Archivio

Post Taggati ‘quot’

Spa-Getty western: l’afFannarsi sul "Lisippo" redux

28 Ottobre 2005 1 commento


E’ ritornata, ormai da qualche mese, agli onori della cronaca -non solo locale ma anche sulle pagine nazionali- la vicenda del cosiddetto “Lisippo” di Fano, il bronzo ritrovato nel ’63 da pescatori fanesi, la cui acquisizione da parte del Getty per ca. cinque milioni di dollari tanto fece scalpore nell’inverno ’77…
Data a ieri, infatti, un incontro a Roma presso l’ambasciata statunitense, tra alcuni politici marchigiani e l’addetto culturale Mark Smith e il primo segretario Stephen C. Andersen, allo scopo di attivare canali diplomatici per accertare le condizioni della statua e vagliare le possibilità di un ritorno in Italia.
Di un’eventuale restituzione si parla, peraltro, da sempre, periodicamente (p.e. nel 2002, nel 1998: cfr. P.Moreno “Tornerà l’eroe?” [Bronzo Getty], in Archeologia viva, 5, maggio-giugno 1989, p. 6-9, etc.)…
La contesa ovviamente è motivata non solamente da orgoglio municipalistico, ma soprattutto dalla consapevolezza delle eventuali ricadute sul piano turistico (e quindi economico) di un’esposizione a Fano di un bronzo così importante dal punto di vista culturale.
Non vorrei, però, in questa sede pronunciarmi sulla fondatezza giuridica delle rivendicazioni marchigiane (tornate sotto i riflettori soprattutto sulla scia del processo all’ex curatrice del Getty Marion True, tuttora in corso qui in Italia, anche se connesso ad altre vicende di simili acquisizioni dalla dubbia liceità), tanto più che è ancora ignoto se il ritrovo effettivamente avvenne in acque internazionali (“Il luogo del ritrovamento si trova a 43 miglia a levante del Conero e a 27 miglia dalla costa croata, in un punto di mare chiamato ‘gli scogli di Pedaso’ a una profondità di 43-44 braccia, pari a circa 75 metri dalla superficie del mare”, così secondo una testimonianza di uno dei pescatori fanesi del “Ferri Ferruccio” ; Federico Zeri, invece, all’epoca parlò di un luogo chiamato “Fossa del Diavolo”), e, fintantoché la nave su cui era trasportata non potrà essere localizzata, resterà il dubbio che simili dichiarazioni possano essere mosse dall’intento di escludere un’eventuale rivendicazione da parte di altri stati (da parte dell”ex Jugoslavia di allora, oggi Croazia).
Molti altri sono i punti oscuri (e del resto risulta oltremodo difficile ricostuire i viaggi per “ripulire” reperti antichi, occultando sistematicamente il luogo di ritrovamento attraverso più passaggi di mano tra proprietari compiacenti: tanto più in questo caso, a distanza di quarant’anni…).
Il più delicato, peraltro, mi sembra il fatto che la base della statua, coi piedi dell’atleta (ora perduti), parrebbe fosse stata invece anch’essa ritrovata:
“Per il professor Alberto Berardi, che ha compiuto ricerche, ha mantenuto continui contatti con le autorità preposte e ha ascoltato diversi testimoni, non tutto è stato chiarito. I piedi per esempio, sarebbero stati trovati e venduti. Per quanto? Secondo Paolo Moreno, massimo studioso di scultura greca, sarebbero stati valutati 300 milioni di lire”.
Ma lascerei da parte, per ora la cronaca, per riflettere sui motivi della reale importanza di questa statua, motivata in primo luogo dal fatto che i bronzi greci a noi tràditi sono in quantità limitata (ancor più se di grande dimensione, come questo fanese), ed anche, e soprattutto, dall’attribuzione a Lisippo, uno dei grandi maestri del IV sec. a.C:
In realtà il “victorious youth” del Getty, un atleta (ai Giochi olimpici -vista la corona d’olivo che doveva esser retta dalla mano destra, nel gesto di autoincoronarsi, autostephanoumenos, -la sinistra con tutta probabilità a reggere la palma della vittoria; cmq non è del tutto da escludere la possibilità di un ritratto regale) in bronzo a grandezza naturale ["la parte conservata ha un'altezza di metri 1,515, ed un peso di 48-50 kg; le estremità degli arti inferiori non ci sono pervenute, come parte della corona e gli occhi forse in avorio o pasta vitrea; la ricostruzione della statua con i piedi ci darebbe un'altezza di metri 1,65-1,70"], è di attribuzione tutt’altro che sicura.
Cfr. P.Moreno in Storia e Civiltà dei Greci, VI, Milano: Bompiani, 1979, pagg. 695-702 (con dettagli della scoperta, etc. -cfr. anche le raffigurazioni n° 69 e 71-), in part. p.699: “il nome di Lisippo rimandava già per gli antichi ad una produzione immensa e ad una intera scuola composta dal fratello, dai figli e da altri numerosi discepoli, le cui opere talora “non si potevano distinguere da quelle del maestro” (Plin. Nat.Hist. xxxiv, 67). In ogni caso il Bronzo Getty ci restituisce per la prima volta nella sua qualità originale quanto la scienza archeologica aveva ricostruito attorno all’arte di Lisippo, attraverso la tradizione letteraria e le copie delle sue opere”. Moreno, che peraltro poi in più occasioni si è pronunciato a favore dell’attribuzione lisippea dell’opera, così conclude, sull’importanza culturale della statua: “Potremmo così fornire una spiegazione iconologica alla sensazione che la statua, nella sua apparente naturalezza, fosse intesa non tanto alla celebrazione di un comune cittadino, ma alla esaltazione dell’esponente di una famiglia che avesse un ruolo politico. Il Bronzo Getty potrebbe rappresentare il momento originale dell’impatto del soggetto storico con l’immagine eroica, un’iniziale apoteosi” (p.702).
In realtà gli specialisti sono concordi nel ritenere l’opera come stilisticamente lisippea, ma potrebbe datare dal tardo IV sec. (paternità dello stesso Lisippo o la sua cerchia) al II sec. a.C… Anzi p.e. Mattusch (Carol C. Mattusch, The Victorious Youth. Los Angeles: The J. Paul Getty Museum, 1997) propende, tra questi due estremi, per la datazione recenziore, su basi stilistiche. Insomma: quando si parla del “Lisippo” fanese le virgolette dovrebbero essere d’obbligo.
Ma che la questione dell’attribuzione, poi, non sia poi così fondamentale, in quanto investigare sull’originalità d’autore dei bronzi greci a noi pervenuti sarebbe preoccupazione eminentemente contemporanea, senza vero fondamento scientifico, è ben sottolineato sempre da Mattusch in “Naming the Classical Style” in Chapin, Anne P. (a c. di) Charis. Essays in Honor of Sara A.Immerwahr, American School of Classical Studies at Athens, 2003, in part. pagg.284-287:
” We never ask whether the bronze athlete in the J. Paul Getty Museum [...] might be Roman or perhaps Graeco-Roman (not quite so bad), for we have always accepted it as a Greek original, and have indeed pursued a traditional stylistic inquiry regarding this rare and, so far, unique, statue. The scholarly discussion centers upon whether the statue is an “original” by Lysippos, an issue fraught with difficulties. The questions raised about the Getty Bronze have to do with how the statue’s style fits with what we know from the literary testimonia about Lysippos’s style. If the Getty Bronze was made by Lysippos, scholars ask whether it is an early or a late work. If not, was it made by a 3rd-century B.C. follower of Lysippos? Others argue that the Getty Bronze is a portrait, and propose the name of the individual who might be represented. A great deal has been written about the style of Lysippos and about those who came after him, but the discussion has almost no objective evidence and is based upon many modern hypotheses. For such questions, we will never have firm answers.
Even if a bronze statue were still attached to the base in Corinth inscribed with the name of Lysippos, we should be oversimplifying the case if we called that statue a bronze “original.” Lysippos’s bronzes, especially the athletes, were in great demand, and for each bronze with his name on it, Lysippos made a significant profit on top of the production costs. According to Pliny, for each of 1,500 commissions, Lysippos put away a gold piece (Nat. 34.37). Clearly, the workshop of Lysippos was a big and lucrative operation. We know from the literary testimonia that the shop was run by family members who were technical specialists. If we look at the craft of lost-wax casting, we see that a bronze statue reproduces a preliminary model, which makes it a reproduction, not a unique production. Completing the statue may be a purely technical process, in which molds from the preliminary model are used to make a wax copy that is cast as is, or it may involve changes and additions to the wax, which then functions as a working model”.
Inoltre, sottolinea sempre Mattusch, vista la continuità dello “Stile Classico” tra Grecia e Roma (“it consisted of established forms whose excellence was acknowledged in the eyes of buyers. The Classical style, then, had little to do with originals, nor even with artists, for the most part, but much more to do with repetition within a genre, and with the master craftsmen who were responsible for production”), le datazioni su base stilistica risultano sempre alquanto difficili (“The “Classical” style is not exclusively Greek and should not be affixed to a date. The Romans used the style, and it survived in their world for hundreds of years. [...] It is not surprising, then, that the dating of many Classical statues is controversial), ed in ogni caso la questione dell’autorialità perde la propria crucialità (“Perhaps it is not so important that Lysippos made a statue of which these later works [ l' Antikythera Herakles del I a.C. e il Farnese Herakles del III d.C.] are copies as that the Classical style remained fashionable for a very long time”).

A titolo di curiosità, infine, è interessante sapere che il Lisippo fanese rischiò di finire… agli antipodi!
Così riscostruisce la vicenda Whitlam, primo ministro australiano dell’epoca (da Gough Whitlam, My Italian Notebook, Allen & Unwin, 2002, pag. 140-42), che tentò di acquistarla per la National Library, “Australia’s Parthenon, despite the different arrangement of columns”:
“The gallery had been offered a bronze athlete of the school of Lysippus which had been recovered from the sea bed off Fano, beyond territorial waters, in 1963. As the National Archaeological Museum in Athens, the Louvre and the Museo Nazionale in Reggio di Calabria demonstrate, such bronzes can now come to light only from shipwrecks.
I had been shown round Olympia by the great Director of Antiquities in Greece, Nikos Yalouris. He had been Greece’s first archaeologist diver, having explored the sea-bed off Katakolo in 1957-1960. I sought his advice on the Lysippus. He later let me know that its provenance was impeccable. Thereupon I arranged to pay for it in two instalments, the first immediately the 1975 Budget was passed, and the second after the 1976 Budget. One of my successor’s first acts was to cancel the order. The Getty Museum in Malibu, which I had visited in September 1974 on my way home from the General Assembly, was happy to pay half as much again as we would have paid. It is now the centrepiece of their expanding sculpture collection”.
Ma è stupefacente leggere le motivazioni di un tale acquisto, e quelle del rifiuto del successore di Whitlam:
“In the National Gallery of Australia the Lysippus would have been a more authentic part of the Australian heritage. My successor compounded his injury by an unsurpassed display of ignorance. He cancelled the order on the grounds that it was an “ancient bronze of unknown authorship”. Would it enhance the value of the Charioteer of Delphi, the Horses of St Mark’s, the Poseidon from Artemision, the Ephebe from Agde or the Warriors of Riace if we knew the identity of their creators?”
Insomma, le motivazioni di Fano sono le stesse dell’Australia -e degli statunitensi del Getty- nel rivendicare l’esposizione nei propri musei del presunto Lisippo: il fatto che la grecità costituisca parte della propria eredità culturale
E i motivi del rifiuto australiano si basarono, in ultima analisi, proprio su concetti di autorialità e originalità del bronzo, difficilmente applicabili a questa -e molte altre- statue della classicità :-)

Wojtyla (Pars prior): "Qualis pontifex pereo"

13 Aprile 2005 Commenti chiusi

In questi giorni che hanno visto la scomparsa del papa , a me -ma, vedo, anche ad altri – p.e. qui; e qui- è tornato in mente, quale particolare, credo, significativo, la ripresa e riproposta, nell’ultimo suo periodo di declinante salute, del “non omnis moriar” oraziano [Odi, III, 30], con l’immagine del pontefice capitolino (dum Capitolium / scandet cum tacita virgine pontifex) quale garante del perpetuo riproporsi del ricordo a sconfiggere l’ _innumerabilis annorum series et fuga temporum_, sia nelle poesie del Trittico Romano [Tryptyk rzymski: medytacje, Bompiani, 2003], sia nella conversazione con la sua cerchia più intima (cfr. p.e. il vaticanista Marco Politi su Repubblica del 28-09-03, pag.17), a riaffermare, secondo un’_interpretatio christiana_ consolidata, la propria pacata fede nella sopravvivenza dopo la morte, non solo -direi- quella dell’anima, ma, nel suo caso, anche della propria opera come papa (…_multaque pars mei / vitabit Libitinam_) -”Magno”, già lo definisce qualcuno, con fastidiosa enfasi.
Un papa che, come ricordava recentemente Barbara Spinelli sulla Stampa, nel presente su di sé rendeva icastica la consapevolezza del cotidie morior paolino della Prima lettera ai Corinzi [1 15.31], da un lato con una apertura prospettica (dal Trittico: “Omnia nuda et aperta sunt ante oculos Eius“: cfr. S.Paolo Epistola agli Ebrei, 4,13-15] sul Giudizio finale (ibidem: “Sulla soglia della Cappella Sistina”, 4. Il Giudizio: ” Una Fine e nel contempo, un apogeo della trasparenza -/ Tale è la via delle generazioni./ Non omnis moriar /- Quel che in me è imperituro,/ ora si trova faccia a faccia con Lui che E’!”), dall’altro con una commossa rammemorazione di un periodo di passata purezza, dei primordi dell’umanità così come della propria vita (cfr. ibidem, 3.Presacramento “Vivono coscienti del dono,/ anche se non sanno esprimere tutto ciò./Ma vivono questo. Sono puri./ Casta placent superis; pura cum veste venite,/ et manibus puris sumite fontis aquam - / queste parole leggevo ogni giorno, per otto anni,/ entrando nel portone del ginnasio di Wadowice“), a racchiudere la parabola della propria esperienza di uomo (sempre nel Trittico è ricordato il “pulvis es et in pulverem reverteris” di Genesi, 3, 19, all’estremo di quell’arco che termina nel “non omnis moriar”, poco più oltre ribadito: “E così scorrono le generazioni / Nudi vengono al mondo e nudi tornano alla terra / da cui sono plasmati / “Polvere tu sei e in polvere tornerai” Ciò che aveva forma diventa informe / Ciò che era vivo – ecco, è ormai privo di vita / Ciò che era bello – ecco, è adesso squallida rovina / Però io non muoio del tutto / quel che in me è imperituro permane!”) , incastonandola in quella lingua, il latino, che per lui era la lingua della fede, della meditazione, del fiducioso abbandono (“totus tuus“, il suo motto di devozione mariana; “Nunc dimittis servum tuum, Domine, secundum verbum tuum, in pace“, queste parole [Luca 2, 29], sono ricordate nel suo testamento)

E’, del resto, noto che il giovane Karol, nei suoi otto anni di permanenza al liceo-ginnasio di Wadowice, si distingueva nelle lingue classiche, sia in greco sia -e soprattutto- in latino, dove ottenne ottimi voti (il suo esame di diploma del ’38 fu incentrato sulla letteratura classica, in particolare Aristotele e la tragedia greca), tanto da essere prescelto per pronunciare, nel 1938, l’allocuzione all’arcivescovo di Cracovia, Adam Sapieha, in visita al suo piccolo istituto: e in tale occasione, alle lodi per il suo ingegno, questi fece seguire il rammarico per la futura scelta di vita -universitaria, facoltà di lettere e filosofia, e non già ecclesiastica- del diciottenne Wojtyla, appassionato di teatro, letteratura polacca, filosofia: ed è altrettanto nota l’ammirazione suscitata, al Concilio Vaticano II, dalla padronanza dell’allora arcivescovo Wojtyla come oratore in lingua latina [sul giovane Wojtyla cfr. l'autobiografico Dono e mistero: nel cinquantesimo anniversario del mio sacerdozio, del novembre 1996].
L’entusiasmo per la poesia di Wojtyla (ben percepito dal suo insegnante di greco e latino, Zygmunt Damasiewicz) si estendeva anche alla poesia polacca: ed in effetti Wojtyla si mantenne intermittentemente drammaturgo e poeta per circa un quarantennio, dai tempi del Teatr Rapsodiczny, il Teatro Rapsodico in clandestinità all’Università di Cracovia fino all’ascesa al soglio, nel 1978, per recuperare, non a caso, questo slancio espressivo -una vera e propria “ispirazione”- nell’ultima fase della sua malattia, appunto con il Trittico del 2003.
Forse Wojtyla non è stato un gran poeta (lo diceva di sé, autoironicamente, egli stesso; e così p.e. recentemente Adriano Sofri su Repubblica del 12/04; chi volesse giudicare da sé ha a disposizione K.W., Tutte le opere letterarie, Bompiani, 2001), ma è significativo che alla poesia classica volle ritornare quale voce della propria interiorità; e del resto l’intensità con cui si è impressa nell’animo del giovane Wojtyla l’educazione classica ricevuta (nella declinazione, certo, di quel Terzo Umanesimo tedesco allora d’attualità) può essere significativamente testimoniata dal ricordo, sempre nel Trittico, di quel motto che, secondo costume abbastanza diffuso all’epoca, campeggiava presso la porta del ginnasio di Wadowice [cfr. l'incipit di Un Altro Mare, di Magris, con quell' _arete timen pherei_ , Tugend bringt Ehre, all'ingresso del liceo dell'asburgica Gorizia di Michelstaedter], che dovette varcare per ben otto anni, tra infanzia e piena adolescenza, tratto da Tibullo (2, I,13-14):?Casta placent superis, pura cum veste venite, et manibus puris sumite fontis aquam?, con un’obliqua allusione anche alle “fonti” di un’educazione classica la cui funzione morale avrebbe la stessa divinità quale garante, secondo una prospettiva ottocentesca (il liceo fu fondato nel 1861) che anche il maturo Wojtyla avrebbe potuto pienamente sottoscrivere.
Un Wojtyla che davvero si sentì cittadino dell’Urbe: “civis romanus sum” esclamò (richiamando At 22,27 e Paolo di Tarso) sul Campidoglio, il 31 ottobre 2002, al momento di ricevere la cittadinanza di una Roma che aveva frequentato sin dal 1946, quale studente (consapevolmente ricordando che: “Civis è una parola molto impegnativa”); un Wojtyla devoto alla Vergine anche quale “Salus Populi Romani“, come nell’icona nella basilica di Santa Maria Maggiore; un Wojtyla, insomma, pienamente conscio di incarnare una *continuità* della Roma Caput Mundi che persiste sul piano della tradizione culturale latina e nel “primato” romano del Pontefice, in saecula saeculorum…; un Wojtyla il cui monito di allora può essere ripreso e -anche laicamente- riproposto: “Roma, erede di una millenaria cultura nella quale è innescato il fecondo germe dell’annuncio evangelico, non ha soltanto tesori del passato da custodire” (…) “Essa è consapevole (…) di avere un fondamentale compito da svolgere anche per il futuro, a servizio dell’umanità di oggi e di domani”.

Ultima Desiderata
Extremum radiat, pallenti obvolvitur umbra/
Iam iam sol moriens; nox subit atra, Leo,/
Atra tibi, arescunt venae, nec vividus humor/
Perfluit, exhausto corpore vita fugit./
Mors telum fatale iacit; velamine amicta /
Funereo gelidus contegit ossa lapis./
Ast anima aufugiens excussis libera vinclis /
Continuo aetherias ardet anhela plagas;/
Huc celerat cursum; longarum haec meta viarum;/
Expleat oh clemens anxia vota Deus!/
Scilicet ut tandem superis de civibus unus/
Divino aeternum lumine et ore fruar./
Detur et ore tuo, caeli regina, beari,/
Quae dubiae errantem per salebrosa viae/
Duxeris in patriam. Materno munere sospes/
Carmine te memori, virgo benigna, canam
.
[_meditatio mortis_ di Leone XIII, nel 1897, da papa 87enne]

Casaubon e l’attualità della figura dello "scholar"

18 Febbraio 2004 2 commenti

…Oggi, nel 1559, nacque il grande filologo Isaac Casaubon, noto, tra l’altro, per la dimostrazione della non autenticità del Corpus Hermeticum (http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1&c=GYYQNAZ57OLPK).
Genero di Henri Estienne (http://www.girodivite.it/antenati/xvisec/_estienne_henri2.htm), di recente ha goduto di varie reincarnazioni letterarie: personaggio nel Pendolo di Foucault di Eco (1988) e di un libro del grecista Canfora (Convertire Casaubon, Adelphi, 2002): http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1&c=MQNX1IKD9TRSV), per non menzionare un altro Casubon, molto anteriore, in Middlemarch della Eliot, a proposito del quale Eco narra un interessante aneddoto, in una conferenza del 1996 (http://www.italianacademy.columbia.edu/pdfs/lectures/eco_author.pdf), che riporto per esteso:
“Let me come now to the Foucault’s Pendulum. I called Casaubon one the main character of my Foucault’s Pendulum, and I was thinking of Isaac Casaubon, who demonstrated that the Corpus Hermeticum was a forgery, and if one reads Foucault’s Pendulum one can find some analogy between what the great philologist understood and what my character finally understands. I was aware that few readers would have been able to catch the allusion but I was equally aware that, in term of textual strategy, this was not indispensable (I mean that one can read my novel and understand my Causaubon even though disregarding the historical Casaubon — many author like to put in their texts certain shibboleths for few smart readers). Before finishing my novel I discovered by chance that Casaubon was also a character of Middlemarch, a book that I read decades ago and which does not rank among my livres de chevet. That was a case in which, as a Model Author, I made an effort in order to eliminate a possible reference to George Eliot. At p. 63 of the English translation can be read the following exchange between Belbo and Casaubon:

“By the way, what’s your name?”
“Casaubon.”
“Casaubon. Wasn’t he a character in Middlemarch?”
“I don’t know. There was also a Renaissance philologist by that name, but we are not related.”

I did my best to avoid what I thought to be a useless reference to Mary Ann Evans. But then came a smart reader, David Robey, who remarked that, evidently not by chance, Eliot’s Casaubon was writing a Key to all mythologies. As a Model Reader I feel obliged to accept that innuendo. Text plus encyclopedic knowledge entitle any cultivated reader to find that connection. It makes sense. Too bad for the empirical author who was not as smart as his readers”.
[un caveat, questo, valido anche per talune sovrainterpretazioni a spese di autori dell'antichità classica, la cui intentio auctoris non può più essere, come qui Eco fa, ribadita, con tutte le limitazioni del caso :-) ]
E’ interessante, infine, notare, che recentemente A. D. Nuttall in Dead From the Waist Down: Scholars and Scholarship in Literature and Popular Imagination (Yale University Press, 2003) analizzando il declino della figura dell’intellettuale nell’immaginario collettivo, riprende proprio l’Edward Casaubon (sterile letterato in Middlemarch, figura del pedante), comparandolo alla figura di Isaac Casuabon (letterato in un’epoca in cui erano considerati ancora “Faustian magicians, dangerous and sexy.” [!]), nel suo esame del declino della figura dello “scholar”, dal Rinascimento ad oggi.
Nuttall conclude con un’aspirazione, che toto corde sottoscrivo e con cui mi piace concludere, cioè che il concetto di “scholarship“, seppur non più di moda, dal momento che spesso gli si preferiscono termini quali “intelligence” o “rightness”, possa mantenere nella società il proprio valore pregnante, in quanto “an altruistic reverence for truth, in all its possible minuteness and complexity”.

la "Lisistrata" di Aristofane e la guerra in Iraq

28 Luglio 2003 Commenti chiusi

Recentemente, durante i giorni caldi prima dello scoppio della Guerra in Iraq, si è potuta osservare, ancora una volta, la suggestione che le commedie di Aristofane non cessano di esercitare sulla sensibilità di noi contemporanei.
Lunedì 3 Marzo, infatti (nb: la guerra ebbe inizio poco dopo,il 19/3) è stato organizzato un happening mondiale (all?insegna del motto ?Think globally, act locally?) con la rappresentazione/lettura contemporanea in 919 località di 56 paesi diversi della “Lisistrata” di Aristofane, allo scopo primario di protestare contro l?intervento statunitense in Iraq, in maniera non violenta. Tra i partecipanti, p.e. a Londra J.Fiennes (“Shakespeare in Love”) e Alan Rickman (“Harry Potter”), mentre a New York Kevin Bacon (?Hollow Man?)e F.Murray Abraham (?Amadeus?).
I promotori (statunitensi: due attrici newyorkesi Kathryn Blume and Sharron Bower) dell?happening, chiamato Lysistrata Project, mantengono tuttora attivo il sito dell?iniziativa (http://www.lysistrataproject.com), ed è stato girato un video durante le performances.
Un dettagliato dossier (in inglese) sul background ideologico della manifestazione e sulle eventuali attività didattiche da sviluppare a partire dalla Lisistrata si può trovare in http://lysistrata.chonny.com/lys_studyguide.pdf.
Alcuni gruppi danesi che hanno aderito all?iniziativa, fedeli alla lettera del testo aristofaneo, hanno addirittura invitato le mogli di coloro che appoggiassero la guerra ad intraprendere uno sciopero sessuale?
Qualche osservazione a posteriori, in proposito, in questo dopoguerra che sembra prolungarsi indefinitamente?: il fascino, peraltro, dell?utopia di una pace imposta pacificamente ai potenti del mondo dalle donne, permane immutata nel tempo?
In particolare, la questione del presunto ?pacifismo? di Aristofane è stata molto discussa dalla critica, e certo sarebbe fuorviante presentare all?opinione pubblica Aristofane come tout court pacifista, anche se, sin dai tempi di Gilbert Murray (in part. Aristophanes: A Study. Cambridge: Oxford University Press, Inc. 1933: un toccante elogio del ?pacifismo? di Aristofane, scritto, non a caso, al termine della sanguinosa prima guerra mondiale, da un prestigioso esponente dell?area liberal [1866-1957], Regius Professor ad Oxford ed esponente di punta dei cosidd. ?Ritualisti di Cambridge?, nonché pacifista, attivo promotore della costituzione della Società delle Nazioni, di cui fu chairman), una certa vulgata, penetrata anche in talune letterature di uso scolastico ed estremamente viva nelle riprese/adattamenti teatrali della ?Lisistrata? che si sono moltiplicati, soprattutto dal ?68 in poi, converge verso tale (scarsamente convincente) posizione.
E? bello, comunque, dopo questo doveroso caveat, citare le parole dello stesso Murray, a chiosa della propria interpretazione della ?Lisistrata?, nell?opera succitata: ?The Lysistrata has behind it much suffering and a burning pity. Aristophanes had more than once risked his civic rights and even his life in his battle for peace, and is now making his last appeal. It is owing to this background of intense feeling that the Lysistrata becomes not exactly a great comedy, but a great play, making its appeal not to laughter alone but also to deeper things than laughter?.