del Teatr Rapsodiczny, il Teatro Rapsodico in clandestinità all’Università di Cracovia fino all’ascesa al soglio, nel 1978, per recuperare, non a caso, questo slancio espressivo -una vera e propria “ispirazione”- nell’ultima fase della sua malattia, appunto con il Trittico del 2003.
Forse Wojtyla non è stato un gran poeta (lo diceva di sé, autoironicamente, egli stesso; e così p.e. recentemente Adriano Sofri su Repubblica del 12/04; chi volesse giudicare da sé ha a disposizione K.W., Tutte le opere letterarie, Bompiani, 2001), ma è significativo che alla poesia classica volle ritornare quale voce della propria interiorità; e del resto l’intensità con cui si è impressa nell’animo del giovane Wojtyla l’educazione classica ricevuta (nella declinazione, certo, di quel Terzo Umanesimo tedesco allora d’attualità) può essere significativamente testimoniata dal ricordo, sempre nel Trittico, di quel motto che, secondo costume abbastanza diffuso all’epoca, campeggiava presso la porta del ginnasio di Wadowice [cfr. l'incipit di Un Altro Mare, di Magris, con quell' _arete timen pherei_ , Tugend bringt Ehre, all'ingresso del liceo dell'asburgica Gorizia di Michelstaedter], che dovette varcare per ben otto anni, tra infanzia e piena adolescenza, tratto da Tibullo (2, I,13-14):?Casta placent superis, pura cum veste venite, et manibus puris sumite fontis aquam?, con un’obliqua allusione anche alle “fonti” di un’educazione classica la cui funzione morale avrebbe la stessa divinità quale garante, secondo una prospettiva ottocentesca (il liceo fu fondato nel 1861) che anche il maturo Wojtyla avrebbe potuto pienamente sottoscrivere.
Un Wojtyla che davvero si sentì cittadino dell’Urbe: “civis romanus sum” esclamò (richiamando At 22,27 e Paolo di Tarso) sul Campidoglio, il 31 ottobre 2002, al momento di ricevere la cittadinanza di una Roma che aveva frequentato sin dal 1946, quale studente (consapevolmente ricordando che: “Civis è una parola molto impegnativa”); un Wojtyla devoto alla Vergine anche quale “Salus Populi Romani“, come nell’icona nella basilica di Santa Maria Maggiore; un Wojtyla, insomma, pienamente conscio di incarnare una *continuità* della Roma Caput Mundi che persiste sul piano della tradizione culturale latina e nel “primato” romano del Pontefice, in saecula saeculorum…; un Wojtyla il cui monito di allora può essere ripreso e -anche laicamente- riproposto: “Roma, erede di una millenaria cultura nella quale è innescato il fecondo germe dell’annuncio evangelico, non ha soltanto tesori del passato da custodire” (…) “Essa è consapevole (…) di avere un fondamentale compito da svolgere anche per il futuro, a servizio dell’umanità di oggi e di domani”.

Ultima Desiderata
Extremum radiat, pallenti obvolvitur umbra/
Iam iam sol moriens; nox subit atra, Leo,/
Atra tibi, arescunt venae, nec vividus humor/
Perfluit, exhausto corpore vita fugit./
Mors telum fatale iacit; velamine amicta /
Funereo gelidus contegit ossa lapis./
Ast anima aufugiens excussis libera vinclis /
Continuo aetherias ardet anhela plagas;/
Huc celerat cursum; longarum haec meta viarum;/
Expleat oh clemens anxia vota Deus!/
Scilicet ut tandem superis de civibus unus/
Divino aeternum lumine et ore fruar./
Detur et ore tuo, caeli regina, beari,/
Quae dubiae errantem per salebrosa viae/
Duxeris in patriam. Materno munere sospes/
Carmine te memori, virgo benigna, canam
.
[_meditatio mortis_ di Leone XIII, nel 1897, da papa 87enne]